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lunedì 8 marzo 2021

#InternationalWomensDay2021


 






Sono donne e sono il cuore pulsante del Continente : sono bambine, ragazze e spose;
madri e nonne, sono il centro nevralgico del nucleo familiare;
sono spesso prive di voce e votate a ogni sacrificio : per i bambini e la famiglie.

Nel buio silenzioso degli abissi di esistenze segnate da abusi e soprusi,
vivono con dignità muta e orgoglio africano per cancellare l'ultima umiliazione - violazione
non hanno lacrime da versare ma soluzioni da rivendicare
per il cambiamento e il progresso del Continente tutto.

Rivendicano diritti e spazio vitale per indirizzare sempre più il futuro
per rendere l'Africa un Continente nuovo e all'avanguardia.
Sono rivoluzionarie e sono la Vera Speranza per un domani di prosperità 
sono i colori sgargianti a difesa dell'Ambiente e contro i Cambiamenti Climatici.

Sono donne che sanno amare e sono capaci di donare le loro esistenze perché :
#LAfricaèDonna.
(Fonte:uneca)
Bob Fabiani
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-www.uneca.org

venerdì 11 dicembre 2020

Caso Regeni, quelle verità nascoste






La Procura di Roma ricostruisce i nove giorni di Giulio Regeni in mano ai servizi segreti egiziani chiudendo le indagini. Questo porta verso il rinvio a giudizio di quattro agenti per sequestro, torture e omicidio. La famiglia del ricercatore italiano chiede di indagare sulle zone grigie tra Roma e il Cairo : "I diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi".

I magistrati italiani ricostruisce i giorni e le ore drammatiche vissute da Giulio Regeni nella famigerata stanza 13, quella delle torture e, riesce a ricostruire il ruolo dei cinque testimoni. Esistono 13 sospetti che ancora, a distanza di più di quattro anni; sono ancora ignoti.

Richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo, dichiarare l'Egitto paese non sicuro e bloccare la vendita di armi. Sono le tre legittime richieste ieri dalla legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha ribadito nella conferenza stampa convocata dall'Fnsi (Federazione nazionale della stampa italiana), nello stesso giorno definito dal presidente della Camera Roberto Fico "una tappa fondamentale" verso la verità sull'omicidio di Giulio Regeni.

Ieri la Procura di Roma ha detto la verità. Cosa è successo a Giulio Regeni tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Chi lo ha rapito, torturato e ucciso. Una verità ancora parziale (troppi gli aguzzini ignoti) ma che è il primo tassello di giustizia possibile solo con un atto politico, dovuto a Giulio Regeni e agli egiziani. Ricostruiti i nove giorni passati dal ricercatore nelle mani dei suoi aguzzini.

-La conclusione

Partiamo dalla fine.

"Stamattina (ieri, n.d.r) abbiamo formalmente chiuso le indagini preliminari", ha detto Prestipino, su cinque persone, di cui quattro agenti della sicurezza egiziana, la Nsa. Si tratta di nomi noti in Italia : il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel, il colonnello Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif e l'agente Mahmoud Najem.

-La ricostruzione

Saber, Helbi, Kamel e Sharif sono accusati di sedquestro di persona pluriaggravato, compiuto la sera del 25 gennaio alle 19.51 : "Lo bloccavano nella metropolitana del Cairo e lo conducevano al commissariato di Dokki e poi in un altro edificio privandolo della libertà personale per nove giorni. A Sharif sono contestati altri reati, le lesioni gravissime (non la tortura, inserita solo dopo nel codice penale italiano n.d.t) : sono state cagionate con crudeltà acute sofferenze fisiche che hanno provocato lesioni gravissime e l'indebolimento permanente di più organi, con una serie di strumenti affilati e taglienti, con bruciature e con mezzi contundenti. A Sharif è stato contestato il reato in concorso di omicidio pluriaggravato", spiegano i magistrati.

-La testimonianza

"Ho visto Regeni con due ufficiali e due agenti, c'erano catene di ferro, lui era mezzo nudo e aveva segni di tortura, delirava nella sua lingua", lo ha detto il Teste Epsilon.

Il "teste epsilon" ha visto Giulio morire lentamente. Si tratta di un ex agente, ha lavorato per 15 anni in una villa di epoca nasseriana al Cairo, diventata sede del ministero degli interni e luogo scelto dalla National Security per torturare cittadini stranieri sospettati di attentare alla sicurezza dello Stato africano
Accade tutto qui.
Alla stanza 13, situata al primo piano, Giulio è stato seviziato

Ancora dalla testimonianza del Teste Epsilon.

"Molto magro, sdraiato per terra, con il viso riverso con manette che lo costringevano a terra, segni di arrossamento sulla schiena. Non l'ho riconosciuto subito ma 4-5 giorni dopo vedendo le foto sui giornali ho capito che era lui".

-Il movente

Perché Giulio Regeni è stato ammazzato così, se mai una ragione per tanta disumanità ci possa mai essere?

Rispondere a questa domanda non è facile ma, in questo caso facciamo riferimento a uno dei magistrati, Colaiocco.

"L'occasione è legata all'attività di ricerca di Regeni al Cairo. Ma l'elemento scatenante è il finanziamento della Fondazione Antipode, le 10 mila sterline. Per lui era un'idea per aiutare i sindacati indipendenti, del tutto equivocata dal sindacalista Abdallah e dagli agenti indagati. Hanno pensato che volesse finanziare una rivoluzione".

(Fonte:ilmanifesto)
Bob Fabiani
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-www.ilmanifesto.it  

 

   
 

giovedì 3 dicembre 2020

Marocco/UE, quel ricatto di Rabat: migranti in cambio dei diritti saharawi


 





Mentre l'Europa è sempre immersa nella pandemia del Covid-19, ieri, nel disinteresse generale, una delegazione europea è stata in visita ufficiale a Rabat "per discutere i meccanismi di ingresso, fermare il flusso migratorioverso l'Europa e gestire il rimpatrio dei migranti illegali", così li hanno chiamati i membri europei presenti in Marocco.

Dunque Bruxelles non si discosta mai da quelle posizioni reazionarie in tema di migrazioni : non si registra mai un passo avanti, uno scatto di umanità anzi, si procede a testa bassa e usando parole sempre più inaccettabili.

"Sono qui per discutere la partnership con il Marocco e comprendere come avere una relazione reciproca e vantaggiosa per la gestione dei flussi (...). Ho recentemente visitato le Canarie e vedo che, in pochi mesi, abbiamo avuto un aumento esponenziale di partenze e arrivi sulla rotta dell'Atlantico occidentale, di gran lunga la strada più letale e rischiosa per entrare in Europa", ha detto Yla Johansonn, commissaria dell'UE per gli affari interni.

Johansonn spera di convincere i funzionari marocchini ad autorizzare il rimpatrio dei migranti arrivati nelle isole Canarie - con i negoziati sul rimpatrio sospesi da due decenni tra Bruxelles e Rabat - mediando con il Marocco riguardo all'agevolazione dei visti di ingresso dei cittadini marocchini. Questo corridoio migratorio, una delle tratte marittime più pericolose, ha visto lo sbarco di 2.700 migranti nel 2019 che sono diventati 18mila nel 2020, metà dei quali marocchini.

In pratica, la giornata di ieri, è servita alle autorità di Rabat per mettere in campo una ricerca di legittimazione: in questo modo il Marocco si vuole porre come partner affidabile agli occhi dell'UE "sia in materia di immigrazione che di sicurezza per l'area", come ha affermato il primo ministro Saad Eddine El Othmani, nella conferenza stampa congiunta di ieri.

Al contrario, El Watan indica come il Marocco abbia volutamente "allentato la sua posizione in materia di controlli sull'immigrazione come strumento di pressione politica nei confronti dell'UE ed in particolare del governo spagnolo". Pressione legata alla ripresa del conflitto per il Sahara occidentale - dopo la violazione del cessate il fuoco da parte del Marocco, lo scorso 14 novembre, e la ripresa della lotta armata del Fronte Polisario - visto che le autorità di Rabat stanno cercando di ottenere riconoscimento e sostegno internazionale dal governo Sanchez e dell'UE, minimizzando sui fatti di novembre e descrivendoli come "un'operazione non ostile".


