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giovedì 7 maggio 2020

Covid-19, L'Africa supera i 50 mila contagi







Nel continente nero i contagi da coronavirus sono arrivati a 51,000 mentre i decessi sono 2,006 lo rende noto il bollettino ufficiale del WHO- World Healt Organization Africa di oggi 7 maggio 2020.
I paesi coinvolti sono ormai 53 su 54: l'unico Stato dove il Covid-19 non è arrivato è il Lesotho.


-Who Africa Update 7 Maggio 2020

La situazione dei contagi paese per paese:

Sudafrica 7.808 Egitto 7.588 Marocco 5.382 Algeria 4.987 Nigeria 3.145 Ghana 2.719 Camerun 2.265 Guinea 1.856 Costa d'Avorio 1.516 Senegal 1.433 Gibuti 1.120 Tunisia 1.022 Somalia 873 Sudan 852 RDC 797 Niger 770 Burkina Faso 729 Mali 631 Kenya 582 Maldive 527 Guinea Bissau 508 Tanzania 480 Guinea Equatoriale 439 Gabon 397 Mauritius 332 Ruanda 268 Congo 264 Madagascar 225 Sierra Leone 225 Capo Verde 191 Liberia 178 Sao Tomé&Principe 174 Ciad 170 Etiopia 162 Zambia 139 Togo 128 Eswatini 123 Benin 102 Uganda 98 Rep.Centrafricana 94 Mozambico 81 Libia 64 Sud Sudan 58 Malawi 43 Eritrea 39 Angola 36 Zimbabwe 34 Botswana 23 Burundi 19 Gambia 17 Seychelles 11 Comore 8 Mauritania 8 Sahara Occidentale 6

(Fonte.:@africaarguments; @WHOAFRO)
Bob Fabiani
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-https://www.twitter.com/@africaarguments
-https://www.twitter.com/@WHOAFRO

mercoledì 6 maggio 2020

L'Africa in lotta contro il virus e la repressione di polizia e militari







"Armati di pistole, con fruste, bastoni e gas lacrimogeni, gli agenti di sicurezza di diversi paesi africani hanno picchiato, arrestato e in alcuni casi ucciso persone mentre applicavano misure volte a prevenire la diffusione di Covid-19".

E' il quadro evidenziato da Human Rights Watch sul comportamento di forze di polizia e militari in Africa. Questo blog, nelle scorse settimane aveva già informato i lettori "virtuali" del vero (e grave) rischio che si corre nel continente: una deriva repressiva e, il conseguente scoppio di rivolte sociali a seguito del distanziamento sociale molto complesso da realizzare negli slum, nelle township e nelle bidonville delle megalopoli africane.





Riguardo alla denuncia di Hrw, Michelle Bachelet, Alto Commissaria ONU per i diritti umani, ha dichiarato le misure di emergenza "non devono diventare strumento di repressione" e chiosa "I poteri straordinari non dovrebbero diventare un'arma che i governi possono usare per reprimere il dissenso, controllare la popolazione, mantenere il potere o censurare la stampa, ma dovrebbero essere usati per affrontare efficacemente la pandemia, in maniera discriminatoria e con una durata limitata".
Forte la condanna delle numerose uccisioni di questo periodo che rischiano di trasformare "la pandemia in una catastrofe peggiore, con l'ampliarsi di crisi, rivolte e tensioni sociali, pericolose e nocive quanto il virus".

In Kenya un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco, ma la polizia ha parlato di "proiettile vagante". Come "causali" sono le morti di almeno altre 8 persone, tra cui un motociclista violentemente picchiato dai militari. Almeno 25 le vittime delle forze di sicurezza in Nigeria, dove sono stati rilevati dalla Nigerian Human Rights Center (Nhrc) oltre 500 episodi di violenze nei confronti della popolazione, tra i quali venditori ambulanti e tassisti di auto e motociclette.

La situazione sta diventando sempre più esplosiva e questa deriva repressiva non è meno preoccupante di quella sanitaria dato che, il coronavirus avanza sempre più in tutto il continente: sono ormai 53 i paesi colpiti su 54, il solo Lesotho non presenta contagi da Covid-19.

In Uganda, Hrw ha accusato la polizia di raid e persecuzioni contro "giovani senzatetto, lesbiche, gay e transgender accusandoli di negligenza nella diffusione del virus".
Le indagini hanno portato all'imputazione di 10 ufficiali accusati anche di "torture e violenze nei confronti di donne". Alla stessa maniera vengono condannate le centinaia di arresti per la violazione delle norme di restrizione, visto che le carceri sono un "ambiente ad alto rischio e bisognerebbe concentrarsi piuttosto sul rilascio delle persone in sicurezza, come i prigionieri politici e d'opinione", ha affermato la Bachelet.

Un quadro desolante che mostra perplessità anche e sopratutto l'uso politico delle restrizioni. I gruppi di opposizione in Ghana sono preoccupati per una nuova legge che conferisce al presidente ampi poteri: "Volevamo che il presidente facesse uso dei poteri di emergenza venendo in parlamento per valutare la loro necessità, ma non è avvenuto" ha dichiarato alla Bbc Ras Mubarak, deputato del Congresso nazionale democratico, all'opposizione.

In ultima analisi, il rapporto di Hrw ha analizzato "il targeting di giornalisti". In Tanzania, Ghana, Kenya e Somalia le autorità governative hanno sanzionato e oscurato alcune emittenti tv per aver trasmesso contenuti "fuorvianti e non veritieri" sulla strategia dei governi nella lotta al Covid-19, mentre sono decine ormai i giornalisti arrestati o picchiati dagli agenti di sicurezza in Africa occidentale (Mali, Senegal, Camerun, Costa d'Avorio) e in Maghreb (Algeria, Marocco, Egitto) secondo quanto riportato da Reporters sans Frontières.

"Il Covid-19 ha dato origine a una seconda pandemia di disinformazione, dai consigli sulla salute dannosi alle teorie della cospirazione fino alla censura. La stampa fornisce l'antidoto: notizie e analisi verificate, scientifiche e basate sui fatti", ha affermato ieri il segretario generale ONU Guiterres.


