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venerdì 11 maggio 2018

Le zone d'ombra e i segreti del #GenocidioRuanda





Il 6 aprile 2018 è la data che segna il "ventiquattresimo anniversario" di una delle tragedie più grandi della recente storia africana: si tratta del triste anniversario del "GENOCIDIO DEL RUANDA".

Su questa amara pagina esistono molte zone d'ombra e, altrettanti segreti che, chiamano, in prima persona, il cosiddetto "mondo civilizzato", quell'occidente del tutto privo di ogni remora nel disinteressarsi di ciò che stava avvenendo in questa parte di Africa.

Iniziamo dal principio.


-LE DATE

Iniziò tutto il 6 Aprile 1994 e durò 100 giorni: fino alla metà di Luglio 1994.

-IL MASSACRO

Durante la cruenta guerra civile vennero massacrati tra gli 800 MILA e 1 MILIONE tra i TUTSI e gli HUTU moderati.


-IL RUOLO DELL'ONU

Una delle pagine più controverse e nere mai ascritte all'ONU che fu accusata di disinteresse nei confronti della "TRAGEDIA RUANDESE": il Consiglio di sicurezza a lungo ignorò le molte richieste di intervento.





-LE FAZIONI

Riepiloghiamo tutti i gruppi (fazioni) presenti in quei 100 giorni scatenando il "MASSACRO'94":
-Interahamwe (Hutu)
-Impuzamugambi (Hutu)
-Fronte Patriottico (Tutsi)
-Unamir (Nazioni Unite)
-Rtlm e Kangura



Addentriamoci nelle "zona d'ombra" di questa tragedia partendo dall'analisi del comportamento del resto del mondo sui fatti di questa cruenta guerra civile.


-L'ATTEGGIAMENTO DEL MONDO

La storia del GENOCIDIO RUANDESE è anche la storia dell'indifferenza dell'occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi.
Emblematico fu l'atteggiamento dell'ONU che si disinteressò del tutto delle tempestive richieste d'intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire, comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l'inizio del genocidio) dell'ONU.

-Quel fax che inchioda l'ONU

Il generale Dallaire invia all'ONU un fax in cui denuncia il rischio dell'imminente genocidio, scrivendo: "dal momento dell'arrivo della MINUAR, l'informatore ha ricevuto l'ordine di compilare l'elenco di tutti i Tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in 20 minuti potrebbero ammazzare fino a mille Tutsi. (...) L'informatore è disposto a fornire l'indicazione di un grande deposito che ospita almeno 135 armi ... Era pronto a condurli sul posto questa notte". 

A rileggere il contenuto di questo messaggio via fax si resta senza parole ancora oggi, a distanza di 24 anni: perché nessuno - all'interno delle Nazioni Unite - si accorse della gravità della situazione e dell'immane tragedia che si stava per abbattere sul Ruanda?


-LA POSIZIONE USA

Dopo 2 mesi, a genocidio avvenuto, il 10 giugno 1994, gli Stati Uniti parlano di "atti di genocidio": un atteggiamento che si può spiegare solo con i FATTI DI MOGADISCIO.
Cinque mesi prima del drammatico MASSACRO RUANDESE, i soldati americani furono impegnati nella "BATTAGLIA DI MOGADISCIO".
Era il 3 Ottobre 1993 e i soldati a stelle e strisce subiscono una dura lezione finendo per essere letteralmente annientati nell'"inferno somalo".


-LE RESPONSABILITA' DELLA FRANCIA

Quando si esamina il GENOCIDIO DEL RUANDA spesso si tralascia la posizione di Mitterrand e della Francia.
In un primo momento la Francia appoggiò i Tutsi, ma subito dopo, fece in modo di spingere gli Hutu alla rivolta (è un dato incontrovertibile che il comando più cruento del genocidio ruandese, gli Interahamwe, voluto dal clan Habyarimana, era addestrato dall'esercito ruandese e anche dai soldati francesi).

-I SEGRETI DI PARIGI

A 24 anni dal Massacro che causò il GENOCIDIO IN RUANDA esistono delle zone d'ombra sulle responsabilità della Francia, lo sostiene Le Monde. Lo scorso mese di marzo, il quotidiano francese, con una serie d'inchieste, ha cercato di far luce sulle posizioni di Parigi all'epoca dei fatti.