 

A Rabat non sono piaciute le dichiarazioni del vice premier di Unidos Podemos, Pablo Iglesias, che nelle scorse settimane ha ufficialmente chiesto "maggiore impegno al governo spagnolo per arrivare in tempi rapidi a un referendum di autodeterminazione nel Sahara occidentale". Il malcontento del Marocco e l'aumento degli sbarchi hanno spinto la portavoce del governo, Maria Jesus Montero, a dichiarare che la posizione di Iglesias "non rispecchia quella ufficiale di Madrid".

"Lo strumento del ricatto sugli immigrati - ha detto il ministro dell'informazione della Repubblica araba democratica saharawi, Hamada Selma Eddaf - è stato utilizzato in passato da Rabat per condizionare gli scambi economici sui prodotti provenienti dal Sahara occidentale occupato, dopo le sentenze della Corte europea di giustizia, e oggi per cercare legittimazione internazionale dopo la violazione del cessate il fuoco".

(Fonte:elwatan)

Bob Fabiani

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-www.elwatan.com


giovedì 24 settembre 2020

Se l'Ue diventa "sponsor di Visegrad", sul delicato tema dei migranti


 





Nel giorno in cui la Commissione Ue presenta il patto su immigrazione e asilo, il risultato è disarmante. Del tutto negativo: niente ricollocamenti obbligatori, anzi, dopo questo documento si avranno rimpatri più facili ed esami sbrigativi delle richieste di asilo.

Non c'è nulla da fare, l'Ue proprio non ce la fa a scostarsi dalle posizioni disumane che hanno fatto da sfondo agli ultimi anni e decenni. Il nuovo patto sull'immigrazione della Commissione Ue lascia "ampia libertà" agli Stati di fare come vogliono. Emerge anche un'altra realtà: questo documento lascia intatto il peso dell'accoglienza ai paesi di "primo approdo".

A Bruxelles, sono riusciti a scrivere un'altra pagina deprimente in tema di migrazioni: è stato messo nero su bianco che, d'ora in poi, senza tanti giri di parole, la tanto declamata e "civile Europa" si trasforma in "sponsor" del cosiddetto "blocco di Visegrad", gettando definitivamente la maschera e senza avere il coraggio di affrontare un tema tanto delicato come quello dei migranti

A Bruxelles proprio non riescono a capire che non si può affrontare questa tragedia restando ottusamente fermi su posizioni sovraniste e populiste: non si è ancora capito che minacciare respingimenti e rimpatri di coloro che arrivano dall'altra sponda del Mediterraneo non è e non può essere l'unica cosa che l'Europa è in grado di mettere in campo; perché le migrazioni non si arresteranno e, nei prossimi anni e decenni saranno destinate ad aumentare. 


-Pietro Bartolo boccia la Commissione: "Così è inaccettabile"


Tutti si aspettavano molto di più dalla Commissione anche perché, nei giorni precedenti al lancio del documento da parte di Bruxelles erano uscite alcune dichiarazioni - a firma della stessa presidente von der Leyen - in cui si sosteneva la "volontà di abolire il regolamento di Dublino"; nulla di questo è accaduto e, Pietro Bartolo, ora eurodeputato ma per 30 anni medico a Lampedusa sbotta: "Sono deluso e amareggiato. Il nuovo patto non solo è insoddisfacente ma credo che peggiorerà la situazione attuale. E chi continuerà a pagare le conseguenze saranno i paesi di primo approdo". Prima di concludere il ragionamento, l'ex medico aggiunge: "Così è inaccettabile" poi, analizzando il documento riesce anche a trovare qualcosa di positivo: "C'è solo una cosa positiva: per i ricollocamenti si tiene conto dei familiari presenti in uno Stato membro allargando il concetto di famiglia anche ai fratelli, alle sorelle e alle famiglie che si sono costituite durante il viaggio verso l'Europa, mentre prima non era così. Una piccola cosa che però non risolve certo il problema della migrazione".   

(Fonte.:ilmanifesto)

Bob Fabiani

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-www.ilmanifesto.it

martedì 4 agosto 2020

#ZimbaweanLivesMatter








Le notizie che arrivano dallo Zimbabwe certificano una situazione preoccupante su vari fronti, a cominciare da quello dei diritti umani sistematicamente calpestati.
Le autorità di Harare hanno preso a spunto - come del resto in altre parti dell'Africa - la pandemia per mettere in atto una spietata repressione.
Ne abbiamo già parlato su queste pagine virtuali di questo blog ma, preoccupano gli arresti arbitrari, gli abusi delle forze dell'ordine spalleggiate dai militari con le quali il governo sta tentando di imbavagliare le proteste delle opposizioni che denunciano una delle facce della crisi: la corruzione.

In questo #focus AfricaLand Storie africane racconta le ultime drammatiche ore vissute dalla cittadinanza che tenta disperatamente di far sentire la propria voce contro gli abusi di potere dei politici e le durissime conseguenze del lockdown causa Covid-19.


-Arresti per imbavagliare il dissenso






L'attuale crisi che colpisce lo Zimbabwe viene da lontano. I cittadini e la società civile sogna (da molto tempo) un radicale cambiamento per rendere il paese africano più moderno, equo e solidale, nonché rispettoso dei diritti umani.
Tuttavia, l'attuale presidente dello Zimbabwe non è mai stato un sostenitore della democrazia e del dissenso politico. Piuttosto, quando era alle dipendenze del vecchio "Compagno Bob" - eroe dell'Indipendenza dalla Gran Bretagna quando ancora si chiamava Rhodesia, indipendenza avvenuta nel 1980 -, al secolo Robert Mugabe, si era macchiato di una di quelle "purghe" per non far cadere il regime della "Famiglia Mugabe" e dell'egemonia delle forze armate. Da allora il suo soprannome è "Coccodrillo".
Salito al potere per sostituire il "vecchio Compagno Bob", Emmerson Mnangagwa si presentò alla cittadinanza promettendo un cambiamento radicale contro la corruzione. Nulla di tutto questo è avvenuto e ora, lo Zimbabwe, si trova in una crisi irreversibile resa disperata anche dalla tragedia del Covid-19.






Da quel giorno (24 novembre) del 2017 le cose sono peggiorate ancor di più: tre anni dopo, lo Zimbabwe è attraversato e quasi colpito a morte, da una corruzione galoppante che ha spinto la cittadinanza (e le opposizioni) a scendere in piazza per denunciare lo stato della situazione.
Mnangagwa però non tollera di essere contraddetto. Odia il dissenso e così, a più riprese, nei tre anni in cui si ritrova al timone dell'ex Rhodesia, ha tentato di "silenziare" oppositori politici, avvocati, giornalisti, artisti, attivisti e scrittori.

La situazione è definitivamente deragliata quando, lo scorso 31 luglio, le opposizioni avevano indetto una marcia per denunciare la corruzione. Il governo - che dipende da Mnangagwa - aveva dichiarato fuorilegge la manifestazione.
In questi giorni però, la società civile, le opposizioni e intellettuali hanno voluto creare una hashtag su Twitter per denunciare quello che sta avvenendo: del resto il governo ha effettuato migliaia e migliaia di arresti con la scusa della pandemia ma l'obiettivo dichiarato è quello di sempre: imbavagliare il dissenso.
#ZimbaweanLivesMatter vuole essere un richiamo sui diritti civili sistematicamente cancellati dal potere e da Mnangagwa.


-Arresti eccellenti

     




La repressione "manu militari" non risparmia nessuno in Zimbabwe. A farne le spese anche grandi scrittori come Tsitsi Dangarembga.

Era finita in manette anche la scrittrice zimbabwese Tsitsi Dangarembga, con in tasca una nomination per il prestigioso premio letterario Booker Prize edizione 2020, uno dei più ambiti riconoscimenti internazionali.






E' stata rilasciata ieri sera insieme ad altri 11 dimostranti, ma dovranno presentarsi davanti al giudice il 18 settembre, perché accusata di istigazione e violazione delle norme sanitarie volte ad arginare il Covid-19.
La sessantunenne scrittrice era stata caricata su un camioncino delle forze dell'ordine insieme a altri manifestanti e portata in un commissariato di polizia di Harare, la capitale dello Zimbabwe.

Ma non è la sola.

Sono finiti dietro le sbarre anche l'avvocato Fadzayi Mahere e Jacob Ngarivhume e, ancora prima, il giornalista d'investigazione Hopewell Chin'ono che aveva scritto articoli per denunciare la corruzione dilagante dei politici e del governo.