-Who Africa Update (bollettino del 6 maggio 2020)



Il virus avanza senza soste: ormai i casi di contagi in tutto il continente sono 49,121 e i decessi 1,956. Ecco la situazione paese per paese:

Sudafrica 7.572 Egitto 7.201 Marocco 5.153 Algeria 4.838 Nigeria 2.950 Ghana 2.719 Camerun 2.265 Guinea 1.811 Costa d'Avorio 1.464 Senegal 1.329 Gibuti 1.120 Tunisia 1.018 Somalia 835 Sudan 778 Niger 763 RDC 705 Burkina Faso 689 Mali 612 Kenya 535 Maldive 527 Tanzania 480 Guinea Equatoriale 439 Gabon 397 Mauritius 332 Guinea Bissau 292 Ruanda 261 Congo 236 Sierra Leone 199 Capo Verde 186 Sao Tomé&Principe 171 Ciad 170 Madagascar 158 Etiopia 145 Zambia 139 Togo 128 Eswatini 119 Benin 102 Uganda 97 Rep.Centrafricana 94 Mozambico 80 Libia 63 Sudan 58 Malawi 41 Eritrea 39 Angola 36 Zimbabwe 34 Botswana 23 Burundi 19 Gambia 17 Namibia 16 Seychelles 11 Mauritania 8 Sahara occidentale 6 Comore 4
(Fonte.:bbcafrica;afpafrique;whoafro;ilmanifesto)
Bob Fabiani
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-www.bbc.co.uk/africa
-www.afp.fr/afrique
-https://www.twitter.com/@whoafro
-www.ilmanifesto.it
     

martedì 5 maggio 2020

Alaa Salah, canto di protesta un anno dopo







Durante le storiche e drammatiche giornate della rivoluzione in Sudan  - giusto un anno fa - che portarono alla destituzione e alla caduta del dittatore Omar al Bashir, Alaa Salah, in una delle tante manifestazioni (era l'aprile 2019 n.d.t) salì sul tetto di una macchina e cominciò a cantare e, da quel momento diventò il simbolo della rivoluzione per un Sudan moderno finalmente libero dal cappio del regime brutale del desposta che guidò il paese africano con il terrore e il pugno di ferro.

Chi è oggi Alaa Salah? Scopriamola meglio in questo post.
(Bob Fabiani)


-Canto di protesta*


Per essere un'icona, si muove tanto. Alaa Salah parla e gesticola, e quando le mani stanno ferme è il suo viso a muoversi. Gli occhi le brillano, sempre all'erta. Per quanto iconica, non sarà mai la Gioconda della rivoluzione sudanese, ma piuttosto la sua Beyoncé, una ragazza che vive il presente. E' diventata un'icona un anno fa, all'apice della rivolta. Il 6 aprile 2019 una folla di decine, poi centinaia di migliaia di persone ha invaso il quartier generale delle forze armate nel centro della capitale Khartoum per chiedere l'uscita di scena di Omar al Bashir, il generale e dittatore alla guida del Sudan dal 1989, l'anno del colpo di stato. Trent'anni di regno durante i quali l'islamismo duro e puro degli inizi aveva ceduto il passo a un islamismo violento, dominato dalle milizie militari.
La rivoluzione era cominciata il 19 dicembre 2018 ad Atbara, nel nord del paese, dopo che il governo aveva annunciato di voler triplicare il prezzo del pane. In poco tempo si era allargata a tutto il territorio, e le rivendicazioni avevano finito per ridursi a un solo slogan contro Omar al Bashir: tesgot bass (vattene e basta!).

"I primi giorni non dicevo ai miei genitori che andavo a manifestare", ha raccontato Salah a marzo al Festival del film e forum internazionale sui diritti umani di Ginevra, dov'era ospite. "Quando mi hanno proibito di uscire, li ho convinti che non si poteva rimanere a casa a non fare niente, che eravamo dei morti viventi. Tanto valeva morire per qualcosa".

La protesta ha resistito al coprifuoco, allo stato d'emergenza, alla censura di internet, alla repressione e alla tortura fino al sit-in del 6 aprile 2019, che le ha dato un nuovo slancio.
Alaa Salah all'epoca aveva solo 22 anni e ogni giorno usciva vestita di bianco, un abbigliamento riservato alle donne rispettabili e un riferimento alla rivoluzione del 1964. L'8 aprile ha indossato anche un paio di orecchini dorati.

"Non avrei mai potuto immaginare quello che sarebbe successo dopo", ricorda.

E' salita sul tetto di un'auto e ha intonato un canto di sostegno della rivoluzione.

"Era una poesia scritta da uno studente durante le manifestazioni del 2013, nelle università è famosa", spiega con semplicità.

Tra una strofa e l'altra, la folla scandiva thawra (rivoluzione). Ripreso dai telefoni, il video è diventato popolare su internet. Con l'abito immacolato, i sandali con il tacco e il trucco curato, Salah incarna la donna sudanese in tutta la sua dignità, combattività e grazia.



   


Già all'inizio di marzo era stata organizzata una manifestazione per omaggiare l'impegno delle donne nella rivoluzione in corso. L'8 marzo, Omar al Bashir aveva ordinato la liberazione delle donne arrestate per avere partecipato alle manifestazioni. Ma il gesto non era servito a calmare la folla, perché le prigioniere appena liberate avevano raccontato la pena di 20 colpi di frusta inflitta ad alcune di loro. Nell'immediato quel quarto d'ora di celebrità è costato ad Alaa Salah, che ha ricevuto minacce di morte sui social network. Ma qualche giorno dopo, l'11 aprile 2019, Omar al Bashir è stato spinto alle dimissioni dal suo entourage e messo agli arresti domiciliari. E Salah ha tirato un sospiro di sollievo. Nel resto del mondo è diventata il volto della più bella delle rivoluzioni arabe, la più femminile, solidale e pacifica, quella di un paese immenso e sconosciuto, troppo arabo per essere africano e troppo nero per essere arabo.

-Generazione senza diritti

"Quello che ha scatenato la rivoluzione, più che il prezzo del pane, è stato l'annuncio nell'estate del 2018 che Al Bashir si sarebbe candidato alle presidenziali 2020 anche se aveva promesso di lasciare il potere", spiega Salah. "Sentivo i miei genitori parlare dei bei tempi andati, della loro gioventù, e non capivo perché la mia generazione non ne avesse diritto".

Originaria di una famiglia numerosa del quartiere di Hajj Yusuf, Salah appartiene alla piccola borghesia di Khartoum, quella classe media di cui il regime di Bashir ha perso il sostegno a colpi di svalutazioni e aumenti dei prezzi. Nel 2011 la secessione del Sud Sudan ha privato il paese dei suoi introiti petroliferi e, mentre il Sudan sprofondava, l'avidità della classe dirigente ha spinto la popolazione in uno stato di agitazione permanente, represso con ferocia. La famiglia Salah è più fortunata della media perché il padre, un ingegnere, ha lavorato a lungo nei ricchi paesi del Golfo in Medio Oriente. Alaa ha studiato per diventare architetta.
Ma non basta maneggiare il compasso e manifestare per strada per essere considerata al pari degli uomini. Il regime di Al Bashir ha ostacolato l'emancipazione femminile: due leggi del 1991 e del 1998 sull'ordine pubblico hanno proibito alle donne sudanesi di uscire senza un garante familiare maschio che ne disciplini la sessualità, il corpo e l'abbigliamento.

"Ho un'amica che è stata molestata dalla polizia per aver indossato i pantaloni", racconta Salah.

