TAG - AfricaLand Storie e Culture africane

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domenica 6 ottobre 2019

FOTO DEL GIORNO - Leah Namugerwa, attivista #FridaysForFutureAfrica







"Unisciti a me per ringraziare la signora Esther che festeggia il suo compleanno piantando alberi"
- Leah Namugerwa-
(Fonte.:africalandilmionuovoblog)
Bob Fabiani
Link
-https://africalandilmionuovoblog.blogspot.com/foto-del-giorno

sabato 5 ottobre 2019

Quanto costerà la BREXIT senza accordo?












Continuano le pubblicazioni di AfricaLand Storie e Culture africane sulla Brexit : oggi cercheremo di capire cosa accadrà dopo il 31 ottobre quando Londra lascerà Bruxelles e l'Unione Europea senza accordo.

L'opzione no deal per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea avrebbe conseguenze gravi sull'economia britannica. Potrebbe mettere in moto pericolosi meccanismi politici.
(Bob Fabiani)


Costi di BREXIT senza accordo*




La Brexit senza un accordo è ormai una possibilità concreta. Il primo ministro britannico, Boris Johnson ha dichiarato che, comunque andranno le cose, il Regno Unito uscirà dall'Unione europea entro il 31 ottobre. Che si trovi o meno un accordo con l'Unione, la sua intera politica si basa sulla credibilità di questa minaccia. Di conseguenza è fondamentale capire cosa significherebbe in pratica il ciosiddetto no deal.

A questo scopo il centro studi Uk in a changing Europe, che si occupa dei rapporti tra il Regno Unito e l'Europa, il 4 settembre ha pubblicato un rapporto basato su informazioni e materiali disponibili a tutti.
Non è una lettura rassicurante. Secondo Johnson il no deal servirà a chiudere la questione della Brexit "una volta per tutte". Ma c'è una netta differenza tra la relativa chiarezza di quello che significa l'iscita senza accordo in termini legali e quello che potrebbe voler dire in pratica. Il no deal non è un modo semplice per risolvere un problema complicato : è un modo per renderlo infinitamente più complicato.
Con la Brexit, il Regno Unito non applicherà più le leggi comunitarie e sarà trattato come "un paese terzo" dall'Unione. Un accordo comporterebbe un periodo di transizione, in cui gli scambi commerciali proseguirebbero secondo il vecchio sistema in attesa di muovi accordi. Il no deal significa invece il baratro. Sulle esportazioni britanniche verso l'Unione ci saranno controlli e deazi, e lo scambio di servizi sarà sottoposto a restrizioni. Commerciare con l'Europa sarà più difficile e costoso, con gravi conseguenze sopratutto per le piccole imprese.

Nuovi negoziati

Al di là di questo effetto diretto, tutto il resto è incerto. Come reagiranno le famiglie e le imprese? La fiducia dei consumatori crollerà? O i britannici supereranno lo shock in tempi rapidi? E quali dinamiche politiche saranno messe in moto?
Molte delle peggiori conseguenze possibili  - per esempio sul trasporto stradale e aereo - non si verificheranno a breve termine, perché l'Europa ha adottato alcune contromisure provvisorie. Ma queste scappatoie potrebbero non reggere allo scontro politico sulla somma di denaro che Londra dovrebbe pagare all'Unione per la Brexit.
Anche la sorte dei cittadini europei nel Regno Unito è incerta : non è infatti chiaro come datori di lavoro, proprietari di case e fornitori di servizi pubblici dovranno applicare le nuove regole. La posizione dei britannici in Europa è ancora più complicata.

Un'altra conseguenza del no deal di cui si parla poco è che il Regno Unito perderà immediatamente l'accesso alle banche dati dell'Unione e ad altre forme di collaborazione in materia di sicurezza e polizia. Non è da escludere che la criminalità organizzata cercherà di approfittare della situazione. Ma forse l'incognita maggiore e più pericolosa è quella che riguarda l'Irlanda. Il governo britannico ha dichiarato che non applicherà controlli e dazi al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d'Irlanda.
L'Unione ha invece detto chiaramente che intende applicare le regole. Probabilmente Londra e Bruxelles si rimpalleranno la colpa dei problemi, con conseguenze economiche e politiche imprevedibili.