Il governo aveva annunciato giorni prima: "La marcia di protesta annunciata per venerdì 31 luglio è un grave atto di insurrezione".
I partiti di opposizione  e le organizzazioni della società civile avevano chiesto alla popolazione di scendere nelle piazze  e nelle strade per protestare contro la galoppante corruzione e l'inflazione che ha raggiunto il 700 per cento.

I poliziotti e i militari erano ovunque, impossibile sfilare in massa: gli organizzatori però non demordono e hanno portato avanti la loro protesta pacifica nelle periferie mentre il centro di Harare era praticamente deserto, altrettanto quello di Bulawayo, la seconda città dello Zimbabwe.
I più indossavano magliette o portavano cartelloni con la scritta #ZanuPFMustGo (il partito al potere, Zanu PF se ne deve andare).

Già nei giorni precedenti alla manifestazione alcuni sindacalisti e giornalisti sono stati arrestati. Altri oppositori sono fuggiti, perché ricercati dalla polizia. Insomma il presidente Emmerson Mnangagwa - detto "il Coccodrillo" -, al potere dal 24 novembre 2017, dopo la caduta del suo storico predecessore ormai deceduto, Robert Mugabe, non tollera obiezioni. Chi lo contesta finisce in galera.
Tra gli arresti eccellenti c'era anche Fedzayi Mahere, avvocato e portavoce del maggiore partito all'opposizione, Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC).
Le forze dell'ordine l'avevano fermata perché manifestava con un cartellone chiedendo giustizia per i giornalisti sbattuti in galera e l'apertura immediata di un'inchiesta per mettere fine agli scandali di corruzione (come aveva denunciato con i suoi articoli Hopewell Chin'ono n.d.t) : e la scrittrice conosciuta a livello internazionale Tsitsi Dangarembga, aveva fatto la stessa fine di Mahere e altri.

Ma gli organizzatori chiedevano di continuare la lotta durante tutto il fine settimana scorso.

-Le tante crisi dello Zimbabwe

Lo Zimbabwe si trova al centro di diverse crisi: oltre  a quella della cattiva qualità della democrazia con ripercussioni pesanti sul piano dei diritti umani, ve ne sono altre che vanno dalla pandemia ai cambiamenti climatici.

Entro fine anno, il 60% della popolazione avrà bisogno di assistenza alimentare: 8,6 milioni di persone si troveranno in stato di necessità a causa dei cambiamenti climatici - siccità e invasione delle cavallette - recessione e pandemia da Covid-19.
Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha lanciato un appello il 30 luglio scorso e ha chiesto aiuti per 213 milioni di euro per poter far fronte a questa crisi senza precedenti.

Un discorso a parte merita il lockdown come conseguenza del coronavirus messo in atto per arginare la propagazione del temibile virus ha messo in ginocchio innumerevoli famiglie in città, dove sono rimaste senza lavoro e quindi senza entrate. Mentre nelle zone rurali la situazione è ancora più disperata.

Lunedì scorso, nell'ospedale centrale di Harare sono venuti al mondo 7 neonati morti in una sola notte. Le emergenze non riescono a essere eseguite nei tempi previsti per la mancanza cronica di personale. Gran parte delle infermiere  e dei paramedici sono in sciopero in tutto il paese, in quanto mancano protezioni contro le pandemie.

E sullo sfondo resta la drammatica situazione dei diritti umani ancor più calpestati da inizio crisi sanitaria, in Zimbabwe, si sono verificati arresti arbitrari, sparizioni extragiudiziali e torture: ricostruire il paese non sarà impresa facile a meno che non si riesca a far dimettere Mnangagwa.
(Fonte.:africa-express;bbcafrica;afp;jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.africa-express.info
-www.bbc.com/africa
-www.jeuneafrique.com    

mercoledì 29 luglio 2020

Guardia costiera libica spara sui migranti










Nuova giornata drammatica quella vissuta ieri dai migranti davanti alle coste libiche. Se ancora qualcuno avesse qualche dubbio circa l'opportunità, da parte dell'Italia, di sostenere economicamente la guardia costiera libica e la condotta assassina di quest'ultima dovrebbe quanto meno aprire gli occhi.

L'inferno libico è addirittura peggiorato causa pandemia: i migranti cercavano di attraversare il Mediterraneo ma, quando si trovavano ancora davanti le coste della Libia, sono stati intercettati dalla guarda costiera.
A quel punto venivano riportati indietro di nuovo nei lager libici. La disperazione dei migranti - una volta arrivati sulla spiaggia - faceva in modo che tentassero una drammatica fuga. Senza speranza.

Sono stati giustiziati senza pietà dai criminali della guardia costiera libica sovvenzionata con i soldi pubblici dei cittadini italiani.

Il bilancio è pesante: 4 migranti uccisi e altri 4 feriti.
Quattro migranti sudanesi sono stati uccisi, e altri 4 feriti, in una sparatoria avvenuta a Khums, Est di Tripoli, durante le operazioni di sbarco.

E' possibile che l'Italia debba sovvenzionare criminali simili? Non sarebbe ora di tagliare questi fiumi di denaro più tutto l'armamentario? E' possibile che l'Italia non si renda ancora conto di essere complice di chi non rispetta i diritti umani oppure bisogna continuare a girare dall'altra parte la testa?
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com  

venerdì 12 giugno 2020

Ancora un rogo nelle baracche per braccianti, a Borgo Mezzanone (Foggia)









Mohamed Ben Ali, bracciante di 37 anni non doveva vivere e morire in queste condizioni. Siamo al quarto decesso per rogo nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia).
Ecco che anche in Italia, la lotta del movimento Black Lives Matter - sull'onda della morte di George Floyd - diventa urgente nel porre fine al razzismo.
E' urgente che le Istituzioni della Repubblica italiana si dedichi in modo serio a garantire dignità, alloggi sicuri e lavoro ben retribuito ai braccianti che lavorano nei campi.
La situazione non è più né sostenibile né tollerabile.
(Fonte.:ansa)
Bob Fabiani
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-www.ansa.it

domenica 1 marzo 2020

Quei fondi europei che pagano i lavori forzati in Eritrea






Questa è una storia che chiama in causa i fondi europei rei di "pagare" i lavori forzati in Eritrea: l'Europa ha dato decine di milioni di euro ad Asmara per investimenti nello sviluppo. Lo scopo è convincere gli eritrei a non emigrare, ma i progetti finanziari fanno discutere.

In questo #Reportage AfricaLand Storie e Culture africane analizza nel dettaglio la difficile situazione del popolo eritreo costretto a convivere con una delle dittature più cruente dell'intera Africa - fatta eccezione per l'Egitto - ; nel paese africano e non da oggi, gli eritrei vivono in un regime che non riconosce né rispetta i diritti umani.
(Bob Fabiani)


I fondi europei pagano i lavori forzati in Eritrea


Nel 2019 l'Unione europea ha destinato circa 22 milioni di euro all'Eritrea nella speranza di arginare l'esodo di migranti da uno dei principali paesi di provenienza dei richiedenti asilo.
Questo denaro è servito a comprare attrezzature e materiali per costruire una strada, un progetto all'apparenza innocuo.

Il problema?

Molte delle persone impiegate nel cantiere stanno svolgendo il servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato e l'Unione non ha nessuno strumento per verificare come viene portato avanti il progetto.

La decisione di assegnare fondi all'Eritrea ha suscitato lo sdegno delle organizzazioni in difesa dei diritti umani. Questo però non ha impedito a Bruxelles di destinare, a dicembre, altre decine di milioni di euro al paese africano, finanziando così un sistema di arruolamento forzato che le Nazioni Unite equiparano alla schiavitù. La seconda quota di aiuti è stata di 95 milioni di euro, una somma senza precedenti e un esempio stridente del dilemma che l'Europa deve affrontare quando cerca  di ridurre drasticamente l'immigrazione.

In Eritrea, un paese del Corno d'Africa con circa cinque milioni di abitanti, chiuso ai rapporti con l'esterno, l'Unione ha scarso controllo sui progetti che finanzia e ha deciso di non condizionare gli aiuti alla promessa di riforme democratiche. Questo denaro proviene da un fondo fiduciario dell'Unione europea per l'Africa da 4,6 miliardi di euro, creato al culmine della crisi dei migranti del 2015 per "affrontare le cause profonde delle migrazioni". Anche se il progetto ha un ampio consenso e il suo obiettivo è per molti positivo, il modo in cui viene realizzato lo sta screditando e fa nascere perfino il dubbio che possa essere diventato controproducente.

