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venerdì 9 novembre 2018

#MadagascarDecide: E' 'testa a tasta' dopo il 1°turno alle Presidenziali del #7N tra Rajoelina e Ravalomanana.




A due giorni dalle elezioni presidenziali in Madagascar, si profila un serrato ballottaggio per incoronare il "nuovo-vecchio Presidente" che sarà chiamato a guidare la #ResIsland.

Il ballottaggio è previsto per il 19 dicembre, intanto, la Ceni - Commissione Elettorale Nazionale Indipendente del Madagascar conferma le "tendenze di voto" emerse a caldo, subito dopo la chiusura dei seggi (almeno dei malgasci che hanno potuto esercitare questo diritto ... irrinunciabile ... dato che, non sono state poche le denunce dei cittadini che hanno visto debellati i loro nominativi dalle liste elettorali); la Ceni  pubblica le intenzioni di voto, ossia, i risultati di 490 seggi (su 24.852 distribuiti in tutta l'isola).

Siamo evidentemente parlando di risultati provvisori ma, comunque indicativi (e chiari): Rajoelina ha guadagnato il 44,57% dei voti ed è seguito da Ravalomanana al 40,71% delle preferenze del voto popolare.
Terzo e sonoramente bocciato è Hery Rajaonarimanpianina capace di intercettare un misero 3,55% di consensi.
Il resto, ossia i 33 candidati ammessi al 1°turno oscillano tra l'1,01% (Paul Radary) e lo 0,12% (Arlette Romaroson).

Si apprende, per altro che la Ceni pubblicherà i risultati provvisori entro e non oltre il #20N eppure, molti analisti (del voto, anche stranieri) compresi gli organi di informazioni malgasci, sono certi che verrà disatteso.
(Fonte.:lexpressmada;midi-madagasikara)
Bob Fabiani
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-www.lexpressmada.com;
-www.midi-madagasikara.mg  

giovedì 8 novembre 2018

Quale America dopo il #midterms2018?



Le elezioni di metà mandato sono da sempre uno snodo per le amministrazioni americane; rappresentano uno spartiacque tra un "prima e un dopo" e, a maggior ragione dopo questa tornata di #midterms2018.
Le ragioni sono molte ma, la più evidente è rappresentata dall'impennata dell'affluenza ai seggi: tanto da renderla "la più importante di sempre", come hanno riconosciuto tutti i mezzi di informazione statunitensi.
In un primo momento il responso del voto è stato improntato sul "pareggio tra il #vecchioGop e i #DemUSA" ma, in realtà non si è trattato di un pareggio.

Non poteva esserlo perché #TheDonald aveva giocato la carta - alquanto disperata in verità - del "Referendum intorno e sul mio nome" e lo ha perso. La caduta, l'impasse, la battuta di arresto investe tutto ciò che rappresenta il #Trumpismo e, l'eccezionale affermazione di nuovi protagonisti della politica americana (tutti nelle file dei Democratici USA n.dt), giovani, donne, socialiste e musulmane nonché provenienti dalle file dei latinos (tra i più odiati da #TheDonald n.d.t) e persino dalle file della Somalia (tra i Paesi messi al bando in tema di migranti e migrazioni n.d.t).

A essere sconfitta è dunque la visione del mondo che sta dietro al #Trumpismo e già da oggi rischia di mandare in confusione il presidente che, è bene ricordarlo, è riuscito ad arrivare alla Casa Bianca senza il consenso popolare degli americani.
Non abbiamo dovuto attendere troppo e troppo a lungo per registrare il latente, strisciante nervosismo di Trump quando ancora le urne (e lo spoglio dei voti) non era stato ultimato; il presidente che si nutre di odio razziale e di spinte decisamente fasciste, ha pensato bene di metter mano ai suoi deprimenti "cinguettii" per redarguire - a suo dire - quella parte dei Repubblicani (alla Camera n.d.t) che non lo hanno seguito, assecondato e per questa ragione (secondo lo scolastico modo di pensare del presidente) hanno perso il controllo di uno dei rami del Congresso.
Nell'incontro con la stampa poi, ha inscenato la solita scomposta sceneggiata per ribadire la stessa cosa di sempre: "I mezzi di informazione hanno scritto e continuano a scrivere falsità e per questo alla Camera hanno vinto i Democratici"; non contento di aver veicolato, per l'ennesima volta, la destabilizzante idea estremista (tanto cara a quegli ambienti razzisti e suprematisti bianchi di cui si nutre il suo deprimente esercito ...) secondo la quale, tutti i mezzi di informazione sono falsi, falliti ( e dunque vorrebbe vederli per sempre chiusi, messi al bando ...); in un crescendo indegno di un presidente, ha intimato ai suoi cortigiani di chiudere il microfono alla giornalista che si era permessa di fargli notare come la sua crociata contro la #CarovanaMigrante sia stata la causa di tante affermazioni di donne che affondano le loro radici proprio da "storie migranti".