Certo, nel lungo periodo l'economia si riprenderà, ma con costi notevoli. Da una precedente ricerca sugli effetti di un sistema di scambi commerciali con l'Unione basato su norme dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) risulta che in dieci anni il reddito dei cittadini potrebbe ridursi di una percentuale tra il 3,5 e l'8,7.

Ma il no deal non segnerà la fine dei rapporti con l'Europa. Una Brexit senza accordo non significherà l'interruzione del dialogo, ma l'inizio di una nuova e più difficile fase di negoziati. Più difficile perché i nuovi accordi avranno bisogno quasi sicuramente dell'approvazione dei singoli stati e della ratifica dei loro parlamenti. Il tutto in un clima politico molto teso sia all'interno del paese sia nei rapporti con l'Unione. Le difficoltà economiche si faranno sentire su entrambe le sponde della Manica. E aumenteranno le tensioni in Irlanda del Nord. In altre parole, lasciarsi alle spalle il no deal sarà difficile, politicamente pericoloso e richiederà tempo. Chi sperava in una rapida fine della saga della Brexit rimarrà deluso.

*Anand Menon insegna scienze politiche al King's college di Londra ed è il direttore del centro studi Uk in a changing Europe.



L'ultima offerta

Il Regno Unito è pronto a lasciare l'Unione Europea il 31 ottobre, anche senza un accordo. L'ha detto il 2 ottobre Boris Johnson nel suo discorso alla conferenza annuale del Partito conservatore. Il premier, scrive il Guardian, ha poi attaccato il parlamento per aver cercato di fermare la Brexit e ha fatto la sua "offerta finale" a Bruxelles per un divorzio negoziato, dicendosi pronto a un "compromesso" sulla questione del confine tra la Repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord.

UE: No al piano Johnson





Le proposte del premier Boris Johnson all'Europa "non si avvicinano neanche lontanamente a una base di partenza per un possibile accordo".
Così i membri del Brexit Steering Group del Parlamento europeo hanno risposto alla lettera inviata loro da Johnson. Il piano "non affronta i veri problemi che devono essere risolti se si intende rimuovere il backstop, gli accordi del Venerdì Santo (che sancirano la fine della guerra civile tra le "due Irlande" e Regno Unito con l'"accordo di Belfast" del 23 maggio 1998 n.d.t) e l'integrità del mercato unico", hanno aggiunto i parlamentari che si dicono "aperti a soluzioni praticabili, giuridicamente operative e serie".
A loro si è sommato anche il premier irlandese Leo Varadkar che ha avvertito che le soluzioni proposte da Londra devono "riflettere il punto di vista dell'intera popolazione dell'Ulster, senza potere di veto di alcun singolo partito" (come gli unionisti del Dup che, è bene sottolinearlo già ai tempi dello storico accordo di Belfast furono gli unici a dare parere contrario; n.d.t) e che Dublini intensifica comunque i preparativi per una Brexit no deal.
(Fonte.:theguardian;theindependent;thetimes;internazionale;repubblica;ilfattoquotidiano)
Bob Fabiani
Link
-https://www.theguardian.co.uk;
-https://www.independent.co.uk;
-https://www.thetimes.co.uk;
-https://www.internazionale.it/regno-unito/brexit;
-https://www.ilfattoquotidiano.it/mondo/brexit;
-https://www.repubblica.it/esteri/brexit 
   


venerdì 4 ottobre 2019

Lettera aperta alle Istituzioni italiane : "Riportate a casa Silvia Romano"