Che cosa ne è venuto fuori?

Fino al Genocidio del 1994 - che si stima abbia causato almeno mezzo milione di morti, in prevalenza tutsi, la Francia aveva saldamente appoggiato il regime hutu di Juvénal Habyarimana nella guerra contro i ribelli tutsi del Fronte Patriottico (Fpr), capeggiato da Paul Kagame.

"Nella mente di alcuni alti dirigenti francesi l'operazione militare Turquoise doveva servire, dietro la copertura dell'intervento umanitario, a rimettere in sella il regime hutu", scrive Le Monde.
"L'esercito ruandese, troppo occupato a massacrare civili, stava infatti perdendo la guerra contro l'Fpr. Ma quando i soldati francesi dell'operazione Turquoise sono arrivati in Africa era - per fortuna - troppo tardi per riprendere il controllo di Kigali".

Anche se questa tesi fosse quella più vicina alla realtà, rimangono altri punti da chiarire (lo ammette lo stesso quotidiano transalpino scrivendolo senza mezzi termini).

"Com'è stato possibile che, sotto gli occhi dei soldati francesi e l'embargo ONU, l'esercito ruandese abbia ricevuto nuove armi? Cosa sapevano i militari francesi del genocidio in preparazione? Perché sono stati ignorati tutti i segnali della catastrofe che stava per accadere?".

La risposta a tutti questi interrogativi - che non sono solo francesi - è contenuta negli archivi di stato.

Non sarebbe sbagliato dare la parola e far parlare quegli archivi.

(Fonte.:lemonde;nyt;internazionale)
Bob Fabiani
Link
-www.lemonde.fr/afrique/massacre-ruanda;
-www.nytimes.com;
-www.internazionale.it 
  




mercoledì 9 maggio 2018

Il Cinema africano a #Cannes71







Anche quest'anno la kermess di Cannes ha aperto i battenti: siamo all'edizione 71 e, come spesso accade, la presenza del Cinema d'Africa è minoritaria.
Eppure si tratta di una presenza importante quella di cineasti / cineaste africani o "afrodiscendenti".

Scopriamole.

L'Africa è presente a #Cannes71 con una pattuglia di esordienti ma anche con presenze autorevoli, a cominciare dai classici restaurati per l'occasione.


-FILM CLASSICI DEL CINEMA D'AFRICA (RESTAURATI)

Sono in tutto tre e rappresentano la "punta di diamante" del cinema africano.

IL DESTINO di : Youssef Chahine (Egitto)

E' stato Palma d'oro (alla carriera) nel 1997 : la pellicola in questione ancora oggi risulta essere attuale. Il film parla delle avventure del pensiero da contrapporre al fondamentalismo di Averroè.


FAD'JAL (1979)

Film della pioniera Safi Faye (fu distribuito anche in Italia). 
E' la prima regista africana a raggiungere la fama internazionale con questa pellicola in cui racconta, spaccati di vita vissuta degli abitanti del villaggio senegalese - Fad'Jal - da cui ha origine la sua famiglia. Il film sviluppa la storia di questo villaggio e le difficoltà dei lavori agricoli.

Safi Faye viene incoraggiata all'arte cinematografica da Jean Rouch.


Conclude questo trittico il 3 classico del senegalese Djibril Diop Mambety


LES HYE'NES (1992)

Il cineasta Mambety nato in Senegal è senz'altro il più sperimentale tra i registi subsahariani, purtroppo scomparso nel 1998 ha lasciato una eredità di immagini e idee cinematografiche che fanno ancora scuola.
Djibril Diop Mambety è stato anche attore del teatro nazionale. 
A #Cannes vinse il premio speciale della critica con TOUKI BOUKI nel 1973. 







-L'AFRICA A #CANNES71


Prima di allargare il nostro orizzonte visivo all'edizione in corso bisogna aggiungere che il Cinema africano ha partecipato raramente con pellicole in concorso al festival: un'eccezione è rappresentata da Abderramane Sissako. 
La pellicola - di grande emozione - era TIMBUCTU  nel 2014.


Nell'edizione 2018 l'Africa è presente in concorso con un film che arriva dall'Egitto (in coproduzione con l'Austria) : YOMMEDINE di Abu Bakr Shawky.
Si tratta di una storia di un uomo che lascia il lebbrosario dove era stato abbandonato da piccolo e si mette alla ricerca della sua famiglia.