Il numero di eritrei che scappano dal paese per chiedere asilo politico all'estero è costantemente alto: dal 2010 almeno cinquemila all'anno hanno presentato richiesta d'asilo in Europa. Nel 2015 e nel 2016 sono stati trentamila all'anno. Secondo l'Eurostat, l'istituto di statistiche europeo, l'80 per cento di queste domande viene accolto. Significa che nella grande maggioranza dei casi i paesi europei riconoscono agli eritrei il diritto alla protezione umanitaria.

I funzionari europei e gli esperti di migrazioni sostengono che gli eritrei continueranno ad arrivare a migliaia, anche se il loro numero è in calo rispetto al picco della metà del decennio scorso. Ma il calo dipende dall'inasprimento dei controlli alle frontiere e dagli accordi con la Libia e la Turchia più che dai soldi spesi in Africa e in Medio Oriente.






Rispetto all'Eritrea i funzionari europei adottano un "approccio a doppio binario": si dialoga con il governo e allo stesso tempo gli si concede denaro, indipendente dal risultato. In totale l'Eritrea ha ricevuto 200 milioni di euro con l'obiettivo di risollevare l'economia locale, creare posti di lavoro, convincere gli eritrei a rimanere in patria e rafforzare l'accordo di pace con l'Etiopia. Nel calcolo però non rientra la pessima reputazione del governo eritreo, considerato uno dei peggiori al mondo per le violazioni dei diritti umani.

Il presidente Isaias Afewerki mantiene in vigore uno stato d'emergenza dal 2000, quando finì una guerra di confine con l'Etiopia. E' questo stato d'emergenza a giustificare il servizio militare obbligatorio, universale e a tempo indeterminato, che non è stato abolito neanche dopo l'accordo di pace del 2018 con l'Etiopia.




"In Eritrea la situazione dei diritti umani resta drammatica", dice Laetitia Bader di Human rights watch. "Il governo continua ad arruolare gran parte della popolazione in un servizio di leva illimitato, e rinchiude in carcere in condizioni disumane moltissimi prigionieri politici".

Gli eritrei sono intrappolati in questo sistema, e nel paese, perché per andarsene è necessario un visto d'uscita. Molti continuano il servizio obbligatorio fino ai quarant'anni, svolgendo attività civili o militari per una paga esigua.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani e le Nazioni Unite si tratta di lavoro forzato. Gli Stati Uniti hanno sospeso da tempo aiuti e finanziamenti allo sviluppo destinati all'Eritrea. La Commissione europea ha dichiarato di essere stata "informata" dal governo di Asmara che nella costruzione della strada sarebbero stati impiegati dei coscritti. Ma il progetto è stato concepito in modo che l'Unione non risulti come quella che paga direttamente gli operai impiegati nei lavori.

"Il progetto copre solo l'acquisto dei materiali e delle attrezzature per ripristinare le strade", è stata la risposta della Commissione europea quando è stata interpellata dai reporter del New York Times.
In ogni caso sia le autorità europee sia l'Ufficio dell'ONU per i servizi e i progetti - a cui è stata affidata la supervisione dei lavori - hanno assicurato "che sono garantiti gli standard minimi per la salute e la sicurezza dei lavoratori". Ma l'agenzia dell'ONU non ha un ufficio in Eritrea e segue il progetto partecipando a visite organizzate dal governo eritreo. Alla domanda su quanti coscritti lavorino al progetto e quanto siano pagati l'agenzia dice di "non avere accesso a questa informazione".
 I reporter del quotidiano statunitense hanno chiesto anche se non crei problemi facilitare un progetto in cui sono coinvolti dei coscritti, e l'agenzia ha detto di "rispettare i principi fondamentali delle Nazioni Unite, tra cui l'eliminazione di ogni forma di lavoro forzato o obbligatorio", ma di aver deciso di procedere ugualmente.

La corsa al Corno d'Africa

Il cambiamento di linea dell'Università europea sull'Eritrea va letto come un tentativo di non perdere terreno in un momento di crescente interesse tra le potenze mondiali per il Corno d'Africa e per la lunga costa eritrea sul mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni hanno creato una grande base su quel tratto di costa per dirigere le operazioni di guerra nello Yemen. Il mar Rosso è anche un punto di passaggio per le navi cariche di merci e petrolio che vanno in Europa attraverso il canale di Suez.

I funzionari respinsabili della politica europea verso l'Eritrea dicono che l'Unione non voleva restare fuori dai "giochi", cominciati dopo la pace con l'Etiopia e l'abolizione delle sanzioni dell'ONU contro Asmara.

"Con il riavvicinamento all'Etiopia e l'abolizione delle sanzioni l'Unione può tentare di favorire lo sviluppo dell'agonizzante economia eritrea e di convincere il governo ad abbandonare le sue pratiche repressive attraverso il dialogo e la pazienza", afferma William Davison dell'International crisis group.

Afewerki ha comunque mantenuto il controllo del paese senza scendere a compromessi e senza dare ascolto alle richieste di cambiamento. Solo di recente il governo di Asmara ha annunciato che il servizio di leva potrebbe essere progressivamente ridotto, quando si creeranno posti di lavoro per i coscritti. L'Unione europea dice di disapprovare il servizio militare obbligatorio di durata illimitata e di "continuare a chiedere la sua riforma attraverso un dialogo più stretto con il governo". "I diritti umani", aggiunge la Commissione, "sono al centro delle politicher esterne dell'Unione".


Il contesto (dalla scuola all'esercito)

Ad agosto del 2019 l'ong Human rights watch ha pubblicato un rapporto sul sistema repressivo usato dal governo eritreo per controllare la popolazione, che coinvolge anche i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori. Nel documento, che si basa sulle interviste a decine di studenti e insegnanti eritrei scappati all'estero, si legge che il governo di Asmara costringe ogni anno migliaia di studenti dell'ultimo anno delle superiori a partecipare a corsi di addestramento materiale. "La situazione nel paese non è sempre stata così drammatica. Dopo l'indipendenza fu creato un sistema scolastico gratuito per tutti fino alla scuola secondaria. Ma dal 2003 il governo costringe una parte significativa della popolazione a partecipare a un servizio nazionale di durata illimitata in cui coscritti a svolgere attività militari o civili per una paga misera. Inoltre gli studenti dell'ultimo anno delle superiori vengono mandati a seguire un addestramento militare nel campo di Sawa, nel nord del paese. Il campo è gestito dall'esercito e gli studenti devono rispettare una dura disciplina, subiscono maltrattamenti e punizioni fisiche anche per le più piccole infrazioni, e sono costretti a lavorare. Succede quindi che alcuni studenti si facciano bocciare apposta per restare nelle classi inferiori, oppure abbandonino la scuola, vivendo però nella puara di essere scoperti: quando un ragazzo viene fermato per strada e non ha la carta dello studente rischia di finire direttamente a Sawa. Dopo il diploma, per molti di questi ragazzi comincia il servizio militare a tempo indefinito. Alcuni riescono a iscriversi all'università e possono aspirare a ottenere incarichi governativi. Ma poi finiscono a fare gli insegnamenti per i giovani del servizio nazionale, con paghe basse e destinati a fare quel lavoro per tutta la vita".
(Fonte.:nytimes; hrw)
Bob Fabiani
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-www.nytimes.com;
-https://www.hrw.org 

martedì 24 dicembre 2019

Disperazione in una corsia di un Pronto Soccorso italiano *






Memento per una Mamma nigeriana, di nome Alima







Scorrono lente le ore. Uguali a se stesse. Intorno volti distanti, ostili. Nessuno disposto a dire una parola di incoraggiamento.
Scorrono lente le ore.
Interno di un nosocomio italiano di provincia, sala del Pronto Soccorso, la mamma venuta da lontano, con il cuore in gola e il respiro affannato spera. Intimamente spera che avvenga il miracolo. E' in attesa che i medici di Sondrio sappiano fare iul miracolo, salvare la sua bimba di appena cinque mesi arrivata in 'Codice Rosso' e in debito di ossigeno.

Silenzio. Sguardi di soppiatto, comunque ostili la squadrano in lungo e in largo. Intorno asettiche colori dell'imminente arrivo del natale.

Scorrono lente le ore.