Molto spesso i poliziotti hanno abusato di queste leggi per ottenere soldi o commettere violenze sessuali. Alcuni casi sono stati raccontati dai mezzi di informazione, come quello di Noura Hussein, condannata a morte per aver ucciso il marito violento, con cui era stata costretta a sposarsi a 16 anni, o la giornalista Loubna al Hussein, che ha rischiato quaranta colpi di frusta per aver indossato i pantaloni. Entrambe sono state assolte grazie alle campagne internazionali in loro favore, ma la maggior parte delle sudanesi subisce il dominio maschile.
Il regime non è l'unico responsabile.
La società è molto conservatrice, e l'infibulazione è ancora una pratica diffusa (tuttavia, sabato scorso 2 maggio, il Sudan ha finalmente approvato una legge contro queste pratiche...un passo decisivo verso quel cambiamento alla base della rivoluzione dello scorso anno).
Qualche anno prima della rivoluzione è nato Minbar Chat, un gruppo Facebook di sole donne. All'inizio doveva servire a verificare se i potenziali fidanzati erano affidabili. Poi è diventato un forum femminista.

"Lo usavamo per darci appuntamento alle manifestazioni. E anche per identificare le spie dei servizi di sicurezza", spiega Salah.

Minbar Chat è diventato anche la cassa di risonanza dei comitati di quartiere dell'Associazione dei professionisti sudanesi, il sindacato clandestino che ha guidato la rivolta. Ma se quella sudanese è stata la più femminile delle rivolte arabe, lo deve sopratutto alle figure misconosciute della storia, in particolare a Fatima Ibrahim, militante femminista e dirigente comunista. Morta a 84 anni, i suoi funerali a Khartoum il 16 agosto 2017 sono stati le prove generali della rivoluzione.
Con la caduta di Al Bashir, la legge sull'ordine pubblico del 1998 è stata abolita e oggi due donne siedono al consiglio sovrano, che dirige la transizione, mentre altre due sono state nominate ministra degli esteri e procuratrice generale, una novità nel mondo arabo (e in misura minore in Africa n.d.t).

Ma non è che un primo passo: tutti in Sudan sono consapevoli che la strada verso la democrazia e il rispetto dei diritti civili è ancora lunga e difficile.

Il consiglio legislativo, non ancora istituito, dovrà essere composto per il 40 per cento da donne.

Alaa Salah non ha il bagaglio politico di Fatima Ibrahim. Lo sa e non vuole impegnarsi in politica, anche se ha ricevuto delle proposte. Perché dopo il tempo della rivoluzione è arrivato quello più tortuoso della transizione, prima delle elezioni generali previste per il 2022. E' l'ora del disincanto, dei colpi bassi e dei calcoli opportunistici tra civili e militari che si dividono il potere durante la ricostruzione di un paese esangue. L'ombra del generale Mohamed Hamdan Dagalo, soprannominato "Hemeti", capo di una milizia di stato più potente dell'esercito, pesa sul futuro dei rivoluzionari: dopo essersi attribuito i meriti della caduta di Al Bashir e averlo abbandonato al momento giusto, ha fondato uno stato nello stato negando ogni responsabilità nella guerra nel Darfur e nella sparizione di circa 200 manifestanti, senza contare lo stupro per mano dei suoi uomini di 70 donne nel centro di Khartoum il 3 giugno 2019.
Alaa Salah si è presa un anno di pausa dagli studi per rappresentare la rivoluzione sudanese nel mondo.

"Dio mi ha affidato questa missione", spiega aggiustandosi il velo, "devo andare ovunque e chiedere che sia fatta giustizia, e che siano processati Omar al Bashir e tutti quelli che hanno servito il suo sistema corrotto. Solo allora potremo costruire un nuovo Sudan, dove regneranno pace, libertà e uguaglianza".

Ma al momento, la minaccia più immediata per il fragile Sudan è il coronavirus. Il paese ha solo 200 respiratori per 40 milioni di abitanti e 678 contagi e 41 decessi.
*Christophe Ayad
(Fonte.:lemonde)
Bob Fabiani
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-www.lemonde.fr   

lunedì 4 maggio 2020

Da crisi sanitaria globale alla crisi internazionale da Covid-19





Mentre il mondo tenta di riemergere dalla più grande crisi sanitaria globale e l'Africa si prepara a vivere le "settimane cruciali" nel contrasto al virus, tutte le agenzie-stampa del mondo rilanciano la notizia delle pesanti accuse dell'amministrazione americana - guidata da #TheDonald - all'indirizzo della Cina.
E' stato Mike Pompeo, segretario di Stato americano, già a capo della CIA: "La Cina è colpevole della pandemia" buono per sviare il drammatico bollettino dei casi e dei decessi che il coronavirus ha scatenato in tutti gli Stati Uniti.

-L'accusa di Pompeo

"Il coronavirus arriva dal laboratorio di Wuhan", questo aveva urlato Trump in una delle sua uscite sensazionali per cercare di "lavarsi la coscienza" dopo il disastro e l'assoluta inadeguadezza con la quale il presidente ha affrontato l'epidemia  - seccamente smentita dall'Oms-Organizzazione mondiale della sanità oltre che da Pechino - il ministro degli esteri, al secolo, Mike Pompeo a indicare nell'istituto di virologia della città cinese - epicentro della pandemia mondiale - l'origine di tutto.

"Ci sono prove sensazionali che il coronavirus è nato in un laboratorio di Wuhan",  e poi rincara la dose "Non è la prima volta che siamo colpiti da virus per colpa di errori nei laboratori cinesi".

E' metà giornata quando l'ex capo della CIA cita un rapporto della National Intelligence salvo poi aggiungere ed escludere l'ipotesi del virus fabbricato e diffuso intenzionalmente.
Tutto questo è accaduto durante un'intervista alla televisione Abc: il segretario propende per la tesi della "pista dell'incidente" ossia, si sarebbe trattato di pura e semplice negligenza.

Ma perché negli Stati Uniti, la Casa Bianca si avventura in questa strada scivolosa e non priva di insidie e di pesanti conseguenze e, spingendo il mondo sull'orlo di una grave crisi internazionale?

Non è difficile capirlo.

Intanto il dato dei contagi è impressionante: il bollettino aggiornato parla di 1.149.197 superando la spaventosa cifra dei 66 mila decessi.
I freddi numeri però non dicono tutto. Sono giorni che in tutti gli States è divampata la "questione cinese" che entra di prepotenza nella campagna elettorale per le "Presidenziali 2020".

#TheDonald è alla ricerca di un cavillo, di un vero capro espiatorio al quale addossare il disastro del dopo-virus che gli consenta di essere rieletto. E arginare la pesante accusa dei Dem USA che parlano di diversivi per nascondere i suoi ritardi nell'affrontare la pandemia.

Torniamo a Pompeo.

Le accuse di Pompeo piovono mentre sui media internazionali filtra un rapporto degli 007 della Five Eyes nel quale si punta il dito su Pechino - per altro a questo gioco pericoloso si iscrivono anche altri governi: dalla Francia all'Australia - per aver mentito sull'origine del Covid-19.
Si tratta di un documento di 15 pagine, la coalizione delle intelligence americana, inglese, canadese,neozelandese e appunto austrialiana descrive i tentativi iniziali del regime (cinese) di minimizzare il virus, cercando di insabbiare le tracce tramite la censura. Già agli inizi di dicembre, sostiene il rapporto degli 007, la Cina sapeva che il virus poteva essere trasmesso da uomo a uomo e aveva iniziato a limitare le ricerche online sulla nuova misteriosa polmonite. E mentre diceva al mondo che le restrizioni ai viaggi non erano necessarie, Pechino aveva bloccato gli spostamenti al suo interno.