Per trovare altri film africani si deve puntare il "Certain Regard". In questa sezione del festival troviamo un esordio dal Maghreb.
Si tratta della piccola intitolata SOFIA della cineasta marocchina Meryem Benm' Barek. Il film ha una produzione belga.
La storia racconta degli sforzi di una donna  mentre cerca di rintracciare il padre di suo figlio nel tentativo di scongiurare il rischio di essere denunciata come ragazza madre.

A #Cannes71 è presente il Kenya.
Si tratta di un debutto: il grande paese africano è qui con un film dal titolo RAFIKI. La pellicola racconta di un amore tra due donne ostacolato da famiglie e società, secondo lungometraggio della cineasta Wanuri Kahiu.
Questo film è tratto dal romanzo della scrittrice congolese Monica Arac de Nyeko.
(Fonte.:ilmanifesto;cinemaafrica)
Bob Fabiani
Link
-www.ilmanifesto.it;
-www.cinemaafrica.org;
-www.centrostudidonati.org/cinemaafrica.html   

domenica 6 maggio 2018

Tunisia al voto!






Questa domenica #6M2018 è una data importante per la Tunisia. Oggi, infatti, a Tunisi e nel resto del paese Nordafricano, si terranno le prime elezioni municipali dopo la "Rivoluzione 2011".
Tuttavia, sarà un voto che si terrà in un clima di indifferenza e, con l'incubo dell'astensione.
A conferma di questa previsione c'è il precedente del 29 aprile scorso. Quella è stata la data in cui, soldati e agenti delle forze di sicurezza hanno partecipato alle prime elezioni amministrative dalla "Rivoluzione 2011" - la stessa che diede il via alle cosiddette "Rivolte arabe" divampate in Africa come nel Medio Oriente e, che in Tunisia permise la caduta del dittatore Ben Ali.




Prima dell'approvazione della nuova legge elettorale militari e poliziotti non avevano il diritto di votare perché si pensava che dovessero tenersi lontani dalla politica.
Domenica scorsa, 29 aprile, ha votato solo il 12% degli aventi diritto, un dato che in parte conferma i timori di un forte astensionismo per oggi #6M.


L'incognita delle donne tunisine

Il pericolo astensione è dato in percentuali altissime - il 61% secondo un sondaggio di gennaio di Sigma - ha mobilitato l'Isie - Istituto superiore indipendente per le elezioni - che invita al voto tramite Sms : "La crisi economica, finanziaria e sociale, la perdita dei nostri valori, i piani di rigore inefficaci, la collusione tra uomini politici, centri di affari e baroni del contrabbando, hanno minato le speranze di un paese" scrive Hédi Chaker lanciando un messaggio esplicito "S.O.S. astensione, pericolo.

Questo susseguirsi di appelli-messaggi è stato indirizzato anche e sopratutto verso le donne tunisine - importantissime durante le giornate storiche del 2011 - ma che poi, per una serie di ragioni, hanno visto una certa marginalità delle donne almeno, in quelle parti  rurali della  Tunisia dove, volenti e nolenti sono tenute ai margini della vita sociale.

"Votare è un diritto ma anche un dovere" è l'appello-messaggio di Myriam Belkhadi presentatrice del popolare programma tv Hiwar Tounsi.

Impegnata contro l'astensione è la Lega delle tunisine elettrici - tra l'altro il 48% degli iscritti elettorali sono donne - dato che gli ostacoli non mancano di certo: "Alcune donne non hanno nemmeno la carta d'identità, altre lamentano la lontananza del seggio e la mentalità tradizionale che vuole le donne a casa" spiega, Sana Rahali, coordinatrice della stessa associazione.

Dipenderà dunque anche dal comportamento delle donne tunisine se l'affluenza non risulterà troppo bassa.

Ma ci sono anche altri fattori.

