Mancano soltanto due giorni all'inaugurazione di Joe Biden come 46esimo presidente degli Stati Uniti quando, da Washington arrivano notizie incredibili e preoccupanti.
L'Fbi sta setacciando i cv dei soldati presenti all'inaugurazione di Biden : si è appreso che il neo-presidente USA, indosserà un giubotto antiproiettili.
La capitale americana, alla vigilia del giuramento del nuovo presidente democratico, Joe Biden, il 20 gennaio, mercoledì, è in stato d'assedio, 25 mila uomini e donne della Guardia Nazionale, in assetto da guerra, con blindati, jeep, elicotteri, posti di blocco, barriera in cemento armato vigilano perché i terroristi che hanno devastato il Congresso, il 6 gennaio, restino lontani.
Ieri era stata annunciata la Marcia delle Milizie, manifestazioni nei vari parlamenti statali, per protestare contro l'elezione di Biden e della sua vice Kamala (pronuncia Kohmala n.d.t.) Harris, e in solidarietà con il presidente uscente Trump.
Anche se queste manifestazioni sono state un flop, quello che è evidente dopo i quattro anni di #TheDonald e, del #trumpismo è che gli USA sono pericolosamente a un passo dall'abisso; a un soffio da un golpe, senza precedenti : i razzisti, suprematisti bianchi, esponenti dell'estrema destra che sostengono Trump, non accettano che il ticket, Biden-Harris, metta piede alla Casa Bianca. La voce che girava oggi, dalle parti di Washington descrive l'America come una polveriera e sotto assedio per prevenire che le milizie razziste (disposte a tutto pur di riportare Trump alla Casa Bianca ...) non si alleino con i militari, sensibili alla narrazione paranoica dell'estrema destra americana.
(Fonte:theatlantic)
Bob Fabiani
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Un viaggio lungo un continente tra letteratura, musica e geopolitica
TAG - AfricaLand Storie e Culture africane
lunedì 18 gennaio 2021
Usa, paura di fusione fra milizie (pro-Trump) e militari per inaugurazione di Biden
Tunisia nel caos, migliaia di arresti, schierato l'esercito
Dieci anni dopo la Rivoluzione dei Gelsomini una grave crisi politica ed economica (l'ennesima ...) affligge il paese Nordafricano.
La crisi attuale è anche aggravata dai pesanti ritardi nell'emergenza Covid-19.
Scontri e arresti in Tunisia. Tre notti di caos e disordini in tutto il paese, in coincidenza con l'anniversario della cacciata del dittatore Zine el-Abidine Ben Ali.orità
Le autorità tunisine hanno arrestato 242 giovani, in gran parte minori, con l'accusa di atti vandalici.
I disordini hanno interessato oltre alla capitale, Tunisi, anche altre città, Hammamet, Sfax, Monastir e Tozeur : per disperdere le centinaia di migliaia di manifestanti, è stato schierato l'esercito.
(Fonte:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com
domenica 17 gennaio 2021
Dieci anni dopo le Rivolte arabe in Africa e Medio Oriente: passato e futuro. Pt.1
A dieci anni dalle prime proteste contro i regimi arabi, AfricaLand Storie e Culture africane riflette su cos'è cambiato : arrivando a una conclusione che i cittadini non si fermeranno e presto si aprirà una nuova fase.
(Bob Fabiani)
Nel decimo anniversario delle proteste arabe che volevano sostituire interi sistemi di governo con altri più efficienti, democratici e trasparenti, il bilancio sembrerebbe misero. Solo la Tunisia ha compiuto il passaggio a una democrazia costituzionale, mentre il Sudan è nel pieno di una fragile transizione triennale. Libano, Sudan, Iraq e Algeria sono ancora alle prese con imponenti proteste, mentre in Libia, Siria, Iraq e Yemen sono in corso gravi conflitti che coinvolgono forze locali e straniere.
La maggior parte degli altri paesi arabi è regredita verso un potere autoritario ancora più duro.
Questa idea convenzionale del mondo arabo dopo un decennio di proteste è però incompleta. Un'analisi più approfondita riconoscerebbe che in tutta fretta l'area continuano a verificarsi cambiamenti importanti che condizioneranno i futuri sistemi di governo. Dieci anni non sono un tempo sufficiente per valutare in modo credibile le sollevazioni rivoluzionare arabe : "sollevazioni" perché sono proteste civili spontanee, e "rivoluzionarie" perché aspirano a cambiare totalmente i sistemi di governo e le relazioni tra stato e cittadini, compresi i valori e le azioni dei singoli individui.