All'indomani della vittoria che lo portò alla Casa Bianca furono proprio le Donne americane a capire cosa poteva rappresentare la vittoria del #Trumpismo e furono sempre le Donne a organizzare la prima marcia contro il presidente più razzista e apertamente contro tutte le donne. Il risultato, due anni dopo arriva proprio dalle elezioni di metà mandato: è cresciuta una generazione di giovane donne attiviste e socialiste che hanno saputo rinnovare, scuotere (dal profondo e dal basso) tutti i capisaldi che tenevano ben saldo tra le mani quel partito che, all'indomani delle #Presidenziali2016 sembrava per sempre messo al tappeto.
Sono queste donne che arrivano da lontano, direttamente dal dramma delle migrazioni ad aver posto le basi per far trionfare un America diversa, solidale e disposta a lottare per far emergere il rispetto dei Diritti Umani; sono queste donne ad aver squarciato ( e punito severamente la presunzione, l'arroganza di questo presidente), la fitta e spessa coltre di nebbia che avvolge l'America e, infine aver posto le basi per abbattere quel #Trumpismo segno tangibile di un accertato declino per gli Stati Uniti d'America.

La strada è lunga e difficile ma ora il Partito Democratico USA deve seguire la strada tracciata da queste donne, da queste storie, da questa storia che affonda le radici in quel socialismo che, principalmente, si fa portavoce di chi non ha tutela; di chi si trova ai margini delle sfavillanti luce di plastica della pubblicità veicolo e cassa di risonanza di quel "Capitalismo morente" fautore di tanti drammi. I Democratici USA dovranno avere il coraggio di prendere sempre più posizioni di sinistra radicale per sconfiggere definitivamente il #Trumpismo senza avere rimpianti per le posizioni centriste e moderate, ormai fuori tempo.
Trump ha capito cosa lo aspetta: sa perfettamente che queste donne lo incalzeranno proprio sul suo terreno preferito e, inoltre sa che aver perso il controllo sulla Camera lo costringerà a dover dare conto dei tanti scandali dei conflitti di interesse che avvolgono il suo nome e, sopratutto sa benissimo che lo "scandalo del secolo", il #RussiaGate d'ora in avanti non sarà più contrastato dai parlamentari e, alla fine potrebbe travolgerlo: per questo a urne non ancora chiuse si è scagliato contro Session pretendendo le dimissioni.
E' evidente che la "guerra a bassa intensità" che vede contrapposti orde di suprematisti bianchi e gli antifascisti è destinata a divampare e dilagare ma, ora,ci sono un numero di nuove deputate che non si faranno intimorire perché hanno un compito importantissimo da svolgere, quello di cambiare profondamente questa America allo stremo, questa America ripiegata su se stessa e che è stanca di odio razziale e di apartheid.
(Fonte.:nytimes.com)
Bob Fabiani
Link
-www.nytimes.com



  

Madagascar, Elezioni Presidenziali: disattesa la richiesta di 'cambiamento' dei malgasci





Il #7Novembre i malgasci sono stati convocati alle urne per votare il nuovo presidente della Repubblica malgascia e, il responso - almeno quello relativo all'affluenza ai seggi - ha già emesso un verdetto: a votare sono stati il 47,18% degli aventi diritto al voto; per cui il dato evidenzia una bassa affluenza, secondo quanto riporta Ceni.




Questo dato è figlio della crisi istituzionale che si è materializzata in Madagascar nei mesi scorsi - di cui ci siamo ampiamente occupati su queste pagine virtuali - ; una crisi legata al fatto che la #GrandeIsolaDallaTerraRossa è attraversata da una insistente "voglia di cambiamento"; un cambiamento auspicato dalla maggioranza del popolo malgascio.