Dalla lettura del rapporto alle accuse del segretario di Stato americano il passo è breve.

"La Cina ha fatto di tutto per assicurarsi che il mondo non sapesse del virus in modo tempestivo. Questo è un classico tentativo di disinformazione comunista". E incalza "Pechino, ha agito come fanno i regimi autoritari scatenando così una crisi enorme".

Prima di congedarsi dall'intervista televisiva, Pompeo non ha resistito a lanciare l'ultima pesante bordata.

"Noi sosteniamo dall'inizio che il virus è originato lì. Ora l'intero mondo può vederlo".


-La reazione di Pechino

"Non importa quante volte una bugia venga ripetuta, o quanto accuratamente venga fabbricata. Resta ciò che è".
Lo ha ribadito anche ieri il Quotidiano del popolo, organo del governo cinese: le accuse degli Stati Uniti sono false. Si tratta del tentativo di Donald Trump di trasformare Pechino nel "capro espiatorio" del virus. Inoltre, dalla Cina rilanciano: "Si tratta di bugie, dove sono le prove?"

Questo il contrattacco cinese che, senza tanti giri di parole parla di "fabbricare una falsa teoria" da parte degli Stati Uniti.

Tuttavia Pechino rischia l'isolamento: dopo le accuse pesanti e urlanti di Pompeo, nelle ultime ore si registra una vera e propria corsa all'iscrizione  alla richiesta americana di una commissione di inchiesta. L'ultima in ordine di tempo è l'Australia mentre, dall'altra sponda dell'Oceano, Regno Unito, Francia e Germania sottolineano i punti oscuri sulle origini del virus.

Che cosa farà dunque il mondo?

Non è detto che il mondo seguirà Trump nelle sue indagini e forse nemmeno nella richiesta (pretestuosa) dei risarcimenti economici nei confronti di Pechino (anche Cortina, in Italia, ha seguito l'esempio di alcuni stati americani ... vedremo con quali risultati).



Quello che è certo è che Pechino non intende fare passi indietro.



-L'eccezione degli Stati Uniti*





Dice la verità così raramente che quando lo fà, com'è successo il 29 marzo 2020, ha l'impatto di una rivelazione: "Vorrei tanto riavere la nostra vita di prima. Avevamo l'economia più straordinaria che abbiamo mai avuto, e non avevamo la morte". Be' forse non tutta la verità. La prima frase non era né vera né falsa: descriveva solo un desiderio. Desiderio che, quando l'ho sentito esprimere  - e ne ho trovato dentro di me un'eco lamentosa - , ammetto di aver soppesato, per un attimo, come fosse una mela lucida che tenevo nella mano.
Sembrava un desiderio dignitosissimo da nutrire "in tempo di guerra", dato che è la guerra la metafora che lui ha deciso di usare. Solo che nessuno nel 1945  avrebbe voluto tornare alla "vita di prima", cioè al 1939, se non per far resuscitare i morti. La catastrofe richiedeva un nuovo inizio. E solo un nuovo modo di pensare può portare a un nuovo inizio. Questo lo sappiamo. Eppure, quando lui ha detto "vorrei tanto riavere la nostra vita di prima" ha colto l'opinione pubblica in un momento di debolezza: in vestaglia, in lacrime, o nel mezzo di una chiamata di lavoro, o con un neonato in braccio e mentre era nel mezzo di una chiamata di lavoro, o in procinto d'infilarsi una tuta ignifuga fatta in casa prima di avventurarsi nella metropolitana, per andare a fare un lavoro che non si può fare in casa, mentre da una costa all'altra milioni di bambini si arrampicano sulle pareti per la noia. E sì, in quel contesto di fragilità, "la vita di prima" suonava rassicurante, anche solo come espressione retorica, tipo "c'era una volta" o "ma io lo amo!". La sua seconda frase però mi ha fatto tornare in me. Balle, balle, balle. Il demonio è coerente, se non altro. Ho gettato via la mela e guarda un po', era marcia e piena di vermi.
Poi ha detto la verità: non avevamo la morte. Certo, avevamo persone morte. Avevamo i feriti e le vittime. Avevamo gli innocenti che ci rimettevano la vita per sbaglio. Avevamo il conteggio delle vittime e a volte perfino le foto sui giornali dei sacchi neri per i cadaveri, anche se a molti sembrava sbagliato farli vedere. Avevamo "disuguaglianze nelle condizioni di salute". Negli Stati Uniti, però, questo implicava qualche forma di colpevolezza da parte dei morti. Al posto sbagliato, nel momento sbagliato. La pelle del colore sbagliato, le idee sbagliate, la città sbagliata. La posizione sbagliata delle mani quando gli era stato chiesto di scendere dal veicolo. L'assicurazione sanitaria sbagliata o forse nessuna assicurazione. L'atteggiamento sbagliato verso la polizia.
Quello che ci mancava completamente, però, era il concetto della morte in sé, della morte assoluta. Quella che arriva per tutti, a prescindere dalla posizione sociale. Nella morte assoluta sta la verità della nostra vita, ovviamente, ma gli Stati Uniti non sono mai stati molto inclini, sul piano filosofico, a vedere la vita come una serie di problemi distinti. la guerra contra la droga, contro il cancro, contro la povertà e via dicendo. Non che ci sia qualcosa di ridicolo nel tentare di allungare la distanza tra la data sul nostro certificato di nascita e quella sulla lapide: la vita morale dipende proprio dal fatto che a quello sforzo attribuiamo un senso. Ma forse in nessun'altra parte del mondo quello sforzo  - e il suo relativo successo - sono legati ai soldi come negli Stati Uniti.
Forse è per questo che nell'immaginario statunitense pestilenze ed epidemie - considerate troppo poco attente alle disparità sociali - sono state relegate da un bel prezzo nell'ambito della storia passata o degli altri continenti. Anzi, l'ha messo in chiaro lui stesso all'inizio della sua presidenza, interi paesi "di merda" andavano considerati colpevoli del proprio alto tasso di mortalità: quella gente era per definizione nel posto sbagliato (laggiù) al momento sbagliato (in una fase arretrata dello sviluppo). Quei posti erano appestati in senso permanente, perché non avevano la lungimiranza di essere l'America. Neppure il collasso ambientale avrebbe toccato l'America o al limite l'avrebbe toccata solo all'ultimo minuto. In relativa sicurezza, riparata dalle sue alte mura, l'America avrebbe banchettato con quello che restava delle sue risorse, ancora enormi in confronto alla sofferenza di quelli là fuori.
Ma ora, come lui ci fa notare, siamo grandi nella morte, siamo dei campioni. Si teme che, quando alla fine si tireranno le somme, in quel campo gli Stati Uniti saranno il paese numero al mondo. Eppure, paradossalmente, la presunta democraticità delle epidemie  - il fatto che possano colpire allo stesso modo tutti gli aventi diritto al voto -  si rivela un po' sopravvalutata. Questa è senz'altro un'epidemia, ma le gerarchie statunitensi, erette nell'arco dei secoli, non si lasciano abbattere tanto facilmente. Il tasso di moralità tra i neri e gli ispanici è attualmente il doppio che tra i banchi e gli asiatici. I poveri stanno morendo più dei ricchi. Più nei centri urbani che nelle campagne. La mappa dei virus nei quartieri di New York diventa più rossa proprio nelle zone dove vivono le persone delle fasce di reddito più basse e dove la qualità delle scuole è inferiore. La morte prematura non è quasi mai stata un fenomeno causale negli Stati Uniti. In genere ha avuto una fisionomia, una collocazione geografica e un reddito molto precisi. Per milioni di statunitensi la guerra c'è sempre stata.
Ma ora, a quanto pare per la prima volta, lui la vede. E, assetato di gloria, si definisce un presidente in tempo di guerra. Se lo prenda pure, quel titolo, così come il primo ministro britannico, sull'altra sponda dell'oceano, tenta di darsi un tono churchilliano.
Chrchill (che in tempo di guerra il suo dovere lo fece) imparò a sue spese che anche quando la gente ti viene dietro in una guerra, e anche quando concorda sul fatto che sia stata una guerra "giusta", non significa necessariamente che voglia tornare alla "vita di prima" o farsi guidare da te verso quella nuova. La guerra trasforma chi la fa. Quello che prima era necessario ora appare superfluo; quello che era dato per scontato si rivela fondamentale. C'è un proliferare di questi strani capovolgimenti. I cittadini si ritrovano ad applaudire un sistema sanitario nazionale che negli ultimi dieci anni il loro stesso governo ha privato di fondi e trascurato in modo criminale. C'è chi ringrazia dio per l'esistenza di certi lavoratori "essenziali" che prima guardava dall'alto al basso, lo schifava quando loro pretendevano di essere pagati 15 dollari all'ora.
La morte è arriva negli Stati Uniti. C'è sempre stata, anche se è stata coperta e negata, ma ora la vedono tutti. La "guerra" che l'America le sta facendo dovrà per forza di cose andare oltre un leader fasullo, scavalcarlo e superarlo. Questa è un'impresa collettiva: coinvolge milioni di persone, che non dimenticheranno facilmente quello che hanno visto. Non dimenticheranno l'orrore, nella sua eccezionalità tutta statunitense, di vedere i diversi stati, per dirla con le memorabili parole di Andrew Cuomo, governatore dello stato di New York, contendersi all'asta "come su eBay" attrezzature mediche in grado di salvare vite umane. La morte viene per tutti. Me negli Stati Uniti da molto tempo a questa parte, si pensa che le maggiori probabilità di ritardarla se le aggiudica il migliore offerente.
Una potenziale speranza per la nuova vita statunitense è che al suo interno un'idea simile diventi finalmente inconcepibile, e che la prossima generazione di leader possa ispirarsi non alla retorica bellicosa di Churchill ma alle parole dette in tempo di pace da Clement Attlee, il suo avversario alla camera dei comuni, il capo del Partito laburista, che nelle elezioni subito dopo la guerra ottenne una vittoria schiacciante su Churchill: "La guerra è stata vinta grazie agli sforzi di tutto il nostro popolo che, con pochissime eccezioni, ha messo al primo posto il paese e lasciato molto in secondo piano i propri interessi privati e particolari (...) Perché dovremmo pensare di poter raggiungere i nostri obiettivi in tempo di pace - garantire a tutti da mangiare, vestiti, case, istruzione, tempo libero, previdenza sociale e piena occupazione - dando la priorità agli interessi privati?".
Come gli statunitensi non si stancano mai di ripetere, può darsi che ci siano aspetti della nostra vita in cui l'interesse privato ha il ruolo centrale. Ma, come ha deciso collettivamente l'Europa dopo la seconda guerra mondiale, messa in ginocchio dalla morte, la sanità non dovrebbe essere uno di questi.
*Zadie Smith è una scrittrice britannica (di origine giamaicana) che vive a New York.
(Fonte.:newyorker;nytimes;afp)
Bob Fabiani
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domenica 3 maggio 2020