Per prima cosa è importante comprendere le due cornici temporali che hanno portato alle rivolte. La prima è il cinquantennio cominciato nel 1970, durante il quale i governi militari al potere nella regione hanno usato la ricchezza petrolifera per istituzionalizzare sistemi autoritari per lo più corrotti e inefficienti. La seconda cornice copre i cento anni trascorsi dalla prima guerra mondiale, che diede origine al moderno sistema regionale caratterizzato da stati instabili e sovranità deboli.
In modo simile ai movimenti Black Lives Matter e #MeToo negli Stati Uniti, anche le rivolte arabe derivano da decenni di infruttuose proteste minori da parte di cittadini politicamente inermi contro discriminazione, disuguaglianza e crescenti povertà e disperazione. Nella loro ampiezza, profondità e longevità, nelle rivendicazioni e nell'azione politica, le rivolte arabe sono parte di un processo a lungo negato di autodeterminazione nazionale e di costruzione dello stato che i cittadini arabi chiedono, e che oggi tentano di raggiungere, con risultati contrastanti, in questa prima fase di azione collettiva.
-Le stesse rivendicazioni
Questo decennio di rivolte è storicamente significativo per diversi aspetti, che la regione non aveva mai affrontato in modo così ampio e duraturo. Il più straordinario è la continuità. Dal 2010 ci sono state proteste in metà dei ventidue paesi della Lega araba. La diffusione regionale si combina con la portata nazionale delle rivendicazioni di una maggioranza dei cittadini all'interno dei singoli stati.
Questo è emerso con evidenza di recente in Libano, Algeria, Iraq e Sudan, dove diversi gruppi confessionali, etnici, ideologici e regionali che in passato avevano protestato separatamente si sono uniti in manifestazioni coordinate. Hanno imparato che tutti soffrono delle stesse difficoltà e disuguaglianze : poco lavoro, salari bassi, istruzione e sanità scadenti, povertà e inflazione in aumento, economie al collasso, corruzione sfrenata e incuria e incompetenza delle autorità.
Le preoccupazioni condivise sono evidenti nelle rivendicazioni identiche avanzate in ogni paese. A differenza delle proteste del 2010 che facevano appello a generiche nozioni di dignità e giustizia socialed, oggi i manifestanti chiedono una serie di passi specifici di trasformazione per creare governi più efficienti, democratici e trasparenti in uno stato di diritto. Tra questi : le dimissioni dei vertici del governo, un esecutivo di transizione che organizzi nuove elezioni, una costituzione che garantisca i diritti dei cittadini, una magistratura indipendente e meccanismi anticorruzione, l'incriminazione dei funzionari che si sono arricchiti a scapito della società e dell'economia.
Ambientalisti, attivisti per la giustizia sociale, per i diritti di genere e delle minoranze, per lo stato di diritto e altri per mesi hanno unito le forze facendo pressioni per un sistema di governo che li trattasse con equità. Singoli individui e gruppi organizzati hanno lavorato insieme nelle piazze per formulare rivendicazioni e proporre soluzioni. Questo ha generato due nuovi fenomeni importanti : molte persone che non si erano mai espresse in pubblico si sono unite alle proteste (studenti, insegnanti e abitanti delle province periferiche); e molti per la prima volta nella vita hanno sperimentato cosa vuol dire contribuire a plasmare le politiche nazionali.
Inoltre i cittadini hanno creato nuove organizzazioni, dalle piattaforme mediatiche ai sindacati ai centri comunitari.
Accanto a questi e ad altri segnali della lenta nascita di un nuovo cittadino arabo però, negli ultimi anni abbiamo visto anche la brutale reazione dei regimi e dei gruppi confessionali che si rifiutano di spartire o di cedere il potere. Ovunque i regimi da tempo consolidati hanno reagito alle prime sollevazioni con promesse di riforme limitate, tra cui un nuovo primo ministro, nuove elezioni o l'aumento della spesa sociale. I manifestanti le hanno respinte come concessioni di facciata e offensive che avrebbero perpetuato le strutture di potere e le loro politiche fallimentari, e hanno continuato a scendere in piazza per abbattere i regimi. Le élite al potere, insieme alle milizie e alle bande criminali confessionali, hanno risposto con la violenza politica o militare. Hanno sparato e ucciso centinaia di manifestanti, hanno incarcerato o incriminato i leader della protesta, hanno ridotto in cenere gli accampamenti degli attivisti e hanno lasciato che le economie moribonde dei loro paesi si aggravassero ancora di più.