Nei mesi scorsi (leggi le manifestazioni di protesta andate in scena non solo nella capitale #Antananarivo n.d.r) sopratutto le nuove generazioni, gli studenti, ma anche le donne malgasce hanno fatto sentire la loro voce, in merito al fatto che, l'appuntamento elettorale coincidesse con l'inizio di un cambiamento reale che, finalmente, rispondesse concretamente ai bisogni sociali della società civile.

Ma tutto questo è stato ignorato, disatteso.



  


-Presidenziali per "Soliti Noti"


La bassa affluenza alle #Presidenziali2018  è dovuta anche dal fatto che si è deciso di votare in una giornata lavorativa quasi che le élite del Potere, quelli che detengono e dispongono di ingenti somme di denaro, al pari, di imprenditori senza tralasciare gli investitori stranieri sembra come se sia fatto a gara per creare una sorta di "zona cuscinetto" tra quello a cui aspira la popolazione malgascia (e i l resto ... evidentemente gli interessi non convergono); in pratica, dalle parti di Tana (come chiamano la loro città gli abitanti di #Antananarivo n.d.t) è andata in scena la solita "partita": da una parte il "Capitalismo morente" e dall'altra parte, dall'altra sponda, tutti gli altri che arrancano, disillusi e sempre più sfiduciati.

In un contesto del genere allora, oltre a questo dato dell'affluenza bassa, non può sorprendere che, al termine del primo turno di queste Presidenziali ci siano " i soliti noti", i candidati arcinoti e già perdenti, nel senso che, il loro fallimento - alla guida del Madagascar - è cosa già accertata dai fatti.

Al termine della giornata di voto - andata in scena il #7N - i risultati parziali dicono che i due candidati presidenziali, Andry Rajoelina e Marc Ravalomanana, sono i protagonisti di un "testa a testa" dopo i primi risultati, molto parziali, emessi dalla Commissione Elettorale malgascia.



E dunque chiunque vinca al prossimo ballottaggio - che si terrà nel mese di dicembre - sarà un qualcosa di già visto, già sperimentato e che non lascia molto spazio né può dare rassicurazione sul futuro del Madagascar.

La campagna elettorale è stata di basso livello - ma ormai questa è una costante in questi tempi malati e reazionari - e non costituisce certo una novità se nella #GrandeIsolaDallaTerraRossa si sia parlato poco e male degli interessi collettivi del popolo malgascio : a ogni latitudine, ormai, possiamo certificare che la Democrazia è in sofferenza tanto da essersi trasformata in qualcosa di molto diverso e inquietante, a maggior ragione durante una campagna elettorale che si svolge in #Africa.

Anche qui, a Tana, per tutta la giornata di ieri, si sono rincorse voci di brogli elettorali quel che sappiamo, al momento di scrivere questo post, sono le notizie inerenti al mancato diritto di voto che molti elettori malgasci hanno subito, causa molti uffici erano chiusi e quindi chi aveva necessità di ritirare i documenti validi per esprimere il proprio voto hanno dovuto rinunciare.

La domanda che dobbiamo porci è la stessa che su queste pagine avevamo avanzato quando, le autorità malgasce per sedare la rabbia popolare all'indomani della discutibile scelta di cambiare le regole per la partecipazione alle Elezioni del #7N; avevano messo in atto una repressione poliziesca: a chi fa paura la voglia di cambiamento del popolo malgascio?

A distanza di più di sette mesi siamo in grado di capire a chi, nel Madagascar, non è andato a genio che la società civile, i giovani, gli studenti e le donne, si siano spinti a chiedere un cambiamento radicale che metta al primo posto la democrazia, pari opportunità, giustizia ma anche possibilità di lavoro e di salari dignitosi oltre al rispetto dei diritti umani e sociali così a lungo disattesi.

Ma di tutto questo non si è parlato durante la campagna elettorale perché gli interessi degli investitori stranieri non collimano con quelli del popolo malgascio e anzi vanno nella direzione dell'austerità tanto cara ai "soliti noti" del Fondo Monetario Internazionale.

E la democrazia resta pura illusione e, nella più rosea delle aspettative resta sospesa, ingessata oppure si trasforma in qualcosa di ibrido, inquietante, diventando "Democratura".