Alima, mamma venuta in Italia dalla lontana Africa, dal paese più grande e popoloso del continente nero, Alima arrivata a Sondrio dalla Nigeria con la speranza di un futuro diverso. Un futuro di una vita umana, lontano dalla disperazione del paese africano, un futuro legato alla povertà e alla fame.

Storie aftricane che nessunoi ha voglia di ascoltare e capire anche qui a Sondrio.

Scorrono lente le ore dell'attesa : poi, in un attimo tutto accade. E' il momento senza ritorno. Senza possibilità di poter scrivere un finale diverso; il momento supremo, senza appello. La porta che delimita la sala d'aspetto con l'interno del Pronto Soccorso dove i parenti dei malati non sono ammessi se non quando sono direttamente chiamati dai medici, per essere informati della salute dei loro cari.

Momenti confusi, viavai di barelle e di persdonale paramedico, interno spasmodico di una normale giornata di un qualsiasi Pronto Soccorso italiano, echi di pianti e urli inconsalobili di chi ha perso una persona cara.

Ma non a tutti è concesso di esprimere il proprio dolore, non alla mamma nigeriana quando il dottore la chiama e gli comunica che la sua bimba - di cinque mesi non ce l'ha fatta, non è stato possibile salvarla - non è più su questa terra.

Il cuore si ferma. Il cuore sanguina. Il dolore è immenso, lancinante. Un vuoto insormonmtabile si prende tutto e, il respiro di Alima si fa sconnesso, difficile.

Pianto inconsolabile di una mamma.

Tutto intorno diventa ancora più ostile e la mamma è sola con il suo dolore che nessuno ha voglia di condividere. Il suo pianto non è accettato.

Accade tutto in quei momenti dolorosi.

"Fatela tacere scimmia. Tanto ne sfornano uno all'anno".

Cattive si scagliano le voci del disonore di un nosocomio di provincia di un paese chiamato Italia.

La mamma, la donna d'Africa di nome Alima non regisce, lei sta pensando solo alla sua bimba di cinque mesi che non potra più rivedere. Alima stya pensando solo che non sentirà la sua bella voice di bimba d'Africa.

Voce di Mistura (il nome della sua bimba).

Ore dopo incredula ragiona su quello che ha sentito in quel Pronto Soccorso di Sondrio.

"Mistura era il regalo del cielo per essere riuscita a scappare dalla fame, una speranza di una vita umana".

Giornalisti del paese chiamato Italia la cercano per intervistarla : vogliono sapere cosa ha da dire sui dolorosi insulti razzisti che ha subito in quel nosocomio della provincia italiana.



"Se mentre mia figlia moriva qualcuno mi ha insultata perché sono nata in Nigeria, non ho nulla da dire".

                                                  ***


Si avvicinano le ore della festa, le ore del natale e quelle stesse persone che hanno insultato Alima sono tutte impegnate a imbandire la tavola del natale e magari, a mezzanotte andranno anche alla 'Messa di Natale' ... chissà se, in uno slancio di ritrovata umanità sapranno chiedere perdono per il loro gesto di gratuito razzismo.
*AfricaLand Storie e Culture africane con questo 'Racconto di Natale' augura i migliori auguri a tutti i lettori
(Fonte.:ansa)
Bob Fabiani
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-https://africalandilmionuovoblog.blogspot.com

 


giovedì 19 dicembre 2019

Una 'class action collettiva' in #Congo contro i giganti tech








Finalmente dal Congo (RDC) arriva la notizia che squarcia lo spesso muro d'impunità delle multinazionali del settore tech che, in questa e in altre parti dell'Africa, d'accordo con i governi locali; sfruttano il lavoro minorile nelle miniere.

Spesso si tratta di vero e proprio schiavismo : i bambini vengono sottoposti a turni disumani e spesso non hanno la possibilità di veder riconosciuti i loro sacrosanti diritti umani.

Questo lavoro disumano nelle miniere espone i bambini al contatto con sostanze tossiche.

La class action contro i giganti del tech

Cinque giganti del tech sono stati citati in giudizio a Washington l'accusa per queste multinazionali è quella di aver favorito in Congo la morte di bambini impiegati in miniere di cobalto.

Tesla, Apple, Alphabet, Microsoft e Dell sono finite nel mirino di una class action avviata da 14 famiglie del Congo.
(Fonte.:theguardian)
Bob Fabiani
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-www.theguardian.com/uk/news/africa/congo/child-exploitation  

sabato 23 novembre 2019

Bambini malgasci in prigione accusati di aver rubato baccelli di vaniglia in Madagascar






Antalaha è una città di 30mila abitanti sorge al centro delle coltivazioni di vaniglia. Il prezioso nero baccello dal dolce profumo che ha trasformato questa parte del Madagascar - il Nordovest - come la più grande regione di coltivazione della preziosa spezia.
Negli ultimi anni, il valore di questa spezia è aumentato  in modo esponenziale raggiungendo i 600 dollari al chilogrammo (contro i 20 dollari di solo 5 anni fa).








Inchiesta - video di Pumza Fihlani, reporter sudafricana della Bbc


I bambini accusati di aver rubato baccelli di vaniglia in Madagascar possono passare quasi 3 anni nella prigione di Antalaha senza processo  un avvocato.

L'isola è il più grande produttore al mondo di baccelli di vaniglia dove si registra un'industria in forte espanzione, producendo aumenti di furti.




Le condizioni di detenzione in cui sono costretti a sottostare questi bambini - nel penitenziario di Antalaha che, in verità, per come appare nel video denuncia della @bbcafrique somiglia più ai lager libici; ci sono detenuti 180 bambini accusati di aver rubato la vaniglia - sono inquietanti e alcuni ricevono solo un pasto al giorno.

La reporter che firma questa inchiesta - video è Pumza Fihlani e lavora per la Bbc in Sud Africa : è andata a visitare la prigione di Antalaha a Sava, una delle più grandi regioni produttrici di vaniglia del Madagascar all'inizio di ottobre 2019.

Tuttavia, questi bambini, qualunque sia il reato commesso, non dovrebbero vivire in queste condizioni disperate. Il problema è che nella Grande Isola dalla Terra Rossa, rubare la vaniglia - spiega la giornalista sudafricana nel video Bbc - è considerato un "reato gravissimo" dalle autorità malgasce.
(Fonte.:bbcnews)
Bob Fabiani
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-https://www.bbc.com/news/world-africa-49885904/the-children-in-prision-for-stealing-vanilla-in-madagascar    

venerdì 22 novembre 2019

Almaas Elman, attivista per la giustizia sociale uccisa a Mogadiscio












AfricaLand Storie e Culture africane rende omaggio a una grande donna africana, Almaas Elman di nazionalità somala - canadese, era impegnata, con tutta se stessa, senza fermarsi mai, di giorno e di notte; per la giustizia sociale, per la Pace, per i diritti delle Donne e per la riabilitazione dei bambini - soldato, vittime inncenti dell'infinita, cruenta guerra civile in Somalia.

Questo omaggio è necessario dal momento che il prossimo #25N sarà la giornata contro la violenza delle donne in Africa come nel resto del mondo.

Almaas Elman, 30 anni è stata uccisa a Mogadiscio, capitale della Somalia : si occupava della fondazione Elman Peace fondata dal padre Elman Ali Ahmed, assassinato sempre a Mogadiscio nel 1996.

L'agguato

Uccisa con un proiettile alla testa mentre stava recandosi in aeroporto della capitale somala. Paradossalmente, questa parte di Mogadiscio, la fortezza di Halane è considerata tra le più sicure per via della presenza delle forze militari dell'Unione africana (UA).
La giovane pacifista è stata uccisa per il suo lavoro mentre si trovava a bordo di una macchina che la stava portando allo scalo dei voli internazionali di Mogadiscio. Tra l'altro, Almaas Elman era incinta e aveva appena partecipato ad un incontro con la delegazione europea qui in Somalia sulla resilienza delle comunità rurale del paese africano.

Le autorità somale d'accordo con il governo di Mogadiscio ha aperto un'indagine che però non convince più di tanto : qui in Somalia nessuno si fa troppe illusioni.

La fondazione Elman Peace - diretta dalla sorella Ilwaad, candidata all'ultimo Nobel per la Pace - non era vista di buon occhio né a Mogadiscio né nel resto della Somalia.

La storie e l'impegno di Almaas Elman era l'esempio più concreto di quanto, le donne africane stanno provando a riscrivere il copione della storia nel continente : una storia che parla di emancipazione. Questa era la ragione per cui era un instancabile attivista che credeva nella Pace e nella riconciliazione : il suo motto resta ancora oggi scolpito sui muri e risuona nelle parole degli attivisti somali : "Deponete le armi e prendete in mano una penna".