Le dure reazioni dei governi non hanno placato le proteste. Ma l'ha fatto la pandemia di Covid-19 esplosa a marzo. Per gran parte del 2020 la rabbia e la paura covate dai cittadini non sono riuscite a imporre nuove politiche statali e la pressione delle proteste si è dissipata. Mentre i rallentamenti economici e i timori per la salutate causati dalla pandemia hanno interrotto gran parte delle proteste, alcuni governi hanno tentato di usare la loro risposta alla crisi sanitaria per recuperare legittimità agli occhi dei loro ex sostenitori che si erano uniti alle proteste. In tutta la regione le proteste oggi sono sospese, in attesa della fine della pandemia, e i manifestanti ne approfittano per ripensare le loro strategie, i punti di forza e le debolezze, per essere preparati quando le proteste riprenderanno.
(Fonte:alaraby)
-Fine Prima Parte-
Bob Fabiani
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-www.alaraby.co.uk
sabato 16 gennaio 2021
News For Africa 33° (il Continente informa)
Le notizie più importanti degli ultimi sette giorni dall'Africa dai quotidiani, settimanali e siti africani e, dal resto del mondo. In questo numero:
- Benin, elezioni presidenziali a 'senso unico'
- Uganda, Yoweri Museveni vince le elezioni presidenziali
- Coronavirus, Seychelles riceve aiuti da Dubai e Pechino sul fronte del vaccino anti-Covid
- Libia, la verità su Tarhuna
- La corsa all'oro in Africa
A sfidarlo, un'opposizione indebolita, profondamente scossa dalle riforme politiche, denuncia un "voto già deciso in anticipo".
(fonte.:jeuneafrique)
Museveni, ha vinto le elezioni presidenziali 2021 con il 58,64% dei voti, ha annunciato la Commissione elettorale. Bobi Wine, ha ottenuto il 34,83% dei voti, fa sapere la Commissione.
L'affluenza è stata del 57,22%.
(fonte.:jeuneafrique;theafricareport)
Mentre l'Africa affronta la seconda ondata di Covid-19, scrive Le Monde Afrique, Pechino intensifica la sua "diplomazia sanitaria" per assicurarsi il sostegno degli alleati africani. All'inizio di gennaio il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha visitato cinque paesi del continente, tra cui la Repubblica Democratica del Congo, dove ha discusso della pandemia con il presidente Félix Tshisekedi. L'ultima tappa sono state proprio le Seychelles, alla vigilia delle prime vaccinazioni.
(fonte.:nation;mondeafrique)
(fonte.:libyaobserver;bbcafrica)
Inoltre, sono stati individuati nuovi filoni, di cui uno che attraversa il Sahara dal Sudan alla Mauritania.
Le attività estrattive sono condotte in gran parte dalle grandi multinazionali, ma sempre più spesso attirano minatori artigianali, che rischiano la vita pur di trovare una qualche forma di sostentamento.
(fonte.:theafricareport)
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giovedì 14 gennaio 2021
Quelle elezioni libere dalla democrazia in Uganda
L'ultima cosa di cui l'occidente ha bisogno in Africa è la democrazia. Eppure l'unica cosa di cui l'Africa ha bisogno più di ogni altra cosa è la capacità di scegliere i suoi leader senza ostacoli e manipolazioni.
Le elezioni saranno quindi sempre un processo complicato. Qualsiasi elezione veramente libera ed equa finirebbe per produrre governi le cui politiche sarebbero in diretto conflitto con gli interessi economici e quindi di sicurezza occidentali nella regione.
Questa non è una nuova storia, è la storia di sempre. ...
Il processo creazione per il paese africano medio (spesso noto come colonialismo ...) è stato enormemente antidemocratico. Nel caso dell'Uganda ci sono state praticamente solo due elezioni durante l'intero periodo coloniale, ed entrambe si sono svolte proprio alla fine, nel 1961 e nel 1962.
Il metodo tradizionale dell'Uganda indipendente era quello di avere un violento cambio di potere, di solito un colpo di stato : dal lontano 1966 e fino al 1986 quando arrivò Museveni. Nulla cambiò, nulla è cambiato (nel tempo) e gli ugandesi hanno sempre vissuto sotto la cappa della dittatura.
L'occidente preferisce questa soluzione e, per quanto riguarda la Gran Bretagna, rimangono molto più legati al progetto Museveni, con buona pace di coloro che credono nel cambiamento e in Bobi Wine.
I risultati delle lezioni presidenziali e parlamentari odierne saranno rese note tra due giorni.
(Fonte:jeuneafrique;theafricareporter)
Bob Fabiani
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mercoledì 13 gennaio 2021
Uganda, domani #electionday per il cambiamento
A un giorno dalle aperture delle urne per le elezioni presidenziali, in Uganda, è andata in scena una 'guerra digitale' di nervi.