Dossier Covid-19: Tra pandemia, corretta informazione e servizio sanitario universale






Nel giorno in cui si celebra la #giornatadellalibertàinformazione  continuiamo con i nostri approfondimenti sulla grave crisi sanitaria globale. Mentre una parte del mondo  - il cosiddetto primo mondo - da domani, 4 maggio, si prepara a entrare in una nuova fase della pandemia (ossia quella detta della ripartenza) dalle pagine di questo blog proseguiamo nel nostro tentativo di capire da dove "arrivano le pandemie".
Mai come in questa crisi, ci si è accorti dell'importanza della corretta informazione: è questo un punto dolente, in Africa come in Europa, America e Asia.
Quando esistono crisi di portata globale, il diritto alla libertà dell'informazione diventa decisiva: i cittadini, in qualsiasi contrada abitino hanno diritto a essere informati su ciò che avviene intorno a loro. A maggior ragione quando è in gioco la salute collettiva. Abbiamo più volte scritto in queste settimane in cui tutto il mondo era confinato e immerso nel lockdown che il Covid-19 ha fatto emergere tutte le "criticità" dell'era capitalistica  e del liberismo sfrenato - meglio noto come neoliberismo: le disuguaglianze sociali, il saccheggio sistematico del servizio sanitario pubblico (in Europa praticamente quasi ridotto allo "zero-virgola" in nome del mercato e di quella finanza creativa che, a poco a poco, ha riportato la povertà ...); non è un caso se, in un paese come gli Stati Uniti sia emerso la disumana scelta della sanità privata e, tuttavia non sufficiente a reggere l'urto invisibile e devastante del coronavirus.

A questo punto ci chiediamo: il mondo avrà capito la lezione maturata dopo la pandemia? Per cercare di dare una risposta a questo quesito ci siamo soffermati sul pensiero (e le idee) di Frank Snowden, storico della medicina americana che ci darà modo di riflettere su alcuni aspetti importanti per tentare di vincere la sfida contro il virus.


-Frank Snowden: "Questa pandemia è lo specchio letale della globalizzazione"

Ascoltare il punto di vista di Frank Snowden, storico americano delle epidemie  e della medicina, professore all'Università di Yale è molto istruttivo, a cominciare da un punto, forse decisivo, ossia se, in qualche modo, la storia delle epidemie può aiutarci a comprendere (fino in fondo) la pandemia di coronavirus.

-Dalla guerra al virus alla guerra della democrazia: si prende spunto dall'emergenza per ottenere l'estensione dei poteri e un controllo serrato sull'economia? Le pandemie finiscono col "legittimare" derive autoritarie?