Allora avanti con i "cavalli di ritorno" che rispondono al nome di Andry Rajoelina e quello di Marc Ravalomanana e tutto ciò rende queste elezioni sconfortanti e sicuramente, un occasione perduta.

E' dunque questo il dato che emerge dopo il voto popolare tra i più bassi mai registrati nella #GrandeIsola e, al termine di un primo turno con più ombre che luci. Il vantaggio se lo contendono l'ex Presidente della Transizione, Andy Rajoelina e l'ex Presidente Marc Ravalomanana, proprio lui, quello che sognava di passare alla storia come il "Migliore Presidente del Madagascar" e, per riuscirci, non lesinò l'idea di buttarsi a capofitto nell'"Affaire Daewoo".

Che cosa era questo affare?

Era il cosiddetto "Affare del secolo", la vendita - ma sarebbe più corretto dire il regalo, la svendita che si  doveva materializzare attraverso una "concessione di 99 anni" ai Sudcoreani  della Daewoo appunto - un regalo che avrebbe reso i rappresentanti di Seul gli unici padroni della totalità della Terra dell'Isola.

Un abuso di potere da parte di Ravalomanana senza precedenti, dal momento che la terra in Madagascar è considerata sacra e appartenente agli antenati per cui nessuno può arrogarsene il diritto di poterla vendere.

-Conclusioni

Questi due "soliti noti" della politica malgascia sono i principali protagonisti della crisi politica 2009 e, per questa ragione, non parteciparono alle elezioni del 2013.
Ma tutto cambia e tutto si ripresenta uguale a se stesso, l'importante salvaguardare gli interessi del Capitalismo morente.
(Fonte.:jeuneafrique;lexpressmada;africa24;madagascar-tribune)
Bob Fabiani
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AfricaLand Storie e Culture africane riprende le pubblicazioni




Ai Lettori,
in questo lungo periodo in cui non abbiamo pubblicato post, la redazione ha lavorato a lungo sui futuri lavori che vedranno la luce su queste pagine virtuali, a partire da oggi.

AFRICALAND INFORMA:

Oggi leggerete i seguenti post:


  1. MADAGASCAR AL VOTO PER LE PRESIDENZIALI DEL #7N
  2. VIAGGIO IN AMERICA, ALL'INDOMANI DELLE ELEZIONI DI #MIDTERMS2018. QUALE AMERICA ESCE DALLE URNE? COSA ACCADRA' DEL#TRUMPISMO? QUALE FUTURO PER I #DEMUSA?


Buona lettura a tutti.
(Fonte.:africalnd)
Bob Fabiani
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sabato 15 settembre 2018

#RememberingChibokGirls - FOTO DEL GIORNO





#BringBackOurGirls #NeverToBeForgotten #StopBokoHaram #Nigeria #Africa

Ricordando il dramma del rapimento delle studentesse nigeriane, di #Chibok da parte dei #miliziani di #BokoHaram.
Nonostante i proclami del governo nigeriano la lotta contro i jihadisti di #BokoHaram non è stata vinta e il gruppo di miliziani continua imperterrito a sconvolgere la #Nigeria (e non solo) con attentati e devastazioni.
(Fonte.:archivio fotografico di africaland)
Bob Fabiani
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giovedì 13 settembre 2018

In ricordo di #RachidTaha e il suo 'canto di protesta delle banlieue' a ritmo di #PopRai



Se ne è andato #RachidTaha per colpa di un attacco cardiaco a Parigi all'età di 59 anni, il cantante e compositore algerino amato dalle grandi star della musica e del rock internazionale del calibro di Patti Smith, Robert Plant, Khaled e Mick Jones.

Il musicista era nato a Orano nel 1958 in #Algeria, il 18 settembre e, sempre nello stesso giorno ma del 1977 arriva in Francia, stabilendosi a Lione. Per lunghi anni, l'artista non rimetterà più piede in Africa e nel suo paese natale, l'#Algeria un assenza che va dal 1989 al 2006 che spiegherà con queste taglienti parole:

"Paese di fantasmi e di miraggi" dal momento che l'#Algeria secondo il musicista scomparso il 12 Settembre 2018; è incapace di prendersi cura dei suoi figli.