Sono passati dieci mesi dal rapimento di Silvia Romano avvenuto in Kenya. Abbiamo atteso invano che le Istituzioni della Repubblica italiana - tutte nessuna esclusa - informassero la cittadinanza ma, questo, a oggi, non è avvenuto.
Una risposta plausibile non l'abbiamo trovata per questo prolungato, inquietante silenzio che ha avvolto tutta la vicenda legata a Silvia.
A questo punto, dalle pagine di questo blog, come cittadini di questo Paese chiamato Italia vogliamo inviare un appello a tutte le Istituzioni: i cittadini e, ancor di più la Famiglia Romano; hanno il diritto di essere correttamente informati. Anche e sopratutto in relazioni alle ultime indiscrezioni di stampa trapelate, non più tardi di qualche giorno fa; in cui si fa riferimento al fatto che Silvia "sarebbe costretta a un matrimonio islamico".
Perché nessuna delle cariche dello Stato, al pari delle Istituzioni della Repubblica italiana, ha sentito il dovere di parlare alla cittadinanza?
In fondo l'appello che vogliamo inviare è molto semplice: è arrivato il momento che intorno alla vicenda di Silvia Romano cessi questo stato di "censura", di inquietante silenzio. 

Ma non solo.

AfricaLand Storie e Culture africane con questa "lettera aperta" chiede una informazione "completa", qualificata anche e sopratutto su un punto fondamentale: dov'è Silvia?
E una volta stabilito dove si trova la cooperante milanese, le Istituzioni di questo Paese hanno il dovere morale di riportare a casa Silvia Romano
Non c'è da perdere neanche un momento e un attimo in più.
(Fonte.:africalandilmionuovoblog)
Bob Fabiani
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-https://africalandilmionuovoblog.blogspot.com   

giovedì 3 ottobre 2019

Quali conseguenze avrà l'Africa per la #BREXIT?










Africaland Storie e Culture africane con questo post inizia una serie di approfondimenti, inchieste e reportage inerenti alla BREXIT che il prossimo 31 ottobre sancirà l'uscita definitiva del Regno Unito dall'UE prima di affrontare le questioni legate al "tipo di soluzione" che si riuscirà a trovare - ossia, se sarà un'uscita concordata oppure, invece, se si procederà verso l'uscita senza accordo tra Londra e Bruxelles - iniziamo ad affrontare questa svolta che si annuncia epocale - per tutti - scoprendo quali conseguenze troverà l'Africa e il Continente Nero.




Quali possibilità per l'Africa?



Il 23 giugno 2016 un drammatico referendum sancì, con il 52% di votanti in tutto il Regno Unito l'uscita dall'Unione Europea.
Subito dopo quei risultati confermati dopo lo spoglio delle schede, gli africani di quei paesi che furono colonizzati dagli inglesi e, che, a tutt'oggi sono membri del Commonwealth si chiedono se, tale decisione, appunto l'uscita dall'UE avrà conseguenze sulle loro vite.

Analizzando tutti i possibili scenari, come scrive Grieve Chelwa sul blog @Africaisacountry, tali conseguenze e la recessione del Regno Unito, a seguito del referendum, potrebbe portare conseguenze all'economia africana.

Tuttavia, conclude che l'Africa è più preoccupata dalla recessione economica in atto in Cina.

"Quanto commercio esiste tra Africa e Regno Unito? Non molto, a quanto risulta. Confrontando l'Ufficio Britannico per le Statische Nazionali (ONS) e della conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) del 2014 ultimo anno del quale si posseggono dati per la comparazione, abbiamo calcolato che il commercio dell'Africa con il Regno Unito rappresenta il 5% del commercio totale africano. L'Africa è molto più preoccupata che possa rallentare il commercio con la Cina, ovvero il suo partner commerciale per eccellenza fino ad ora".






Poi su BREXIT chiosa :

"Il Regno Unito non ha la stessa influenza sul continente africano che aveva 10 anni fa. E la BREXIT ne sarà un'ulteriore riprova. Se il Regno Unito stranutisse, l'Africa direbbe ... beh, l'Africa direbbe 'salute' e andrebbe avanti".


Ma c'è anche chi sostiene che gli agricoltori africani non guadagneranno nulla da questa uscita (dall'UE; n.d.t) : è il caso di Ida Holner, giornalista specializzata su economia e geopolitica africana.