"Le pandemie hanno il potenziale di rafforzare l'autoritarismo. Quello che è successo in Ungheria con Viktor Orban ma anche in Polonia, sono due esempi molto chiari di come l'emergenza può legittimare tendenze autoritarie di estrema destra per distruggere il sistema democratico ed istituire un governo nazionalista e pseudo populista. Quindi è un pericolo. Tuttavia, non c'è solo l'Europa: anche in Africa, per tentare di arginare il virus, i governi locali tentano la carta dello Stato d'emergenza, del coprifuoco e, fanno ampio ricorso all'uso di militari e delle forze dell'ordine per imporre il confinamento negli slum delle megalopoli africane. Eppure, se si guarda alla storia, si potrà vedere che il processo appena descritto, non è inevitabile. Se prendiamo a esempio l'ultima grande pandemia, l'influenza spagnola del 1918, sono state prese misure come il divieto di assembramenti  - una sorta di precursore dell'auto isolamento - niente manifestazioni o parate, e i cittadini dovevano essere monitorati dallo Stato. Tuttavia, a quel tempo, non credo che nessuno avrebbe detto che sarebbero state permanenti e il risultato dell'influenza spagnola non è una dittatura.
Nell'Europa dell'Est, per esempio, il colera negli anni '30 del diciannovesimo secolo ha consentito l'impostazione di misure di repressione draconiane, quasi medievali. E lì fu qualcosa di duraturo. Quindi credo sia possibile per gli autoritarismi sfruttare il potenziale emergenziale creato dalle malattie pandemiche. Ma l'effetto può essere il contrario. La fine della schiavitù nelle piantagioni ad Haiti, per esempio, fu il risultato della distruzione dell'armata di Napoleone a causa della febbre gialla. E quello fu un impatto liberatorio: la prima Repubblica nera libera, la prima grande ribellione schiavista della storia, in parte radicata nella differenza di immunità e mortalità tra gli europei e gli africani: le truppe di Napoleone, gli europei, non avevano l'immunità di gregge alla febbre gialla, mentre gli schiavi africani sì. Quindi direi che anche la libertà non può essere conseguenza della pandemia. Quindi quello che succederà credo sia una questione di scelta. Il futuro non è predeterminato. Quanto vigili e reattivi saranno i cittadini farà un'enorme, decisiva differenza (anche nella cosiddetta "fase della ripartenza" ... del primo mondo, mentre l'Africa si appresta a vivere le settimane cruciali per capire quale piega prenderà il virus in tutto il continente) ... le democrazie del resto sono più adatte ad ottenere il sostegno popolare e istituire razionali politiche sanitarie pubbliche perché permettono il libero flusso di informazioni, e la salute pubblica moderna dipende in realtà dalla libera informazione".

In un'intervista al New York Times, Snowden  aveva  rilasciato questa dichiarazione: "Le epidemie sono una categoria di malattie che fanno da specchio  agli esseri umani e mostrano chi siamo veramente. ... Le epidemie riflettono il nostro rapporto con l'ambiente, sia quello che abbiamo costruito che l'ambiente naturale".

-Epidemie specchio della vulnerabilità umana (anche col coronavirus)?

"Credo che questo sia estremamente vero per il coronavirus; questa è la prima frande epidemia della globalizzazione. E credo che tutte le società creino le proprie vulnerabilità. Facciamo un paragone con il colera nel diciannovesimo secolo. Era una malattia dell'industrializzazione e quindi dell'urbanizzazione dilagante ... In città come Napoli o Parigi c'erano baraccopoli - nove, dieci persone in una stanzetta (ecco spiegata la ragione, aggiunge il professore americano, della preoccupazione degli scienziati e dei medici riguardo l'Africa ...) - in cui si viveva senza alcun sistema igenico-sanitario, né fognature o acqua potabile ... Il tifo, e il colera asiatico, direi, sono malattie sintonizzate sulle condizioni di industrializzazione e rappresentano in questo senso uno degli specchi della globalizzazione. Con il coronavirus ci sono almeno tre dimensioni che mostrano come il Covid-19 sia lo specchio  di ciò che siamo come civiltà. La prima è che stiamo diventando quasi 8 miliardi di persone in tutto il mondo. Poi abbiamo il mito per cui si può avere una crescita economica e uno sviluppo infinito anche se le risorse del pianeta sono limitate, il che è una contraddizione intrinseca. Eppure abbiamo costruito la nostra società su questo mito, pensando che le due cose si possono in qualche modo conciliare. Quindi c'è un problema. Inoltre, abbiamo dichiarato guerra all'ambiente e distruggiamo l'habitat degli animali. ... Quindi direi che il coronavirus sta sfruttando canali di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creato e che questa pandemia è la quintessenza dell'epidemia di una società globalizzata.

-Errori del passato che si ripeteranno?

"In effetti la preoccupazione ora è che quando questa pandemia passerà, non faremo nulla, se non radicarci in una dimensione di amnesia. La speranza è che, invece, ci renderemo conto che siamo profondamente vulnerabili, che è inevitabile che le altre sfide come questa si ripresentino. Ogni ambientalista può dire fin da ora che questo sarà inevitabile a causa dei rapporti che abbiamo creato con la natura: lo spillower si ripresenterà ancora e ancora. Donald Trump ha sollevato la domanda più critica e inquietante di questa epidemia: "Chi poteva saperlo?". Io direi che tutti potevano saperlo ... Anthony Fauci nel 2005 ha testimoniato al Congresso americano dicendo: "Se si parla con qualcuno che vive nei Caraibi, si può dire a quella persona che la scienza del clima prevede inevitabilmente che gli uragani colpiranno i Caraibi e che è fondamentale essere preparati ad affrontarli. La scienza non può dire quando colpiranno o quanto saranno forti, ma stanno arrivando e non c'è via di scampo. Allo stesso modo, possiamo dire al mondo che sta arrivando una grande pandemia virale, una pandemia polmonare. Non posso dirvi quando o quanto sarà forte ... Ma è inevitabile che ciò accada. E quindi dobbiamo prepararci o avremo una pandemia". Beh, non non ci siamo preparati. In nessuna parte del mondo (compresa l'Italia n.d.t). Gli anni prima di questa pandemia sono stati caratterizzati qui da tagli alla ricerca scientifica e alle spese per il sistema sanitario. Uno dei modi essenziali per prepararsi al futuro è garantire che tutti sul pianeta abbiano accesso alle cure mediche gratuite, perché se qualcuno si ammala di un virus polmonare, questo si ripercuoterà su tutti nel mondo. ... E abbiamo visto il disastro che è accaduto negli Stati Uniti che risulteranno il paese dove il Covid-19 ha fatto vittime e, tra queste, la comunità afroamericana ha pagato un prezzo altissimo (6 volte di più rispetto alla comunità bianca n.d.t). E' necessario che tutti devono essere coperti dall'assistenza sanitaria e, nel caso dell'Africa, bisognerà che il mondo sia solidale e dia il proprio contributo a sconfiggere il virus".
(Fonte.:nytimes;ilmanifesto)
Bob Fabiani
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sabato 2 maggio 2020