La richiesta del cambiamento del popolo tunisino: porre fine al "carovita"

Il risultato elettorale di questo #6M inciderà anche sul governo. A spingere sull'acceleratore del cambiamento è l'Ugtt - Unione generale dei lavoratori tunisini - che all'inizio appoggiò la nomina a premier di Youssef Chahed ai tempi del varo del governo di coalizione tra laici e islamisti ossia quello tra Nidaa Tounes e Ennahdha - in virtù della promessa di mettere in campo una lotta serrata e senza quartiere contro la corruzione. La mobilitazione del sindacato va avanti da mesi e punta l'indice contro l'adozione da parte del governo tunisino dei diktat imposti da FMI e Banca mondiale che hanno peggiorato le condizioni di vita del popolo tunisino.
Nelle mobilitazioni e nelle giornate di scioperi generali si è puntato l'indice nelle richieste di un cambiamento radicale chiedendo di realizzare la giustizia sociale, difendere i servizi pubblici, in particolare scuola, sanità e trasporti pubblici contro le mire e i progetti di privatizzazione. 

Richieste contenute anche nella "Rivoluzione 2011" e del tutto disattese.

Conclusioni

La campagna elettorale è stata spregiudicata sopratutto da parte del partito degli islamisti che, grazie al loro leader, Ghannouchi hanno pensato e provato ad aggirare l'incubo astensione con trovate "pirotecniche". In questa ottica sono state prese alcune decisioni tutte in chiave elettorale: nelle liste ci sono presenti molte donne addirittura capoliste senza velo e, con jeans strappati.
Il tentativo è quello di mandare un messaggio chiaro agli elettori: il partito islamista Ennahdha è moderno, aperto, per certi versi addirittura progressista.
Ma si tratta solo di trovate spregiudicate e da campagna elettorale ma, tuttavia, hanno portato anche un altra decisione del tutto imprevedibile. Il partito islamista sceglie a Monastir, Simon Slama, un ebreo il quale, difende la sua decisione argomentando il presunto cambiamento della compagine: "Ora non sono più un partito religioso" .

Cosa nasconde questa campagna pirotecnica degli islamisti?

Il leader Ghannouchi si è ispirato al modello del suo amico turco il "Sultano del Bosforo", Erdogan certo, quello dei primi tempi quello aperto, quasi progressista, moderno ma poi sappiamo quale tipo di cambiamento è stato capace di mettere in campo, negli ultimi tempi.
Inquieta dunque questa "finta" modernità degli islamisti - che certo in questa fase è tutta rivolta ad aggirare l'ostacolo astensionismo - ma che, a lungo andare, mira a ben altro.
Se, bisogna procedere dunque oltre il problema dell'astensionismo, il partito guidato da Ghannouchi ha deciso di procedere su due fronti: accreditarsi a livello internazionale, laddove è stato funzionale il viaggio a Davos - la "mecca del capitalismo" in modo, da tranquillizzare gli organi che contano, ossia l'FMI e la stessa Banca mondiale; e ancor più nella direzione tutta interna: dopo il dato del 12% del voto di poliziotti e militari, dalle parti di Ennahdha hanno iniziato a lanciare messaggi-appelli (alla parte moderata dei suoi elettori e non solo) per spronare la gente a votare, a recarsi ai seggi anche perché dicono dal partito: "Il voto amministrativo sarà determinante e decisivo".
Perché questo messaggio?
A questo punto Ghannouchi paventa (in modo molto sfumato...) una soluzione di tipo turco ossia, lascia capire che in Tunisia possa verificarsi un: "Colpo di stato da parte dei militari".

Proprio a causa di questo il partito ha imbarcato tutti (in queste elezioni amministrative). Nelle liste ci sono tutti: dai "moderati" passando per i salafiti che propongono, senza mezzi termini il califfato, del candidato ebreo vi abbiamo già informati ma, in queste liste, ci sono anche ex seguaci del dittatore Ben Ali.

Non sappiamo cosa accadrà oggi in queste prime elezioni municipali (c'è tempo fino alle 18 ore locali) ma, sappiamo che la vera sfida, il vero obiettivo sono le #Elezioni2019 quando si voterà per le legislative e per le #ElezioniPresidenziali per quella data, la Tunisia dovrà già stare "ben allineata" nel "fronte capitalista", lo stesso che sta condannando i tunisini al cappio del "carovita". Non è un caso se il leader islamista ha subito cercato di accreditarsi a Davos, la "mecca del capitalismo" quel "capitalismo morente" che in Africa, in Usa e in Europa e nel resto del mondo disattende, sistematicamente le domande e le richieste di cambiamento dei cittadini.