Con l'avvicinarsi di un'elezione ugandese sotto pressione (mediatica e non solo), il social network Facebook, ha chiuso i 'profili' di personaggi vicini al potere.
Lo Stato, ossia il governo del regime di Museveni, ha risposto per le rime, sospendendo l'accesso a tutti i social network...
L'aria è tesa in tutto il paese africano.
Bobi Wine mette Yoweri Museveni sull'avviso della Corte penale internazionale.
Giovedì 14 gennaio 2021, i circa 17,6 milioni di elettori dell'Uganda esprimeranno il loro voto alle elezioni presidenziali e parlamentari. La campagna elettorale - durata due mesi - del presidente Museveni e del leader dell'opposizione Bobi Wine si è svolta sullo sfondo della pandemia da Covid-19, con la cospicua assenza del rivale storico Kizza Besigye.
Il regime di Museveni ha usato il pugno di ferro contro i principali candidati dell'opposizione, a turno, a uno a uno (compreso l'ex rapper Bobi Wine ...), sono stati picchiati brutalmente e arrestati dalle forze di sicurezza alle strette dipendenze del despota Museveni.
Dopo tre decenni, il popolo ugandese ha la possibilità di liberarsi di una dittatura militare vestita con abiti civili.
#WeAreRemovingADictator è lo slogan comparso sui social network - prima che fossero oscurati - da parte di coloro che sognano un'altra stagione per l'Uganda e, ripongono, tutte le loro speranze nella figura di Bobi Wine.
L'Africa è gestita da uomini stanchi, anziani e trasformati in usurpatori seppure, erano uomini che rappresentavano 'meraviglie' di un'altra epoca, di un'altra generazione. Ma questi uomini ormai sono depositari di un 'pensiero terminale' e, tuttavia, si ostinano a scegliere deliberatamente di ipotecare il futuro di oggi. Ma arriva un momento in cui i cittadini, le nuove generazioni, si fanno portavoce del cambiamento perché ne hanno abbastanza.
(Fonte:jeuneafrique;theafricareport)
Bob Fabiani
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sabato 9 gennaio 2021
L'ultima regina del Madagascar, Ranavalona III (torna in Africa l'abito della regina)
Torna a palazzo l'abito violetto in seta e velluto ricamato con perle che appartenne a Ranavalona III, l'ultima regina del Madagascar. Per 43 mila sterline, l'equivalente di 47.500 euro, insieme con lettere personali e cimeli di corte, è stato acquistato dal governo dell'isola africana durante un'asta della casa londinese Kerry Taylor Auctions.
Era stato ritrovato in una soffitta del sud dell'Inghilterra, in casa della discendente di una dama di compagnia di origini irlandesi.
La storia di Ranavalona fu straordinaria e anche dolorosa. Salì al trono nel 1883, a 22 anni, mentre sul Madagascar si allungava l'ombra dell'offensiva coloniale dei francesi. Dopo l'occupazione della capitale Antananarivo, restò qualche anno a palazzo con un ruolo simbolico. Poi però fu accusata di soffiare sulle rivolte popolari e tramare contro i francesi, d'intesa con gli inglesi che anni prima avevano diffuso il cristianesimo sull'isola con i loro missionari e curato le prime traduzioni dal malgascio.
Nel 1897 fu deportata nell'isola di Réunion e in seguito in Algeria, all'epoca pure colonia francese. Nelle lettere andate all'asta sono menzionati infine viaggi a Parigi, dove Ranavalona si recò più volte con la sua dama di compagnia, per acquisti e incontri, diventando da esule una beniamina dell'aristocrazia locale.
Alla sovrana, che morì ad Algeri a 55 anni, non fu mai permesso di rivedere il Madagascar. Ora il suo corredo torna ad Antananarivo, nelle sale del Palais de la Reine, il palazzo della regina, da poco restaurato e riaperto al pubblico.
Andry Rajoelina, il presidente del Madagascar, che dal 1960 è una repubblica indipendente, ha celebrato "una riappropriazione della storia e del patrimonio culturale della nazione". E' un tributo postumo a Ranavalona ha accomunato anche le due ex potenze coloniali che si erano fronteggiate per il monopolio delle rotte, del legame e della vaniglia della Grande Isola dalla Terra Rossa. Se a Londra la Società anglo-malgascia ha messo a disposizione i fondi per l'acquisto dei cimeli nel nome di "una lunga storia di amicizia", la Francia ha restituito al "Palais" il baldacchino dell'ultima regina.
(Fonte:bbc;lexpress;lemonde)
Bob Fabiani
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-www.bbc.com/africa;
-www.lexpress.mg;
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