E' una perdita dolorosa quella di Almaas Elman, amata da tutti, e faceva parte di quella parte di società somala, giovane, coraggiosa, che crede in un futuro di bellezza, di Pace, senza la piaga degli attentati.

Ma la strada è lunga e la lotta per la Pace in questo paese del Corno d'Africa necessità dell'impegno di tutti, del resto, qui, imperversa da tempo immemore una drammatica guerra civile e, in perenne ostaggio dei miliziani jihadisti di #AlShaabab (gli stessi che detengono Silvia Romano, la cooperante italiana, rapita in Kenya, un anno fa, il 20 novembre 2018; n.d.t) che detestevano il lavoro di Almaas Elman : per questi miliziani jihadisti non è minimamente tollerabile che una donna possa essere a capo di fondazione e che si occupi a tempo pieno di giustizia sociale.

Finché l'Africa sarà alle prese con questa ondata oscurantista e finché non sarà realmente compiuta una emancipazione completa delle donne africane, il Continente sarà sempre condannato a vivere nella paura, povertà e privo dello sviluppo che favorisca una Pace duratura.
(Fonte.:focusafrica;aljazeera)
Bob Fabiani
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-http://www.focusonafrica.info;
-www.aljazeera.com/english   

giovedì 21 novembre 2019

RDC, la piaga del lavoro minorile (dal #RapportoAnnualeAmnesty)







La Repubblica Democratica del Congo ha purtroppo una lunga tradizione inerente a una delle piaghe orribili che funestano l'intero continente : la piaga del lavoro minorile - ultima notizia in ordine di tempo arriva dal Madagascar, lì, nella Grande Isola dalla Terra Rossa i bambini, sono costretti a lavorare nelle miniere MICA (e nei prossimi giorni pubblicheremo un #reportage su questa drammatica realtà, sempre qui su questo blog), ubicate nel Sud del paese, proprio come in Congo.


Il Rapporto Amnesty






Le ultime stime, in possesso agli attivisti, ricercatori, volontari dell'associazione Amnesty International, emerge un dato agghiaccianto : in RDC, i bambini impiegati nelle miniere del Sud sono circa 40mila.

Sono impegnati nelle cave e nelle miniere per estrarre cobalto, il prezioso minerale usato e utilizzato (dalle multinazionali che fanno capo all'ex potenze colonialiste) per produrre batterie per cellulari e altri dispositivi elettronici.
Si tratta, per questi bambini, di lavori effettuati in condizioni estreme  - si legge nel rapporto di Amnesty - e, molti di loro sono costretti in turni di 12 ore al giorno, privi di protezioni. Anche le piu elementari percependo salari da fame.

La condizione di questi bambini è quella di schiavi.

Lavorando in queste condizioni rischiano incidenti e spesso, se si ribellano sono soggetti a violenze. Picchiati e maltrattati dalle guardie della sicurezza che agiscono in combutta con proprietari delle miniere.

Sono bambini condannati alla schiavitù.

Contesto e mancanza di diritti umani (#RapportoAmnesty)

Nella Repubblica Democratica del Congo il rispetto dei Diritti Umani è peggiorata in modo esponenziale. Le cause sono molteplici e di lunga data.
In primis : la cosiddetta "questione del Kasai". Qui, in questa regione, divampa una cruenta guerra civile. Ha causato migliaia di morti e, almeno 1milione di sfollati interni che, si aggiungono, all'avanzare della crisi dei cambiamenti climatici, come recentemente è accaduto in Sud Sudan, letteralmente inghiottito da disastrose piogge torrenziali.
A causa di questo conflitto, sono stati costretti  - scrive ancora Amnesty - alla fuga almeno 35mila persone, emigrate, nella vicina Angola.

Nell'Est della Repubblica Democratica del Congo, imperversano vari gruppi armati : sia delle forze governative (accade anche nel Mali, Nigeria e in altre parti del continente) che da gruppi autonomi di rivoluzionari jihadisti. A farne le spese sono i civili. E' saccheggiato impunemente il territorio, sfruttando così, illegalmente, le risorse naturali.

(Scenario simile alla Libia e alla Somalia, nota aggiunta da AfricaLand Storie e Culture africane n.d.t).

In questo quadro, oltre a saltare il rispetto dei Diritti Umani, vengono calpestati e disattesi i Diritti alla Libertà d'espressione, all'associazione e riunione pacifica. I difensori dei Diritti Umani e i giornalisti sono stati vittime di vessazioni, intimidazioni, arresti arbitrari e omicidi.

(Come accade in Eritrea e in Tanzania e nell'Egitto del presidente-dittatore Al Sisi, nota aggiunta da AfricaLand Storie e Culture africane, n.d.t).

Ultima questione : in RDC si è consumato anche il "conflitto del Kivu", iniziato nel 2004 e terminato nel 2008, ha lasciato ferite profonde mai risanate.
Nel 2004-2008, si aprì una grave crisi tra governo e i ribelli di Laurent Nkunda nel Nord e nel Sud del Kivu.

Il 25 novembre 2008, l'Osservatorio per i Diritti Umani accusava, l'ex presidente Joseph Kabila di aver soppresso più di 500 oppositori politici, in meno di due anni.

Tutte queste crisi, non fanno altro che alimentare e rafforzare il sistema neoliberista - vero volano - per la piaga del lavoro minorile in Congo.

L'appello Amnesty alle autorità del Congo

"Signor Presidente (dal 2018 è Felix Tshisekedi),
le scrivo come sostenitore di Amnesty International, l'organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei Diritti Umani. Il lavoro minorile e altre violazioni dei Diritti Umani hanno macchiato l'industria mineraria per troppo tempo. La invito a rimuovere i bambini dalle miniere artigianali e a mettere in atto misure per affrrontare la salute dei bambini, i loro bisogni fisici, educativi, economici e psicologici. 
Grazie per al'attenzione".

AfricaLand Storie e Culture africane invita tutti i lettori di questo blog a sottoscrivere, firmare (è possibile falo dal sito di Amnesty; n.d.t) questo appello al quale abbiamo aderito.

La buona notizia di Amnesty International

Il costante lavoro di ricercatori, attivisti, volontari di Amnesty ha prodotto una buona notizia : "Entro il 2025 niente più bambini nelle miniere RDC".
(Fonte.:amnesty;africalandilmionuovoblog)
Bob Fabiani
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-www.amnesty.it;
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lunedì 4 novembre 2019

#MemorandumItaliaLibia, le 6 domande senza risposta






Due giorni dopo la scadenza del "Memorandum Italia / Libia" che resterà in vigore per altri 3 anni iniziano a emergere una serie di quesiti che non hanno ricevuto risposta, né dal governo in carica né dagli esponenti che componevano l'esecutivo Gentiloni che firmò il Memorandum.

Prima di riportare i 6 quesiti ci concediamo una piccola riflessione : l'attuale governo italiano - detto "Conte bis" - era nato per porre rimedio alle derive reazionarie e dichiaratamente razziste del precedente ma, ha fallito su tutta la linea. La riprova si è avuta con il #MemorandumItaliaLibia : era chiaro che quell'accordo non doveva essere riconfermato se non altro perché, in questo modo, l'Italia si rende complice delle condizioni disumane dei lager libici che per altro contribuisce a sovvenzionare con soldi pubblici dei cittadini.
Il governo è andato dritto per la sua strada, non ha minimamente preso in considerazione gli appelli delle associazioni che si battono in favore dei diritti umani; si è limitato ad annunciare un laconico "cambiamento" dell'accordo senza per altro spiegare quali parti e sopratutto in che modo sarà cambiato.
Intanto la guardia costiera libica ha mandato un messaggio eloquente al governo di Roma : "L'accordo è nell'interesse dell'Italia tanto quanto della Libia, siamo le prime vittime delle migrazioni incontrollate nel Mediterraneo".

Quella stessa guardia costiera che è guidata, sostenuta dalle milizie che torturano, stuprano, schiavizzano i migranti.

Le 6 domande senza risposta


  1. Chi erano i membri della delegazione libica?
  2. Chi ha selezionato i componenti della delegazione?
  3. Chi ha fatto circolare la falsa notizia sui documenti di Bija?
  4. Qual è stato il programma della delegazione?
  5. Quali ministeri visitati. Quali funzionari ha incontrato? A che scopo?
  6. L'Italia potevanon sapere chi fosse Bija?