News For Africa N°11 (Il Continente informa)






Questa settimana dal continente sono arrivate due buone notizie: una l'abbiamo scritta non più tardi del 30 aprile ed è arrivata dal Ciad; una di quelle notizie che regalano speranza verso il futuro: il piccolo paese africano ha deciso di abolire la pena di morte. Oggi, come leggerete, ne pubblichiamo un'altra. Arriva dal Sudan.
Consueto appuntamento con le notizie da tutto il continente, in questo numero:


  • Sudan, vietate mutilazioni genitali alle ragazze
  • Libia, Haftar si proclama Rais di tutto il paese Nordafrica
  • Africa, taniche, app, cerchi a terra. Lo slum sfida la pandemia
  • Rep. Centrafricana, la proroga del presidente
  • Costa d'Avorio, a lezione in Tv (al tempo del Covid-19)
  • Sudafrica, abusi di potere
  • Marocco, contagi nelle celle
  • Zimbabwe, avanza la malaria
  • Uganda, l'Alta Corte boccia "bonus-Covid" dei deputati ugandesi
  • RDC, mani pulite a Kinshasa
  • Madagascar, il CVO offerto a pazienti e ospedali del continente
  • Coronavirus, in Africa oltre 40 mila contagi



-Sudan, vietate mutilazioni genitali alle ragazze







In Sudan l'infibulazione sarà considerato reato. Il governo ha approvato il testo che prevede fino a 3 anni di carcere e multe salate per chi pratica la mutilazione genitale femminile. Ora tocca alla società civile sudanese impegnarsi per fare un altro decisivo passo verso quel sogno di cambiamento che alimentò la rivoluzione del 2019 per destituire il dittatore Bashir; un sogno per un Sudan moderno e più giusto.
(fonte.:jeuneafrique)


-Libia, Haftar si proclama il Rais di tutto il paese Nordafricano






Il generale Kalifa Haftar, sfruttando la distrazione internazionale creata dalla pandemia, lunedì sera si è autoproclamato leader della Libia attraverso i microfoni della Tv al-Hadath, sostenendo di aver ricevuto un "mandato popolare" per governare e dichiarando la fine dell'accordo, siglato nel 2015 sotto l'egida dell' ONU per la cessazione delle ostilità. Nell'occasione Haftar ha esautorato il parlamento di Tobruk.
Tuttavia, non è la prima volta che il generale si dichiara rais della Libia ma, questa volta, la sua decisione appare un azzardo politico che rischia di costargli caro: dopo la perdita dell'ovest, potrebbe cedere anche la strategica Tarhuna e la base aerea di al-Watiya (vicino a Zintan).
La guerra non si ferma e dopo il golpe di Haftar ha generato la reazione di Tripoli. L'aviazione del governo di accordo nazionale libico ha condotto 5 raid aerei sulla base aerea di al-Watiya, nell'ovest della Libia, utilizzata dalle forze del generale Haftar, lo ha reso noto il portavoce dell'esercito di Tripoli, Mohamed Gnounou.
Lo stesso portavoce precisa che sono stati colpiti individui e veicoli armati delle milizie terroristiche di Haftar e informa di altri "sei raid aerei nei pressi della valle Marsit, sulla strada tra Al Korayat e Nasma, che hanno colpito una colonna di veicoli armati e uomini  delle milizie terroristiche di Haftar.
(fonte.:bbcafrica;ansa;lemonde)


-Africa, taniche, app, cerchi a terra. Lo slum sfida la pendemia

In pieno periodo Covid-19 c'è la campagna tradizionale, con i graffiti informativi di Dakar, in Senegal; oppure le soluzioni low cost, come il tippy tap: corda, pedali e tanica bucata, per lavarsi le mani senza bisogno di toccare il rubinetto; o anche le novità tecnologiche, stile Covid-Tracker, l'app nata per tracciare i contagi a Kibera, lo slum più grande del Kenya.
Per combattere la pandemia l'Africa si organizza, con idee e buone pratiche che si diffondono dal basso, spesso nelle comunità più disagiate e a rischio. Lo documenta un portale italiano, nella città di Parma, dalla collaborazione tra lo studio di architettura sostenibile Taxibrousse e l'associazione Le Réseau.  Sul sito covidfree-toolkit.org sono pubblicati e aggiornati, idee e foto in arrivo da Dakar, Addis Abeba o Nairobi.
Spiega Federico Monica, urban planner di Taxibrousse, "negli slum s'intravede forse il mondo solidale che sarà".
I punti di forza sarebbero costi vicini allo zero, ripetibilità pressoché infinita e forte  impatto sociale. L'esempio pratico sono i Veronica Bucket, i secchi col rubinetto per lavarsi le mani disseminati agli angoli delle strade, o le taniche mobili montate dai conducenti di moto-taxi per i loro clienti. Anche le file agli alimentari si accorciano: basta disegnare cerchi a terra pure a destra e a sinistra, garantendo il distanziamento sociale, come sta accadendo in Ruanda
(fonte.:jeuneafrique)


-Rep.Centrafricana, la proroga del presidente

A Bangui si pensa già alle presidenziali del 2021. Un disegno di modifica della Costituzione è infatti arrivato in Parlamento per prevedere una proroga al potere per il capo di Stato Faustin-Archange Touadéra se, per motivi di forza maggiore, non si potesse andare alle urne.
L'opposizione si è subito dichiarata contraria.
(fonte.:afp)

-Costa d'Avorio, a lezione in Tv (al tempo del Covid-19)

"Qualche giorno dopo la chiusura delle scuole ivoriane, a metà marzo, le autorità del liceo di Abidjan si sono trasformate in una specie di set cinematografico", scrive Le Monde.
Per ora in Costa d'Avorio, un paese di 24 milioni di abitanti e 7 milioni di studenti dalle elementari alle superiori, le lezioni a distanza sono dirette solo alle classi che devono sostenere gli esami, ma presto saranno estese a tutti. Dal 9 aprile le lezioni registrate dai professori del liceo di Abidjan sono trasmesse dalla Tv pubblica e alla radio.
(fonte.:lemonde)

-Sudafrica, abusi di potere






In alcune città sudafricane continuano le demolizioni di baracche nelle township, ma questi interventi rischiano di peggiorare la crisi abitativa e sanitaria durante lockdown (che è in vigore dal 27 marzo e potrebbe essere alleggerito dopo la fine di questo weekend).
A Lawley, vicino a Johannesburg, il 16 aprile sono state distrutte decine di abitazioni irregolari, scrive News24.
A marzo a Khayelitsha, vicino a Città del Capo, erano state demolite 49 casette, ma un tribunale ha stabilito che la polizia aveva abusato dei suoi poteri.
(fonte.:news24)