Eppure #RachidTaha quando viveva nel paese transalpino amava ribadire un concetto al quale teneva tantissimo:

"Algerino per sempre, francese ogni giorno", le stesse parole che aveva rilasciato in una lunga ed emozionante intervista per @Jeuneafrique.

Dopo Khaled, Rachid Taha è stato un importante esponente del #PopRai: un genere musicale sviluppatesi a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale in #Algeria, in particolare modo proprio nella città di #Orano.
Il #PopRai è caratterizzato, fin dalle origini da continue mutazioni dovuto ad influenze esterne, deve infatti la sua stessa origine all'incrocio tra cultura spagnola, beduina, francese, marocchina e algerina, favorita proprio dalla città di #Orano, assai più libertina rispetto al resto del paese Nordafricano; con i suoi locali che ne hanno esaltato sempre la sua anima multiculturale.

Il nome 'Pop-Rai' spiega bene lo stile di questa musica nata dalla commistione tra la "musica tradizionale algerina", appunto il Rai, prima con la musica francese, quindi in misura sempre maggiore con il Rock anglosassone.

Alla fine degli anni'60 quando il musicista-attivista che presterà il suo "canto di protesta" delle #banlieue in un magico connubio tra musica algerina e #combatrock; si trovava a Lione si innamorerà della musica, spiegandola con queste parole:

"La musica era il giusto per dire quello che mi stava a cuore, a partire dalla denuncia della discriminazione quotidiana nelle banlieue".

 Nel 1981 fonda il gruppo #CarteDeSéjour - Permesso di soggiorno che già nel nome anticipava tematiche, diffidenze e traumi che oggi a distanza di molti decenni da quell'urlo di sopravvivenza inchioda gli europei e i francesi e tutto il resto del Vecchio Continente sul fronte dell'accoglienza sempre più negata a #migranti e #rifugiati.
Il gruppo sarà sciolto nel 1989.

#CarteDeSéjour divennero popolari grazie a "Douce France" una rivisitazione del pezzo di Charles Trenet diventa un vero e proprio manifesto: una versione al vetriolo in chiave #combactrock e un attacco durissimo (ma necessario) contro il pregiudizio razziale.

Poi verranno gli anni solisti e Rachid Taha firma la stupenda "Rock El Casbah" dove il musicista algerino ribadisce, una volta di più tutto il suo amore per gli indimenticabili #TheClash.
Verranno altre magnifiche canzoni del calibro "Ya Rayah" e "Tékitoi".
Nel 1991 esce un album fantastico "Barbés" (il suo primo da solista) dedicato al quartiere africano di Parigi. Molti anni dopo, nel 2013, esce "Zoom", un lavoro caratterizzato da grande produzione curata da Justin Adams e che vedeva la presenza tra gli altri, di Brian Eno e Mick Jones. Tre anni dopo nel 2016 riceve un "Victorie de la musique" premio alla carriera.

Rest in Pace, Rachid Taha.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com   

     

domenica 9 settembre 2018

L'inquietante monito del generale Haftar mette a rischio la tregua a #Tripoli




Erano attese e sono arrivate, le dure parole di Haftar a rendere ancor più precaria la faticosa tregua che ha consentito una pausa (oltre davvero non è lecito spingersi) negli aspri, cruenti combattimenti tra le #Milizielibiche che hanno messo a ferro e fuoco #Tripoli e, gettato nella disperazione i civili che vivono nella capitale della #Libia.

Non si è trattato di un discorrere sereno ma, al contrario, Haftar, ha voluto rendere noto tutto il suo disappunto per la situazione vigente nel paese Nordafricano e, nel farlo, ha messo in moto un vero e proprio sfogo, a tratti violento e inquietante.



-Il monito di Haftar

Ha parlato di tutto - come riporta il sito di notizie libico, Alwast - e lo ha fatto a modo suo. Con la consapevolezza di avere dietro di sé, non solo e non soltanto colonne di miliziani fedeli (quelli li ha sempre avuti, sin dai primi momenti del post-Gheddafi n.d.t) ma, un 'vento in poppa' che, di fatto, lo ascrive, lo promuove sullo scranno più alto ambito in #Libia : essere il "nuovo Rais in pectore" del paese Nordafricano.
Lo si capisce dalle pesanti parole pronunciate a tutto campo: dalla "questione delle elezioni" fino al passaggio più delicato, ossia, la richiesta diretta, schietta nei confronti dei "capi-milizie" invitati (ma non amichevolmente...) a lasciare (in fretta) #Tripoli.




