Negli ultimi giorni la pandemia del
coronavirus in
Africa ha raggiunto e superato i
38 mila casi con i decessi arrivati a oltre
1,600.
I paesi
africani dove ha fatto la sua comparsa il virus sono ormai
53 su un totale di
54: l'ultimo ad aggiungersi alla lista - che vede sempre il
Sudafrica come paese più colpito
5,647 seguito dall'
Egitto con
5,537 poi
Algeria,
Ghana,
Nigeria,
Camerun e
Guinea - è
Comore dove, nelle ultime ore, è stato confermato il primo caso di contagio.
E' innegabile che in
Africa tuttavia, il virus stia avanzando piano, ma se si aggiunge alla
fame (e al
debito) il quadro diventa disastroso.
Oggi,
AfricaLand Storie e Culture africane si sofferma sul
Burkina Faso.
-Diversamente Covid*
Il
Covid-19 in
Africa non ha lo stesso volto che ha in
Europa e in altre parti del mondo. E questo non solo perché ci sono diversi ceppi (alcuni studi ne individuano più di trenta), ma anche perché i contesti sono totalmente diversi e, quindi, diverse e diametralmente opposte sono sono le possibilità, la capacità e le risorse per il suo contenimento.
In
Africa, poi, il virus ha ben
54 volti, tanti quanti sono i paesi che compongono questo variegato continente. In
Burkina Faso il contesto culturale-tradizionale, la situazione
socio-conomico-sanitaria e di sviluppo è totalmente diversa dal
Sudafrica o dalla
Tanzania o dagli altri paesi dell'
Africa dell'
ovest.
Non esiste un unico piano di prevenzione valido per ogni Stato.
Il nemico che risponde al nome di
coronavirus ha fatto la sua prima comparsa in
Burkina Faso intorno ai primi di marzo: il primo caso è stato registrato il
9. Dopo
50 giorni sono stati confermati
645 casi, la maggior parte a
Ouagadougou, la capitale. Al momento non si registrano casi in
brousse o nei piccoli villaggi: non ci sono o non si conoscono?
Questa è la domanda che fa tremare i polsi un po' a tutti. Il numero delle guarigioni cresce di giorno in giorno:
476 persone testate positive e sottoposte a trattamento hanno lasciato l'isolamento per riunirsi alla famiglia o sono state trasferite in altri reparti ospedalieri.
In totale si contano
42 decessi
(6,6%): meno di uno al giorno.
In base ai dati ufficiali, sebbene siano i più alti dell'
Africa occidentale, il contagio sembra procedere molto lentamente. Il
Covid-19 al momento non si è mostrato aggressivo come in
Europa.
Quali sono le ragioni? Si tratta di un caso? Una mutazione?
In
Africa da molto tempo sono abituati a contrastare la
malaria assumendo farmaci a base di
clorochina: è dunque questa una delle spiegazioni?
Il caldo, come sfianca tutto e tutti, ha sfiancato anche il virus? Al suo arrivo si registravano dai
40° in su. Una possibile spiegazione di quanto sta avvenendo potrebbe essere insita nell'abitudine dei
burkinabé (come a volte vengono chiamati gli abitanti del
Burkina Faso n.d.t), di contrastare epidemie di diverse entità: dall'
ebola alla
meningite, alla
varicella, alla
rosolia (tra l'altro, in questi ultimi giorni sono stati registrati molti casi di
varicella e
rosolia n.d.t).
Da queste parti si fa molto ricorso all'uso della
fitoterapia (qui chiamata
farafin-fura n.d.t) per la prevenzione di ogni tipo di malattia.
Quando il
Covid-19 è arrivato in
Burkina Faso aveva già fatto il giro del mondo e, sia le autorità che gli abitanti, non sono stati colti di sorpresa. Erano chiare le cose da evitare e sopratutto come incastrare questo mostro invisibile.
Il
Burkina Faso, come altri paesi
africani, si è mosso su due piani, ambedue iscritti nel capitolo "prevenzione".