(Fonte.:al sabah; jeuneafrique;internazionale;left;monde-diplomatique)  
Bob Fabiani
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-https://www.assabah.com.tn
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-www.internazionale.it;
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martedì 1 maggio 2018

L'attualità dell'ultima battaglia di Martin Luther King (Part.2).







Prosegue l'inchiesta di AfricaLand Storie e Culture Africane dedicata all'attualità dell'ultima battaglia di #MLK prima di venire assassinato il 4 aprile 1968 a Memphis.
Oggi entreremo nel merito, nel contesto in cui è maturata la "morte violenta" del reverendo.
Appare chiaro - e a maggior ragione oggi #1Maggio - Festa dei lavoratori - e quantomeno urgente, il "riscrivere il senso della lotta di King" e con lui, delle migliaia di anonimi che, nel 1950 e 1960 portarono avanti la "rivoluzione dei neri"  posizionandole su una prospettiva diversa, ostinata e contraria, non tanto e non solo al "pensiero unico di regime" - che almeno per quanto riguarda gli States è rappresentato dal "trumpismo" - ma, a quello che sembra oggi andare per la maggiore: il "revisionismo del pensiero reazionario" di tutte le destre estreme, impegnate, in questi ultimi 50 anni a, inglobare, ingessare, chiudere nel recinto, l'intera lotta del reverendo e, quindi, partendo da questo, si è omesso di usare parole chiave di quella rivoluzione: ossia parole ingombranti e pesanti come macigni, a testimoniare un passato che non passa; parole chiave come "razzismo" e "segregazione" le stesse, parole furono omesse sul monumento commemorativo di #MLK inaugurato nel 2011 dal primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, Barack Obama.


-"I Am A Man (Io sono un uomo)"



  


Il reverendo era un personaggio scomodo per l'#AmeriKKKa e mal tollerato e, per rendercene conto - oltre mezzo secolo dopo - è necessario tornare a soffermarci sulle sue parole pronunciate in diverse occasioni e durante il pieno delle battaglie per i diritti civili che dai neri intendeva allargare a tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Questa breve "carellata" è necessaria per proseguire la nostra inchiesta.


#MLK - IL RAZZISMO

"La vita quotidiana del negro si svolge tuttora negli scantinati della Grande Società. Egli sta ancora al livello più basso, nonostante quei pochi che sono riusciti a farsi strada in piani un po' più alti. Anche laddove la porta  è stata parzialmente forzata, la possibilità del libero movimento del negro è ancora decisamente ridotta. Spesso non esistono fondamenta da cui partire e, quando ci sono, quasi sempre manca una stanza superiore da raggiungere".

Sono frasi come queste a rendere attuale non solo le battaglie ma la visione d'insieme che accompagnarono #MLK incontro alla morte violenta di quel 4 aprile 1968.
Frasi come queste:

"Dobbiamo impiegare il tempo in modo costruttivo, nella consapevolezza che il tempo del bene è sempre maturo. E' ora arrivato il tempo di concretizzare la promessa di democrazia e di trasformare la nostra irrisolta elegia nazionale in un salmo costruttivo di fraternità. E' ora arrivato il tempo di innalzare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale al solido terreno della dignità umana".

#MLK - I DIRITTI CIVILI

"Chi è oppresso non può rimanerlo per sempre. La brama di libertà si manifesta infine, ed è ciò che è accaduto al negro d'America. Qualcosa dentro di lui gli ha ricordato il suo diritto naturale alla libertà, e qualcosa dal di fuori gli ha ricordato che poteva ottenerla. Consapevole o inconsapevole, è stato colto dallo Zeitgeist, e il negro degli Stati Uniti, assieme ai suoi fratelli neri dell'Africa e a quelli bruni e gialli dell'Asia, del Sudamerica e dei Caraibi, si sta muovendo con un grande senso di urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale".