Brevi cenni di un trafficante a capo delle guardia costiera libica


Abdul Rahman Milan "Bija" è il classico "uomo dei misteri", 30 anni, è il cugino di Mohammed Koshalaf, capo della milizia Al Nasr, che gestisce i lager per migranti, i barconi ma sopratutto il petrolio.

Delegato del governo

A maggio 2017 mentre in occidente è già considerato un trafficante, Bija si presenta in Italia, con una dozzina di persone, a un vertice con le forze di polizia italiane in rappresentanza del governo lbico.

Comandante delle vedette


E' emerso chiaramente e in modo ufficiale che Bija è stato riconfermato Comandante della guardia costiera di Zawiya : in un primo momento è stato sospeso, era il 2018. Ma è durato poco, adesso, un anno dopo, è stato riconfermato nel suo incarico.
Per l'ONU e la comunità internazionale è un "pericoloso ricercato" ... e allora come è possibile che l'Italia abbia potuto rincofermare l'accordo con un simile personaggio?

L'unica spiegazione plausibile riconduce ai "superiori interessi nazionali", leggi il petrolio.
(Fonte.:avvenire)
Bob Fabiani
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-https://www.avvenire.it

venerdì 1 novembre 2019

Segreti e misfatti del #MemorandumItaliaLibia







Mancano soltanto poche ore alla data del 2 novembre, giorno nel quale, il 'Memorandum' si rinnoverà (tra Tripoli e Roma, n.d.t) seppure con alcune modifiche; è ormai sempre più chiaro che, in quell'accordo esistono molti lati oscuri.

Di quanti soldi si parla?

Nessuno sa quanti soldi siano partiti dalle cancellerie europee verso la capitale libica, né quanti altri prenderanno la stessa via.

Un segreto ben custodito che, se non fosse stata per la campagna d'opinione di alcune associazioni che si battono in difesa (e per il rispetto) dei diritti umani, la cittadinanza italiana non avrebbe scoperto.

Certo le informazioni sono poche ma qualcosa è trapelato ed è sufficiente per richiedere l'abbandono 'totale' dell'accordo tra Roma e Tripoli.


Parla Bija

Il guardiacoste e presunto trafficante Abdurahman al Milad, nome di battaglia Bija, aveva accennato a una "trattativa di anni" tra Italia e Libia in una lunga intervista concessa a l'Espresso e, ribadite in un colloquio con @Avvenire - scrive @NelloScavo -.
Bija sapeva quel che diceva. Proprio nel 2008, infatti, il trattato di amicizia firmato da Gheddafi e Berlusconi prevedeva che l'Italia impiegasse 5miliardi di dollari in aiuti.

Un impegno mai venuto meno.

In cambio, Tripoli si sarebbe impegnata a intensificare i pattugliamenti in mare e via terra per fermare i migranti.


Conseguenze del trattato riconfermate dal Memorandum


Quel trattato poi, ha favorito la violazione sistematica dei diritti umani, oramai accertato anche in sede ONU : rinnovato nel 2012 (dopo la destituzione di Gheddafi nella guerra Nato del 2011 n.d.t) e ribadito poi con il 'Memorandum 2017'; lo stesso che verrà prorogato domani 2 novembre per altri 3 anni senza condizioni (a parte qualche blanda modifica).

Non ci sono molte cose certe ma, una di queste e qualla, secondo la quale Roma, negli ultimi anni, ha elargito ai libici almeno 150 milioni solo per la cosiddetta guardia costiera e per "migliorare" le condizioni dei diritti umani.
Peccato che il risultato a cui giungono ONU e UE è perentorio : i lager libici, i campi di prigionia sono irriformabili, e vanno tutti chiusi.

Il 20 marzo 2017 - scrive nella sua inchiesta il giornalista italiano @NelloScavo -  il premier libico al Serraj ha presentato una lista della spesa mai ritoccata. Valore, oltre 800 milioni di euro : 10 navi, 10 motovedette, 4 elicotteri, 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 fuoristrada, 15 automobili accessoriate, almeno 30 telefoni satellitari ed equipaggiamento militare non sottoposto all'embargo sulle armi vietato dall'ONU.


I due documenti ufficiali del finanziamento delle milizie libiche

Ma sullo sfondo c'è ben altro.





Spuntano due documenti - scrive @NelloScavo sulle pagine del quotidiano @Avvenire - che confermano, inequivocabilmente, il finanziamento alle milizie libiche.

E' una brutta storia tra diritti umani calpestati e, in quella sporca del petrolio contrabbandato a tonnellate verso l'Europa che lascia sbarcare i barili di frodo ma abbandona in mare i migranti.

La fotografia che certifica il 'fallimento totale' di questa Europa cinica e sempre più disumana.





Ma è anche una storia che parla di euro che ricoprono d'oro i capi milizie. Questa fiumana di euro finanziano la guerra civile infinita che vede contrapposti da una parte al Serraj e dall'altra il generale Haftar.

L'appello del 'Tavolo asilo' al governo italiano per non rinnovare il Memorandum







In questi giorni che precedono la data del 2 novembre, attraverso il 'Tavolo asilo' molte associazioni hanno indetto una confernza stampa con il dirigente nazionale Arci Filippo Miraglia erano presenti i giornalisti Nello Scavo e Francesca Mannocchi : grazie al loro prezioso lavoro, in questo paese, si è potuto infrangere il 'muro di gomma' che vuole la narrazione del tutto falsa su "Tripoli porto sicuro"; l'obiettivo era quello di richiamare il governo a disattendere, cancellare l'accordo del tutto inaccettabile con la Libia. Anche Africaland Storie e Culture africane richiama il governo Conte (bis) a interrompere questo scempio.

E' giunto il momento di interrompere questo 'Memorandum' che getta un ombra inquietante sull'Italia : non è più possibile essere complici di torture, violenze e stupri contro i migranti : ci sono ancora alcune ore per non essere più gli artefici della violazione sistematica dei diritti umani negli infernali lager libici.
(Fonte.:avvenire;repubblica;ilmanifesto)
Bob Fabiani
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venerdì 4 ottobre 2019

Lettera aperta alle Istituzioni italiane : "Riportate a casa Silvia Romano"








Sono passati dieci mesi dal rapimento di Silvia Romano avvenuto in Kenya. Abbiamo atteso invano che le Istituzioni della Repubblica italiana - tutte nessuna esclusa - informassero la cittadinanza ma, questo, a oggi, non è avvenuto.
Una risposta plausibile non l'abbiamo trovata per questo prolungato, inquietante silenzio che ha avvolto tutta la vicenda legata a Silvia.
A questo punto, dalle pagine di questo blog, come cittadini di questo Paese chiamato Italia vogliamo inviare un appello a tutte le Istituzioni: i cittadini e, ancor di più la Famiglia Romano; hanno il diritto di essere correttamente informati. Anche e sopratutto in relazioni alle ultime indiscrezioni di stampa trapelate, non più tardi di qualche giorno fa; in cui si fa riferimento al fatto che Silvia "sarebbe costretta a un matrimonio islamico".
Perché nessuna delle cariche dello Stato, al pari delle Istituzioni della Repubblica italiana, ha sentito il dovere di parlare alla cittadinanza?
In fondo l'appello che vogliamo inviare è molto semplice: è arrivato il momento che intorno alla vicenda di Silvia Romano cessi questo stato di "censura", di inquietante silenzio. 

Ma non solo.

AfricaLand Storie e Culture africane con questa "lettera aperta" chiede una informazione "completa", qualificata anche e sopratutto su un punto fondamentale: dov'è Silvia?
E una volta stabilito dove si trova la cooperante milanese, le Istituzioni di questo Paese hanno il dovere morale di riportare a casa Silvia Romano
Non c'è da perdere neanche un momento e un attimo in più.
(Fonte.:africalandilmionuovoblog)
Bob Fabiani
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mercoledì 18 settembre 2019

Sudafrica, cosa si nasconde dietro le violenze contro le donne e gli attacchi xenofobi ai #migrantiafricani?










"Non c'è una vera rivoluzione sociale finché la donna non sarà liberata"
                                                              - Thomas Sankara - 





Il Sudafrica sta vivendo una stagione complicata, forse, la più difficile da quando, 25 anni fa, veniva chiusa per sempre la vergognosa stagione - lunga e amara - della dittatura dell'apartheid per mano dei bianchi boeri.