"Per quanto riguarda gli agricoltori africani, una domanda è stata posta. ovvero se la Gran Bretagna sarebbe più incisiva nel combattere per i diritti dei contadini africani anche se non avesse più fatto parte dell'Unione Europea. Non credo che succederà. Questo perché gli agricoltori inglesi avrebbero perso i sussidi provenienti dall'UE per la Politica Agricola Comune (PAC). L'implicazione a questo punto non è molto chiara, ma io credo proprio che la Gran Bretagna privileggerebbe i propri contadini rispetto a quelli africani".


In conclusione cosa accadrà all'Africa?

Esiste una certezza : l'incertezza.
Incertezza sul mercato e incertezza sulle prossime relazioni commerciali fra Regno Unito e Africa. La moneta africana, la più quotata a livello internazionale, il "Rand" sudafricano, ha già un percorso dissestato nella scia della decisione di Londra di procedere con la BREXIT.






Uno dei "temi centrali" e quindi, il grande dibattito sul referendum era centrato sulla "questione dell'immigrazione".
Ora BREXIT è confermata (e il 31 ottobre 2019 in un modo e nell'altro Londra lascerà Bruxelles bisogna solo vedere se, da qui a quella data, si troverà un accordo tra Europa e Regno Unito ... anche se, da quel 2016, i britannici vorrebbero tornare indietro da quella decisione ... e su questo punto indagheremo a partire da domani ... ora qui è sufficiente dire, con estrema chiarezza che, i conservatori inglesi di Londra con Boris Johnson in testa, sono decisi a tutto, anche alla cosiddetta "Hard Brexit", ossia, l'uscita senza accordo tra Unione Europea e Gran Bretagna; n.d.t), gli africani che vivono nel Regno Unito e quelli che sperano di andarci, si sentono preoccupati per la loro situazione.

La confusione regna sovrana.

Si tenderà a creare differenze tra chi è africano di un  paese del Commonwealth post-Brexit, e chi invece è un africano di un paese che è fuori dal Commonwealth; potrebbe essere agevolato a immigrare verso Londra. Per gli altri sarà molto più difficile. Anzi, impossibile.

Molti poi prevedono che i controlli saranno più serrati.

Ma nessuno possiede certezze : anche se, in realtà tutti i fautori dell'uscita dall'UE, convinti conservatori e alcuni anche populisti ed estremisti sovranisti, sognano vere e proprie espulsioni di massa.
Infine il FMI predice che, già in questo 2019, il Commonwealth contribuirà alla produzione economica (per il Regno Unito n.d.t) più della UE.

E' un punto molto importante e forse potrebbe racchiudere in sé il vero motivo alla base della decisione delle élite britanniche : ossia sostituire un mercato con un altro.
Quello del Commonwealth e, vista da Londra, la situazione avrebbe anche un'altra lettura, riportare l'assoluta centralità di Londra e della Gran Bretagna. In questa direzione infatti vanno alcune decisione che non sono state troppo sottolineate in Europa né dai media ma nemmeno dalle istituzioni europee. Ci sono segnali che indicano che, molti paesi africani - gli stessi che fanno parte del Commonwealth - non hanno rinnovato accordi di sviluppo e commerciali con Bruxelles.


Il punto di vista di "The Africa Report"

"The Africa Report" concorda sulle conseguenze a cui andrà incontro l'Africa : ci sarà volatilità del mercato, pressioni sulle condizioni finanziarie e, sopratutto rinegoziazione degli accordi con l'Africa.
Molti accordi commerciali tra Gran Bretagna e paesi africani dovranno essere rinegoziati ex-novo, poiché conclusi attraverso l'UE.
I principali paesi africani  interessati saranno il Sudafrica, la Nigeria, il Botswana, l'Angola e il Senegal che rappresentano (da soli) l'80% delle esportazioni britanniche verso l'Africa sub-sahariana.
(Fonte.:globalvoices;africaisacountry; jpic-jp;bhc;jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-https://itglobalvoices.org;
-https://africasacountry.com;
-https://jpic-jp.org;
-www.bhc.com/news/world-africa;
-www.jeuneafrique.com/politique/brexit-consequences-afrique 

mercoledì 2 ottobre 2019

Augustina Armstrong-Ogbonna: "I cambiamenti climatici sono la notizia del secolo"





Augustina "Tina" Armstrong-Ogbonna è una giornalista nigeriana che si occupa con passione e dedizione ferrea alle "questioni ambientali".
Collabora con la @Cnn come reporter e un membro della Federazione scientifica dei giornalisti della Nigeria, inoltre, è un membro del World Pulse; membro Internazionale della "League of Conservation Writers.