Sempre sul tema dei diritti civili uno dei sermoni più attuali di #MLK è quello che affronta comportamento, educazione, legislazione e sentenze dei tribunali:

"Mediante l'educazione cerchiamo di cambiare l'atteggiamento; mediante la legislazione e le sentenze dei tribunali cerchiamo di regolare il comportamento. Mediante l'educazione cerchiamo di modificare internamente le emozioni (il pregiudizio, l'odio ecc.); mediante la legislazione e le sentenze dei tribunali cerchiamo di controllare esternamente gli effetti di queste emozioni. Mediante l'educazione cerchiamo di abbattere le barriere spirituali all'integrazione; mediante la legislazione e le sentenze dei tribunali cerchiamo di abbattere le barriere fisiche all'integrazione. Un metodo non sostituisce l'altro, ma ne è l'importante e necessario complemento. Chiunque sia convinto che la strada per la strada per la giustizia razziale sia a una sola corsia creerà inevitabilmente un ingorgo di traffico e renderà il viaggio infinitamente più lungo".



-L'ultima battaglia

Mezzo secolo dopo l'assassinio di #MLK è arrivato il momento di chiederci per quale motivo fu eliminato il reverendo che insieme al #MovimentodeiDirittiCivili stava mettendo in atto una "rivoluzione radicale" per arrivare al cambiamento totale degli Stati Uniti.
La soluzione del caso è tutta racchiusa in quell'ultima battaglia, la più attuale.
Un anno prima di morire, nel 1967 durante un viaggio in Giamaica, #MLK scrisse quello che poi è stato il suo ultimo libro: "Where Do We Go from Here: Chaos or Community? Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?" , in quelle intense pagine si legge tra l'altro: "Il problema, è che parlando di uguaglianza non ci si riferisce alla stessa cosa: bianchi e neri ne danno significati diversi.  I neri partono dal presupposto che 'uguaglianza' vada intesa in senso letterale. Ed erano convinti che i bianchi fossero d'accordo e che avrebbero mantenuto la parola... Ma per la maggior parte dei bianchi, anche quelli di buona volontà, 'uguaglianza' è un vago sinonimo di 'miglioramento'. L'America bianca non è psicologicamente pronta a ridurre le disuguaglianze; cerca di barcamenarsi e, in fondo, di non cambiare nulla".

Dopo quel viaggio in Giamaica, il reverendo matura sempre più la convinzione che la battaglia per l'emancipazione dei neri dovesse passare attraverso la definitiva accettazione di una "uguaglianza sociale" in modo da "distribuire la ricchezza a tutti" e, soltanto a quel punto allora il cammino si poteva considerare terminato perché - affermava #MLK - "vuol dire che i neri non sono più cittadini di secondo grado" e, in questo modo si poteva dire con certezza che i diritti civili erano stati conquistati dalla comunità afroamericana.
Essere finalmente considerati e riconosciuti come cittadini "non più di secondo grado" significava uscire definitivamente dalla "condanna a vita" di "essere disoccupati" , fuggire dal marchio di "essere un negro del ghetto"  e, significava anche "non subire gli abusi da parte della polizia" dire addio, per sempre "ai salari indegni" - affermava #MLK - uscire, una volta per tutte dalle "scuole di delinquenza" e porre fine "allo sfruttamento e all'imperialismo".

Ecco il fulcro dietro il quale si annida la "motivazione" che ha portato all'abbattimento violento del reverendo perché in quel 1968, "l'etica di emancipazione" preoccupava più di qualcuno ai "piani alti" della politica statunitense.

L'attualità di quell'ultima battaglia - drammaticamente attuale - pone #MLK "oltre la sua leadership di dirigente e "capo" del #MovimentodeiDirittiCivili degli afroamericani, lo pone come "personaggio universale" che si batte per i diritti sociali di tutta la "massa depressa" del mondo e, questo, non poteva essere né tollerato né permesso.
Martin Luther King andò incontro alla morte violenta a causa della sua ultima lotta, tutta spesa, alimentata dalla "campagna dei poveri" che, in quella "primavera 1968", vide convergere verso la capitale statunitense, tutti i diseredati di tutte le regioni e di ogni colore della pelle con la speranza-certezza di raggiungere il cambiamento da ottenere attraverso una "rivoluzione  costituzionale" quella che passava attraverso l'adozione di una Carta dei diritti economici per gli "svantaggiati" - come li chiamava il reverendo - , rivoluzione da compiersi attraverso l'introduzione per legge del "salario minimo garantito".
Ma non solo.
Martin Luther King era sempre più convinto che democrazia volesse dire "più partecipazione collettiva" e questa doveva maturare attraverso la partecipazione di comitati di poveri al processo legislativo.