Del resto qui in
Africa bisogna "prevenire" perché non ci sono strumenti per "curare". Forse, stavolta, il continente ha saputo trarre vantaggio dalle sue mancanze storiche e croniche. Potrebbe essere questa la risposta a tutti i nostri quesiti e, al tirar delle somme, rivelatesi vincente. Forti della consapevolezza di quanto accadeva in
Europa e nel resto del mondo, si è deciso di prepararsi bene. Per tempo. Anche l'
Africa ormai è connessa. Anche da queste parti si legge, si naviga (nell'infinito mondo della rete e dei nuovi social), si fanno ricerche, si ascolta la radio e non solo per la
musica.
L'
Africa è sicuramente un continente
impoverito ma resta connesso.
Due piani, quindi:
informazione e
contenimento. Prima del
9 aprile, sono iniziati gli spot in tutte le lingue locali con
tre comandamenti da seguire:
lavarsi le mani spesso e bene; usare la
mascherina, o meglio il
cache-nez come si chiama qui; mantenere le
distanze, non
stringersi le mani e non darsi i consueti
4 baci di accoglienza.
La gente, poiché seguiva alla tv le notizie provenienti dall'
Europa, ha bloccato le mani che istintivamente andavano a stringere altre mani incontrate per strada, al mercato, nel vicinato. Bisogna sottolineare che in
Burkina Faso il saluto è sacro. E' una liturgia, un rituale. Non è semplice comprendere quale sia stato il sacrificio dei
burkinabé se non si è mai stati da queste parti. Ma gli abitanti hanno disciplinatamente rinunciato subito al gesto sacro, senza proteste né recriminazioni.
Invece in altri posti, in altri continenti, quelli ritenuti più evoluti e moderni, nonostante i consigli e gli appelli, si facevano le ole allo stadio e i party di compleanno.
Nonostante il caldo afoso qui si usciva con i
cache-nez e chi poteva non ha rinunciato alla
solidarietà mettendo a disposizione davanti alla porta della propria bottega un
bidone di acqua e del
sapone per lavarsi le mani.
In tutto il
Burkina Faso il contenimento ha mostrato il volto della lungimiranza dei
poveri. Se il virus si diffonde a macchia d'olio o di
leopardo e i malati si aggravano, non c'è alcuna possibilità di assisterli con sofisticate apparecchiature mediche. Posti limitati negli ospedali e scarsi mezzi inducono a prevenire.
Immediatamente, le autorità hanno istituito il
confinamento:
scuole chiuse dal
16 aprile;
coprifuoco e
mercati chiusi subito dopo;
uffici e
amministrazione con personale e orario ridotto.
La parola d'ordine: stare il più possibile a casa. Certo, anche qui, come nel resto dell'
Africa mettere in pratica questa ordinanza governativa non è stato per nulla facile. Si è rivelato problematico, tuttavia, non impossibile.
Tutti gli abitanti del
Burkina Faso - al pari delle autorità - non hanno nascosto che il rispetto di questa raccomandazione significa pagare un prezzo alto: qui si mangia solo se si lavora. Lo Stato ha chiesto e continua a chiedere sacrifici e in cambio offre agevolazioni per tutti e sostegno per le categorie più colpite: innanzitutto i
poveri che vivono alla giornata, ma anche
commercianti,
ristoratori,
trasportatori.
La situazione è drammatica eppure, la gente, in un passaparola muto, si dice con gli occhi: "Se non ci uccide il virus ci uccide la fame"
La
fame quella che uccide già in abbondanza in
Burkina Faso ed in
Africa. Quella che è alla base di tante malattie che poi uccidono. Quella che uccide ancor di più in tempo di
Covid-19.
E' la
fame che consuma tutto e tra poco incombe la stagione delle
piogge e nessuno sa cosa seminare. E' il grande quesito che tutti si pongono: non ci sono risparmi a cui attingere e i prezzi sono schizzati alle stelle.