  • Haftar e le elezioni: "Le elezioni voglio che siano trasparenti o le farò annullare" , questo il primo siluro inviato senza tanti complimenti alla "compagnia internazionale" e, naturalmente alle Nazioni Unite, da sempre al fianco del Governo di Unità nazionale come del resto Roma e l'Italia.
  • Haftar e il monito ai capi-milizie: "I 'capi-milizie' lascino, immediatamente Tripoli altrimenti provvederemo noi a mettere in campo una 'liberazione' con mezzi militari. Questa soluzione resta un'opzione inevitabile".




Perché Haftar usa queste parole pesanti quanto macigni che si staccano dal costone della roccia di alta montagna?

Semplicemente perché ora il generale di #Tobruk "sente" che il vento è cambiato. Intendiamoci, Haftar è sempre stato decisivo per le sorti della #Libia - non fosse altro perché è sul territorio della Cirenaica che ci sono i giacimenti di petrolio (oltre che a #Tripoli n.d.t) e, dunque, resta deciso a imporre la sua visione della disputa sull'infinito "Caso Libia".

Il duro monito del "Signore della guerra" e "Padrone della Cirenaica" (su 'mandato egiziano' con tanto di benedizione dittatoriale di Al-Sisi n.d.t) non le manda a dire anzi, come suo solito, tralascia la diplomazia: in questo evidentemente, è quello di sempre. Eppure si nota un cipiglio differente. Una padronanza dell'uso della minaccia espletata con chiarezza, in modo diretto cosicché arrivi prima al bersaglio.

Voluto. Cercato. Additato.

E' un passaggio fondamentale per capire cosa aspettarsi dalla "crisi libica".

Parla Haftar e, nel farlo si ritaglia un nuovo e preciso ruolo, quello di "Rais in pectore" non più o non soltanto a rappresentare le #Milizie della Cirenaica ma, oramai da "nuovo Capo Supremo della Libia".

Ne ha per tutti: naturalmente le 'canta sonoramente' ad Al Serraj, seppure usando la tecnica del "non nominare il nemico, ormai sempre più debole" e, subito dopo, con cipiglio ancora più aspro, ne ha anche per l'ONU. Il generale di #Tobruk è drastico: "Se i capi-milizie restano a Tripoli, siamo pronti a marciare sulla capitale".

A preoccupare non è tanto il monito e nemmeno il momento in cui sceglie di parlare: ma in sostanza, a far sobbalzare dalla sedie sia alle Nazioni Unite sia a Bruxelles è la "nuova dimensione geopolitica che anima Haftar". 
Avere dietro alle spalle la #Francia e l'#Egitto significa porre su un nuovo piano la #Libia accreditarla sul fronte del Continente Nero in un tuttuno con l'#Egitto, in modo da rendere sempre più concreto il "grande sogno egiziano", da sempre perseguito dai militari e da Al-Sisi: dare vita al "Grande Egitto".

Fino a pochi mesi fa questo schema incontrava enormi diffidenze e criticità ma, da quando Parigi e l'Eliseo (su mandato di Macron n.d.t) hanno promosso Haftar come l'"uomo di Parigi", tutto è cambiato, con buona pace dell'Italia che sembra non aver capito di essere stata messa all'angolo da tutti. A cominciare dai libici.

Ecco allora che le parole-monito del generale devono essere lette come un attacco diretto all'Italia: del resto l'antipatia per Roma, da parte di Haftar è cosa nota e risaputa nel tempo.

"L'Italia protegge i capi delle milizie di Tripoli. A questo punto non possiamo che chiedere ai comandanti delle milizie di lasciare il paese e poi aiutarli, con il supporto delle ambasciate, a vivere lontano dai libici".

Lo sfogo-discorso si conclude così e, un sibilo squarcia il "fragile accordo" per il cessate il fuoco e prepara il terreno verso una "guerra civile" che si preannuncia totale. Nessuno avrà scampo.
(Fonte.:alwasat)
Bob Fabiani
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-en.alwasat.ly