La notizia del secolo







Sono sempre di più i giornalisti uccisi per aver denunciato i crimini contro l'ambiente. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) negli ultimi 10 anni almeno 13 reporter sono stati uccisi perché svolgevano inchieste su reati contro l'ambiente o sui danni al territorio causati da grandi aziende (multinazionali al soldo delle potenze colonialiste).

Molti omicidi sono avvenuti in paesi in via di sviluppo - Africa, Sudamerica, Asia - , dove le attività delle multinazionali raramente finiscono sotto i riflettori.

E forse sarebbe arrivato il momento di indagare sempre più su queste attività che a volte, anzi spesso, sono contro gli interessi dei popoli di quei stessi paesi in via di sviluppo dove, la corruzione dilagante delle élite favoriscono queste attività.

Augustina Armstrong-Ogbonna (detta "Tina") è una giornalista nigeriana che da una decina di anni si occupa di questioni ambientali.
E' convinta che "i cambiamenti climatici sono la notizia del secolo" e che i giornalisti sono gli unici su cui i più poveri possono contare per far sentire la loro voce.

Nel 2016 ha realizzato un'inchiesta a Lagos, la capitale economica del suo paese, la Nigeria, sull'azienda di un ricco imprenditore ed ex ministro che estraeva sabbia dalla costa.
Questa attività causava smottamenti e gravi danni alle comunità locali. Dopo la pubblicazione dell'inchiesta Armstrong-Ogbonna è stata minacciata di morte e una delle sue fonti è stata arrestata. 
Da allora vive negli Stati Uniti, ma questo non le impedisce di continuare a raccontare cosa succede in Nigeria, il suo paese.

Il prossimo 4 ottobre, Augustina Armstrong-Ogbonna sarà a Ferrara, nell'ambito degli incontri (con il pubblico e con i giornalisti da tutto il mondo) del settimanale @Internazionale e, in quell'occasione, la reporter nigeriana riceverà il premio giornalistico Anna Politkovskaja.
(Fonte.:cpj;internazionale)
Bob Fabiani
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-https://cpj.org/nigerian-journalist;
-www.internazionale.it 

BREXIT, new blog session di AfricaLand Storie e Culture africane






A partire dal 3 ottobre il blog AfricaLand Storie e Culture africane si arrichisce di una nuova #BlogSession : fino al 31 ottobre dedicherermo #Focus, #Reportage, #approfondimenti e inchieste sulla BREXIT.

Il 31 ottobre sarà la data in cui il Regno Unito uscirà dall'Unione europea, cercheremo di capire cosa accadrà; cosa cambierà; cosa cambierà e quanto costerà non solo per l'Europa.
Ad esempio, cosa comporterà l'uscita dall'Unione europea della Gran Bretagna per l'Africa?
(Fonte.:africalandilmionuovoblog)
Bob Fabiani
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martedì 1 ottobre 2019

Egitto, il ritorno in piazza porta all'arresto di 2.300 persone: c'è anche Alaa Abdel Fattah






Nel precedente post - pubblicato da questo blog il 23 settembre 2019 - ci ponevamo il quesito su quale sarebbe stata la reazione del regime militare del dittatore Al-Sisi dopo il ritorno in piazza del popolo egiziano, a fronte delle protetste  e delle mobilitazioni del 20 settembre lanciate contro la corruzione dilagante e, che chiama, in prima persona la famiglia del presidente - dittatore, salito al potere dopo il golpe del 2013 per bloccare sul nascere la pretesa del cambiamento invocata da Piazza Tahrir durante le rivolte arabe del 2011.