Tutto questo allarmava capitalisti e reazionari nonché i sostenitori della segregazione razziale e, attraverso queste paure che matura l'abbattimento violento di un grande rivoluzionario. Un nero. Un grande uomo.
-Fine Seconda Parte -
(Fonte.:monde-diplomatique)
Bob Fabiani
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-https://www.monde-diplomatique.fr;
-www.thekingcenter.org;
-https://blacklivesmatter.com

lunedì 30 aprile 2018

L'attualità dell'ultima battaglia di Martin Luther King. (Part.1)







Il 4 aprile 1968 Martin Luther King veniva assassinato a Memphis da un sostenitore della segregazione razziale.
E' passato mezzo secolo da quel giorno e, gli Stati Uniti, il mondo, l'occidente (e non solo) si ritrovano esattamente allo stesso punto, in cui, #MLK lasciò il movimento dei #DirittiCivili e le lotte: ossia, battersi, sostenere, lottare per i "diritti fondamentali" di tutti - nessuno escluso - , la drammatica denuncia della "questione del razzismo", manifestare, marciare per invocare la giustizia, la libertà e, con essa la dignità dei lavoratori oltre alla "nonviolenza" e, il netto, deciso "rifiuto della guerra" in favore della pace.

E' quantomai opportuno oggi, 50 anni dopo l'assassinio del reverendo ricordare il contesto in cui maturò questa "morte violenta". Oggi che, in #AmeriKKKa ritornano forti venti di segregazione razziale quando, alla Casa Bianca c'è un presidente come Donald Trump apertamente razzista, pericolosamente schierato dalla parte di chi professa la #supremaziabianca e, sogna addirittura di tornare ai "bei cari e vecchi tempi" quelli della schiavitù.

Perché cinquant'anni fa venne assassinato #MLK, l'uomo capace di costruire, alimentare, plasmare una "narrazione afroamericana" della speranza?








  La nuova #inchiesta di questo #blog cercherà di dare una risposta a questo quesito indagando su alcuni aspetti per nulla marginali che, in #AmeriKKKa come, nel resto del mondo, hanno finito per "prevalere" al riguardo della figura storica  - di #MLK - soltanto "alcune narrazioni" a discapito di altre. Non dimentichiamo che il reverendo era una figura scomoda  e mal tollerata, quasi sopportata e che, non riscuoteva tutto il favore dell'opinione pubblica statunitense.
Eppure, in questi lunghi 50 anni, in #AmeriKKKa e nel resto del mondo, intorno alla figura di #MLK si è assistito a qualcosa che deve far riflettere.

Bisogna ripartire necessariamente da qui, da questo punto e, da questa domanda - senza retorica - : perché fu assassinato Martin Luther King?
Non può trattarsi di retorica perché oggi, le istanze, le battaglie, le denunce di #MLK e del #MovimentodeiDirittiCivili tornano prepotentemente d'attualità. Sopratutto ora, in questo 2018 dove siamo nel pieno del secondo anno del mandato presidenziale di Donald Trump e del "Trumpismo".
Intorno alla figura di #MLK è andata in scena - negli anni - una manipolazione del significato delle lotte: non è un caso se, intorno alla figura del leader del #MovimentodeiDirittiCivili è stata creata una sorta di "storia ufficiale", utile a coltivare l'immagine del pastore nero che lottava per i diritti civili e, quella del patriota impegnato nella riconciliazione nazionale.
Silenzio, invece su aspetti importanti di una vita dedicata all'uguaglianza in tutte le sue forme.


-L'inchiesta

AfricaLand - Storie e Culture Africane dedica questa #inchiesta alle decine e centinaia di ragazzi, donne, uomini neri che hanno pagato un prezzo altissimo per il solo fatto di appartenere alla comunità afroamericana.
-Fine Prima Puntata -
(Fonte.:monde-diplomatique)
Bob Fabiani
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-https://www.monde-diplomatique.fr;
-www.thekingcenter.org;
-https://blacklivesmatter.com







domenica 29 aprile 2018

AfricaLand Storie e Culture Africane approda su Istangram.