Sullo sfondo poi c'è anche da registrare l'arrivo del
Ramadam e il mese di
digiuno della
religione più diffusa nel paese scandisce e condiziona la vita sociale. Il
coprifuoco, ancora necessario ma non più proponibile dalle
19, è stato modificato e portato alle
21. Il bisogno reale della gente e la temuta reazione a lungo andare costringe a rivedere la chiusura dei
mercati che si riaprono, uno dopo l'altro, un po' ovunque ma con delle misure di precauzione.
Non ci sono certezze e qui, come nel resto del continente, si teme il divampare delle
rivolte sociali: a fronte di questo, le autorità nel dare il via libera alle riaperture hanno anche suggerito l'indicazione di mantenere almeno
2 metri tra una postazione e l'altra e di ricevere i clienti uno alla volta.
Ma come spesso accade la realtà è un po' diversa da come può apparire in superficie: c'è paura tra la cittadinanza e si cerca di seguire al massimo i consigli. L'annunciata riaperture delle
scuole preoccupa, perché si annunciano misure di sicurezza ma non c'è traccia della loro realizzazione, a partire dall'intento di fornire ogni allievo, ogni insegnante e tutto il personale scolastico, di
due mascherine lavabili.
Ma davvero è stato dato lo scacco matto al
Covid-19 oppure, il virus, misteriosamente e in modo invisibile prepara una mossa che inchioderà all'angolo i
burkinabé? Al momento è impossibile rispondere in modo serio a questa domanda: quel che è certo che si capirà meglio quale sia la reale situazione nelle prossime settimane tenendo bene a mente che, il picco, in tutta l'
Africa, è previsto nel prossimo mese di giugno.
Il
lockdown intanto ha piegato ulteriormente il paese
africano già messo in ginocchio dal terrorismo
islamico e dalle migliaia di
profughi radunati e accolti in campi improvvisati, sovraffollati, promiscui, che si allagano alla prima
pioggia.
La quotidianità che si prospetta qui in
Burkina Faso - e nel resto del mondo - costringerà le perone costantemente col viso coperto perché l'uso della
mascherina è stato dichiarato obbligatorio nelle scuole, nei mercati, sui bus, nei servizi pubblici.
Sarà possibile?
Il pensiero corre veloce ai lavoratori dei cantieri o nei campi sotto il sole cocente, imbavagliati con la mascherina.
-Il debito che soffoca il Burkina Faso
Il
Burkina Faso soffre ed è schiacciato anche dal
debito pubblico, quel debito denunciato coraggiosamente a metà degli anni
'80 dall'allora presidente
Thomas Sankara come ingiusto, schiavizzante, depredante.
In un momento drammatico come l'attuale torna attuale quel discorso che, con il senno di poi è una delle chiavi che portarono al suo assassinio perché la denuncia del debito ingiusto dell'
Africa torna anche oggi che, i paesi ricchi hanno ancora una volta voltato le spalle all'
Africa.
Sogno spezzato di un intero continente finiva per sempre a metà degli anni
'80, il sogno di essere libero e autonomo, ricco di se stesso.
Eppure questa epidemia di
Covid-19 si è anche rivelata un po' amica, imponendo una battuta di arresto al delirio di onnipotenza di ogni abitante, in ogni continente. Questo virus ci ricorda che non serve corre a perdifiato ogni giorno perché non sempre rende felici, che la terra, questo pianeta va rispettata, che siamo tutti fratelli, che un doppio filo rosso lega ogni parte del mondo all'altra, che non c'è andata senza ritorno, che l'eccessivo sviluppo di una parte del mondo e l'impoverimento dell'altra parte non è equilibrio, che ogni istante va vissuto come se fosse l'ultimo.
*Grazia Le Mura, vive e gestisce da quasi
30 anni in
Burkina Faso dove gestisce una casa famiglia in un villaggio non distante da
Bobo Djoulasso, la seconda città del paese.
(Fonte.:ilmanifesto)
Bob Fabiani
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-www.ilmanifesto.it