Ebbene la risposta non si è fatta attendere. Ed è stata quella di sempre. Durissima. Una repressione voluta dal regime egiziano, appunto, in risposta alle proteste anti- Al-Sisi del 20 settembre ha portato all'arresto di 2.300 persone e ha riportato in carcere Alaa Abdel Fattah, attivista e simbole delle storiche proteste 2011.





Ancora prima delle ultime retate, il regime aveva reagito in modo veemente occupando internet e, sopratutto Piazza Tahrir con la massiccia presenza di blindo e militari pronti a tutto pur di far rispettare "ordine e disciplina". Non appena era stata ultimita l'occupazione militare della piazza, Al-Sisi ordinava (quando ancora si trovava a New York per il summit sul clima voluto dalle Nazioni Unite n.d.t) retate contro avvocati e attivisti, nella speranza di stroncare sul nascere questa nuova ondata di ribellione del popolo egiziano.

A conferma che questa strategia di Al-Sisi non necessariamente è legata "solo" alle nuove proteste e manifestazioni - che comunque sono un preciso messaggio degli egiziani contro il suo operato e sulla brutta vicenda di corruzione in cui si dice, sia addirittura coinvolta tutta la sua faniglia - ; nei mesi scorsi, sono state tante le persone sparite in Egitto perché considerate critiche contro il regime.
Emblematica tra queste, è la vicenda legata a Ibrahim Ezzel-Din di cui non si hanno più notizie, come ha denunciato Mohamed Lotfy, consulente legale della famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso in Egitto ormai nel 2016 dopo essere stato rapito, torturato e ucciso al Cairo.
Mohamed Lotfy è uno dei responsabili della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf) e fino al 2013 ha lavorato presso la sede di Amnesty International a Londra e poi è tornato al Cairo. Anche sua moglie, Amal Fathy è stata arrestata nel 2018 e rilasciata 7 mesi dopo.

Storie che si assomigliano un pò tutte e si potrebbero sintetizzare con le stesse parole di Mohamed Lofty : "Al Cairo gli arrestati spariscono nel nulla".  Del resto, nell'Egitto guidato con il pugno di ferro dai militari, non si bada troppo al sottile e le violazioni dei diritti umani sono sistematiche. Ed è la storia di Ibrahim Ezz el-Din, 26 anni, ingegnere e urbanista egiziano, prelevato in strada alla periferia Sudorientale del Cairo. Da 5 anni, Ezz el-Din lavora per la Commissione egiziana per i Dirittie le Libertà (Ecrf) guardacaso la stessa organizzazione che segue il "caso Regeni" per conto della faniglia del ricercatore italiano.

Il regime non rilascia né motivazioni e tanto meno sugli addebiti penali di Ibrahim e per tutti gli altri che, una volta finiti nella "tela del ragno" dei militari, spariscono. Come nelle dittature sudamericane degli anni sessanta, settanta e ottanta.

Questa vicenda riporta all'attualità di queste ore : tra gli arrestati (2.300 persone) c'è anche Alaa Abdel Fattah, blogger, attivista, intellettuale  e simbolo della rivoluzione egiziana del 2011.


Ritorno in piazza

"E' caduto il muro della paura in Egitto" - titolava il quotidiano panarabo Al Araby al Jadid commentando "le prime e più importanti proteste contro il presidente Abdel Fattah al Sisi da quando è salito al potere nel 2013".
Il 20 settembre ci sono state manifestazioni contro la corruzione del governo al Cairo, ad Alessandria, a Suez e in altre città del paese, scrive il sito indipendente Mada Masr. E sono scattati gli arresti - come si apprende in queste ultime ore - con oltre 2mila persone, tra cui l'avvocata per i diritti umani, Mahienour al Massry.
Al Jazzera ricorda che il 19 settembre era stato arrestato anche Hazem Ghonim, il fratello di Wael, attivista che vive negli Stati Uniti.