Che cosa sta accadendo dunque a Cape Town, Durban o Johannesburg ?

La lunga spirale di violenza in Sudafrica è sempre esistita : già 25 anni fa, mentre il "Padre spirituale della patria", Nelson Mandela era impegnato nel tentativo di riconciliazione nazionale, gli scontri, le violenze, erano all'ordine del giorno. A quei tempi si parlava del retaggio della lunga stagione del regime boero.

Ma oggi? Quali sono le cause di questa pericolsa deriva sociale che investe tutta la società civile sudafricana e, in qualche modo, riportando in circolo la paura che possa tormnare la stagione amara e ingiusta dell'apartheid?

In questo post cercheremo possibili risposte.


Possibili cause per una crisi di sistema

Partendo in questo viaggio-inchiesta non possiamo non affrontare due questioni strettamente legate tra loro. E' indubbio che il "gigante africano" - come a volte viene chiamato il Sudafrica paga la crisi economica che ha riportato in seno alla popolazione sudafricana, il pesante spauracchio del ritorno dell'apertheid.  Ma sarebbe riduttivo però raccontare ciò che accade solo da questa angolazione. In questa storia ci sono anche "altre voci". Una di queste è la corruzione delle élite e qui, si arriva al vero nodo del declino sudafricano.

Anche guardando il risultato delle ultime elezioni che si sono svolte qualche mese fa certificano il declino dell'Anc - African national congress che paga la tremenda stagione di Jacob Zuma. Gli analisti, al termine della tornata elettiva avevano chiosato e sostanzialmente convergendo su un punto : se l'Anc e Ramaphosa fosse stato in grado di dare risposte ai problemi dei sudafricani e, se, in tema economico, il presidente fosse in grado di mettere in circolo scelte coraggiose (ma nella direzione auspicata dall'FMI n.d.t).

Passati alcuni mesi dal voto, sostanzialmente il quadro sociale della "Nazione Arcobaleno" si trova  - se possibile - in una crisi ancora più scivolosa e che mina, un giorno dopo l'altra, la tenuta democratica del Sudafrica.

Tutto ruota intorno alla crisi economica - finanziaria che anche qui, in Sudafrica come nel resto del Continente e come accade in occidente, i politici invece di dare risposte, di mettere in campo politiche efficaci per i cittadini preferiscono abbandonarsi a un pericoloso, inaccettabile "populismo sudafricano" contro i migranti africani (sopratutto provenienti dalla Nigeria n.d.t).

Tutto secondo copione.

Eppure queste violenze ci parlano di qualcosa di altro perché le pulsioni distruttive di chi tutto il santo giorno si sente "aizzare all'odio" contro gli stranieri possono dare il colpo definitivo al "gigante africano" sempre più in affanno al pari degli altri paesi del Brics.

Quando in seno alla società si vive un prolungato stato di crisi accade sempre che il tessuto sociale della società civile finisca inevitabilmente in affanno. Saltando, uno dopo l'altro, punti di riferimento e capisaldi. Se avanza l'insicurezza economica è la violenza che prende piede anche e sopratutto in seno alle faniglie.

Accade anche in Africa e in questo Sudafrica sfibrato, disorientato, alla deriva.


Violenze contro le donne


Ogni giorno nel paese vengono commesse più di 100 aggressioni sessuali, e lo scorso agosto più di 30 donne sono state uccise dai loro mariti e compagni.

Un dato drammatico, sconvolgente che da solo racconta in modo più efficace di tante tesi di illustri sociologi.





Il 5 settembre, giovedì, migliaia di donne sudafricane hanno manifestato per le strade di Cape Town per protestare  contro le violenze sulle donne e contro l'incapacità del governo di affrontare il problema.
Erano  vestite di nero e viola, alcune indossavano catene come simbolo della repressione e hanno marciato compatte verso la sede del Parlamento sudafricano per poi puntare il Centro Congresso dove, in contemporanea si stava svolgendo il Forum Economico Mondiale (puntualmente ignorato dai media iatlaini).





"E' il mio corpo, non la tua scena del crimine" , questo uno degli slogan che le donne sudafricane hanno ripetuto durante la marcia e per gran parte della giornbata di lotta che, tuttavia, promette di non essere l'ultima.

Ogni giorno in Sudafrica, raccontano i dati ufficiali, vengono commesse almeno 137 aggressioni sessuali. Qualche giorno fa, la ministra delle Donne, Maite Nkonna - Mashabare, ha detto che soltanto lo scorso agosto più di 30 donne sono state uccise (quindi confermando lo sconvolgente dato) dai loro mariti e compagni.

Durante la manifestazione, l'attivista Lucinda Evans ha detto che la lotta contro la violenza di genere deve essere impegno quotidiano, e rivolgendosi alle ministre del proprio governo ha detto :

"Quando comincerete  a considerare responsabili questi uomini che lo hanno così tanto deluse?".

 E ancora :

"Se questo governo non ci protegge, noi, come donne sudafricane, li porteremo davanti alla Corte costituzionale".

Ramaphosa, costretto a improvvisare un discorso davanti ai manifestanti promettendo una serie di misure contro gli stupri e i femminicidi : "Gli uomini che uccidono e violentano devono rimanere in prigione per tutta la vita" e che "la legge deve cambiare".

Le proteste sono state raccontate sui social  con gli hashtag #NotInMyName #AmINext e #SAShutDown.

Numeri agghiaccianti

Il Sudafrica è il Paese col più alto numero di casi di violenze sulle donne a livello mondiale. Mediamente uno ogni 6 ore.

Quale sono le cause?

La violenza sulle donne è frutto del degrado portato dalla povertà e dalla mancanza di servizi e infrastrutture.

In Sudafrica il 40% degli uomini ha picchiato la propria compagna e un uomo su quattro ha commesso un reato sessuale. Anche se solo il 2% sporge denuncia, la violenza contro le donne è un fenomeno in continua crescita e addirittura un quarto delle donne ha subito percosse o molestie.

Nel Sudafrica, migliaia di madri giovanissime, subiscono violenze inaccettabili dai loro mariti e compagni (non sono risparmiati neanche i bambini). Ferite e scoraggiate, non hanno quasi mai la forza di fuggire, perdendo a poco a poco la voglia di vivere.

Questa diffusa e insensata violenza contro le donne è causata sopratutto dalla povertà. Le donne non hanno istruzione, non hanno un lavoro e dipendono completamente dai loro mariti. Per questo, anche se vengono picchiate e abusate rimangono con loro, perché non hanno nulla.

L'ultimo femminicidio

L'ultimo caso, è vittima una studentessa 19enne dell'università di Cape Town, ha suscitato polemiche e proteste in tutto il paese. Anche in questa altra triste vicende e storia, spicca l'inazione del governo e dell'Anc : sarà meglio che Ramaphosa trovi risposte efficaci altrimenti il caos sarà certo.






Dietro le violenze xenofobe


Il Sudafrica paga le conseguenze dell'ultima ondata di attacchi contro i negozi e le attività gestiti da stranieri. Dal 1 settembre almeno 12 persone sono morte nelle violenze scoppiate intorno a Johannesburg. Altre 400 sono state arrestate. Gli attacchi hanno scatenato dure reazioni in vari paesi africani, in particolare quelli d'origine delle vittime. In Nigeria ci sono state proteste  contro le sedi di aziende sudafricane, tanto che Pretoria ha dovuto chiudere temporaneamente in rappresentanza diplomatiche nel paese.

Una compagnia aerea nigeriana ha mandato due aerei in Sudafrica per rimpatriare 600 connazionali.

Il Mail & Guardian scrive che le autorità stanno indagando sugli attacchi xenofobi, simili a quelli avvenuti nel 2008 e nel 2015, per capire se siano il frutto di una campagna per delegittimare il presidente.Cyril Ramaphosa. In particolare i servizi d'intelligence stanno facendo chiarezza sul coinvolgimento dell'All truck drives forum, un'associazione di camionisti che avrebbero deliberatamente aggredito  i conducenti stranieri, capro espiatorio di una serie di rimostranze contro il governo.
(Fonte.:mail&guardian; jeuneafrique; repubblica; ilmanifesto; ilpost)
Bob Fabiani
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-https://mg.co.za;
-www.jeuneafrique.com;
-www.repubblica.it;
-www.ilmanifesto.it;
-www.ilpost.it