Ai lettori,
AfricaLand Storie e Culture Africane è su instagram:
https://www.instagram.com/bobfabiani9314 

lunedì 1 gennaio 2018

La sfida delle donne africane nel 2018 per cambiare l'Africa






Le prime ore del 2018 sono alle spalle e forse, in molti angoli del Continente Nero - nello stesso istante in cui sto scrivendo questo articolo - molte donne, ragazze, madri, giovani spose e giovani ragazze ancora in età scolare stanno iniziando un percorso che guarda lontano, scruta l'orizzonte in una Africa che necessariamente si trova di fronte un bivio.

Quale futuro deve intraprendere il Continente Nero? In quale direzione deve puntare? Quella che guarda "solo" al progresso aggressivo - lo stesso che vorrebbe imporre l'Unione Europea con i suoi programmi in chiave "neo-liberista" oppure semplicemente, l'Africa, i suoi popoli e con essi le sue fierissime donne che da sole, in un contesto drammatico tra indicibili sofferenze riescono a mandare avanti i nuclei familiari?

E' sicuramente una dei fermi immagine più impressi nei pensieri e nei modi di pensare occidentali, ossia, quella corrente di pensiero (se così possiamo chiamarlo) che vorrebbe il Continente Nero sempre fermo, immobile e, in perenne condizione di accettare gli aiuti (solo sulla carta...) delle vecchie potenze colonialiste capaci di sfruttare uomini, donne e cose.

Ma le cose in Africa sono in movimento (e già da molto tempo e su molti fronti).






Senza tirarla troppo per le lunghe se, ci soffermiamo su questa foto potremmo arrivare a concentrare la trasformazione in atto in Africa. C'è una giovane adolescente senegalese che, da Dakar, Senegal scruta l'orizzonte in abiti tradizionali con visore di "realtà virtuale" e questo connubio apre una prospettiva del tutto inedita: le antiche tradizioni e le nuovissime tecnologie che ormai sono una realtà anche in Africa.
E' una foto che in realtà dice anche altro: racconta di una nuova consapevolezza delle nuove generazioni di cui le ragazze africane stanno via via prendendo visione e consapevolezza. Nella vita di tutti i giorni come già avviene in alcuni settori della vita artistica, sono le giovani donne africane che non chiedono più il permesso per accedere all'emancipazione e a essere protagonisti della Cultura africana. Certo, l'Africa è immensa e, non si deve commettere l'errore di standardizzare la condizione e l'evoluzione delle condizioni sociali delle donne. Ci sono per esempio alcune eccellenze come quelle della Nigeria che, in fatto di Cultura - sopratutto negli ultimi decenni - ha prodotto una straordinaria fucina di scrittrici capaci di conquistare il mondo come  Chimamanda Ngozi Adichie e Lola Shoneyin, Noo Saro-Wiwa oppure del Sud Africa che per decenni era stato l'apripista dell'avanguardia culturale delle nuove frontiere della Cultura africana. Scrittrici del calibro di Sindiwe Magona oppure Zoe Wicomb tutte donne che hanno saputo non solo raccontare la trasformazione della società in Africa ma, molte di queste grandi intellettuali sono state a loro volta attiviste, attrice e registe come Gcina Mhlope.

Dall'altra parte del Continente Nero, in Camerun dove troviamo la scrittrice Calixthe Beyala.

Ma la strada è ancora in salita per quelle ragazze che non hanno la fortuna di poter contare su una struttura familiare sono spesso queste ultime le vittime di storie dolorose che, inevitabilmente raccontano una condizione di schiave del sesso che colpisce in molti paesi africani un numero crescente di adolescenti.

Tuttavia, benché perduri praticamente su tutta l'Africa la tragedia della povertà che spinge spesso giovani ragazze a tentare la carta della migrazione per poi finire nei "lager libici" prima di riuscire a salire su uno dei fatiscenti gommoni che tentano di attraversare il Mediterraneo e se, non finiscono annegati una volta arrivati davanti alle coste dell'Europa per poi ritrovarsi lo stesso schiave del sesso in Italia; mai come questo anno che inizia saranno proprio le nuove prese di coscienza delle donne africane a far partire il cambiamento necessario quello irrinunciabile per l'Africa.

AfricaLand racconterà queste storie al femminile lungo tutto l'arco del 2018.

Bob Fabiani