I manifestanti sono scesi in piazza rispondendo alla chiamata di Mohamed Ali, un ex attore e imprenditore egiziano in esilio in Spagna. In una serie di video pubblicati su Facebook e Twitter dal 2 settembre, Ali, che sostiene di aver ottenuto appalti dall'esercito per quindici anni, accusa Al-Sisi e i militari di aver speso milioni di dollari di soldi pubblici per costruirsi palazzi, ville e hotel.

Il "Caso Alaa Abdel Fattah"





Alaa Abdel Fattah è un attivista, blogger e intellettuale per questo è inviso al regime di Al-Sisi che, del resto, ricorda perfettamente come sia stato figura di spicco della rivoluzione egiziana del 2011.
E' tra le vittime della durissima repressione in atto in tutto l'Egitto e scatenata dal regime a seguito delle proteste del 20 settembre.
Domenica mattina come ogni giorno sarebbe dovuto uscire dalla stazione di polizia di Doqqi, dove è costretto ormai da circa 6 mesi a trascorrere la notte, secondo le regole del regime di sorviglianza speciale a cui è sottoposto.
Lo aspettavano fuori dal posto di polizia la madre, subito insospettita quando ha trovato l'intera area transennata, per poi scoprire che Alaa era stato arrestato.
Da quel momento - come accade troppo spesso nel grande paese africano - è calato l'oblio. E' stato impossibile per i familiari sapere dove si trovasse detenuto Alaa e, sopratutto, in quali condizioni.

Figlio di uno storico militante di sinistra, Alaa ha sperimentato il carcere per la prima volta nel 2006 : era léra di un altro dittatore, Mubarak, cacciato a fur di popolo durante le giornate storiche della rivolta egiziana del 2011. Tuttavia, l'attivista risultò inviso anche ai Fratelli Musulmani finendo in carcere diverse volte.

Alaa è stato arrestato domenica sera e qui è accaduto l'assurdo : durante l'interrogatorio, l'avvocato Mohammed el-Baqer, dopo essersi presentato per assistere Alaa è stato a sua volta arrestato, ritrovandosi dunque indagato nella stessa inchiesta.
Sono stati incriminati entrambi per diffusione di notizie false e appartenenza a un'organizzazione illegale. Ora devono scontare 15 giorni di custodia cautelare e la stessa sorte era toccata, pochi giorni fa alla 33enne attivista comunista, Mahienour el-Massry prelevata con la forza da uomini delle forze di sicurezza poco dopo essere uscita dalla procura dove aveva prestato assistenza ad alcune delle persone detenute in relazione alle proteste.

Intanto l'Alta Commissaria ONU per i diritti umani Michelle Bachelet ha espresso "forti preoiccupazioni" per la sorte di Alaa e di tutti gli avvocati e attivisti e degli esponenti delle opposizioni compresi anche gli stranieri tra cui un'olandese di cui la famiglia denuncia la scomparsa.

Conclusioni

Secondo Al Araby al Jadid, Al-Sisi  rischia una fornda interna per essersi spinto troppo oltre nelle epurazioni, che hanno riguardato i servizi di sicurezza, la magistratura e l'esercito. Lo dimostrebbe il fatto che il ministro della difesa Mohamed Zaki non si è ancora chiaramente schierato con il presidente.
Ecco allora che colpire le forze politiche potrebbe non avere effetto sulle proteste (del tutto popolari e non veicolate da alcuna organizzazione politica). Questo, a lungo andare, non è una buona notizia perché il rischio potrebbe essere quello della  rabbia popolare espressa magari, in forme sempre più estreme ma anche senza sbocco. E sullo sfondo già si intravede il bagno di sangue oppure un nuovo golpe come per altro lascia intendere il quotidiano panarabo.
(Fonte.:alaraby;madamasr;aljazeera;internazionale;ilmanifesto)
Bob Fabiani
Link
-https://www.alaraby.co.uk/english;
-https://madamasr.com/en;
-https://www.aljazera.com/africa;
-www.internazionale.it;
-www.ilmanifesto.it