-Marocco, contagi nelle carceri







"Allerta generale nella prigione di Ouarzazate: tutti i detenuti e le guardie hanno dovuto sottoporsi al test per il Covid-19 perché nel giro di 24 ore sono stati confermati 186 contagi", scrive Jeune Afrique il 23 aprile.
Altri focolai d'infezione sono state le carceri di Marrakech e Ksar el Kebir. In Marocco con l'inizio dell'emergenza sono stati graziati 5.654 detenuti su circa 80mila, ma le prigioni restano sovraffollate. La situazione è simile in tutti i paesi del Nordafrica, come l'Algeria, che ha liberato 5mila reclusi su 60mila. Queste decisioni, però, sono giudicate insufficienti dalle associazioni locali per i diritti umani.
(fonte.:jeuneafrique)


-Zimbabwe, avanza la malaria










Dall'inizio dell'anno in Zimbabwe sono stati segnalati 170mila casi di malaria, con un aumento del 45% rispetto al 2019. Fino a questo momento le vittime sono 152.
La situazione sul fronte del Covid-19 appare sotto controllo con 40 casi accertati.
(fonte.:bbcafrica)


-Uganda, l'Alta corte boccia il "bonus Covid" dei deputati ugandesi

L'Alta corte ugandese ha ordinato ai 426 parlamentari di restituire i 5mila dollari a testa che si erano distribuiti per affrontare l'emergenza Covid-19.
Un totale di 2,1 milioni di dollari che anche il presidente Museveni aveva definito "moralmente riprovevole" e che aveva provocato la protesta degli ugandesi: lunedì 20 aprile hanno "rumoreggiato" dai balconi, per poi dedicare un applauso ai sanitari del paese.
(fonte.:afp)


-RDC, mani pulite a Kinshasa








Dall'inizio di marzo i giudici di Kinshasa indagano sulla sparizione di più di 300 milioni di dollari di denaro pubblico che avrebbero dovuto essere usati per completare infrastrutture e migliorare l'accesso all'elettricità e all'acqua potabile.
Numerosi politici sono nel mirino degli inquirenti. Il più noto è Vital Kamerhe, capo di gabinetto del presidente della Repubblica Democratica del Congo Felix Tshisekedi. Kamerthe è stato arrestato l'8 aprile e presto, secondo il sito Actualité, comparirà in tribunale per rispondere alle accuse di corruzione, riciclaggio e appropriazione indebita. A beneficiare dello scandalo è l'immagine del presidente Tshisekedi, che si propone come il campione della lotta alla corruzione.
(fonte.:actualité)


-Madagascar, il CVO sarà offerto a pazienti e ospedali di tutto il continente





"Preservare e salvare vite in pericolo coordinando le nostri azioni per arginare l'epidemia", lo afferma il presidente malgascio, Andry Rajoelina che aggiunge "è tempo della solidarietà africana".
Il Madagascar offrirà il CVO - il farmaco a base di artemisia - ai pazienti e agli ospedali di tutta l'Africa.
(afp)


-Coronavirus, in Africa raggiunti e superati i 40mila contagi





Il Covid-19 avanza inarrestabile anche in Africa: oggi, sabato 2 maggio i casi di contagio sono  arrivati a 40,635 mentre i decessi raggiungono 1,691.
Ecco la situazione paese per paese con il bollettino aggiornato al 2 maggio 2020:

Sudafrica 5.951 Egitto 5.895 Marocco 4.529 Algeria 4.154 Camerun 3.069 Nigeria 2.170 Ghana 2.074 Guinea 1.537 Costa d'Avorio 1.275 Gibuti 1.089 Senegal 1.024 Tunisia 994 Niger 728 Burkina Faso 649 Somalia 601 RDC 600 Mali 508 Tanzania 480 Sudan 442 Kenya 411 Maldive 396 Mauritius 332 Guinea Equatoriale 315 Gabon 308 Guinea Bissau 257 Ruanda 249 Congo 229 Liberia 152 Sierra Leone 136 Madagascar 135 Etiopia 133 Togo 123 Capo Verde 121 Zambia 109 Eswatini 106 Benin 90 Uganda 83 Mozambico 79 Ciad 73 Rep.Centrafricana 64 Libia 61 Sud Sudan 45 Zimbabwe 40 Eritrea 39 Malawi 37 Angola 29 Botswana 23 Namibia 16 Sao Tomé & Principe 16 Burundi 15 Gambia 12 Seychelles 11 Mauritania 8 Sahara Occidentale 6 Comore 1
(fonte.:au.int)
Bob Fabiani
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venerdì 1 maggio 2020

La lotta "diversificata" del Burkina Faso al Covid-19









Negli ultimi giorni la pandemia del coronavirus in Africa ha raggiunto e superato i 38 mila casi con i decessi arrivati a oltre 1,600.
I paesi africani dove ha fatto la sua comparsa il virus sono ormai 53 su un totale di 54: l'ultimo ad aggiungersi alla lista  - che vede sempre il Sudafrica come paese più colpito 5,647 seguito dall'Egitto con 5,537 poi Algeria, Ghana, Nigeria, Camerun e Guinea - è Comore dove, nelle ultime ore, è stato confermato il primo caso di contagio.
E' innegabile che in Africa tuttavia, il virus stia avanzando piano, ma se si aggiunge alla fame (e al debito) il quadro diventa disastroso.

Oggi, AfricaLand Storie e Culture africane si sofferma sul Burkina Faso.


-Diversamente Covid*






Il Covid-19 in Africa non ha lo stesso volto che ha in Europa e in altre parti del mondo. E questo non solo perché ci sono diversi ceppi (alcuni studi ne individuano più di trenta), ma anche perché i contesti sono totalmente diversi e, quindi, diverse e diametralmente opposte sono sono le possibilità, la capacità e le risorse per il suo contenimento.
In Africa, poi, il virus ha ben 54 volti, tanti quanti sono i paesi che compongono questo variegato continente. In Burkina Faso il contesto culturale-tradizionale, la situazione socio-conomico-sanitaria e di sviluppo è totalmente diversa dal Sudafrica o dalla Tanzania o dagli altri paesi dell'Africa dell'ovest.
Non esiste un unico piano di prevenzione valido per ogni Stato.

Il nemico che risponde al nome di coronavirus ha fatto la sua prima comparsa in Burkina Faso intorno ai primi di marzo: il primo caso è stato registrato il 9. Dopo 50 giorni sono stati confermati 645 casi, la maggior parte a Ouagadougou, la capitale. Al momento non si registrano casi in brousse o nei piccoli villaggi: non ci sono o non si conoscono?
Questa è la domanda che fa tremare i polsi un po' a tutti. Il numero delle guarigioni cresce di giorno in giorno: 476 persone testate positive e sottoposte a trattamento hanno lasciato l'isolamento per riunirsi alla famiglia o sono state trasferite in altri reparti ospedalieri.
In totale si contano 42 decessi (6,6%): meno di uno al giorno.

In base ai dati ufficiali, sebbene siano i più alti dell'Africa occidentale, il contagio sembra procedere molto lentamente. Il Covid-19 al momento non si è mostrato aggressivo come in Europa.

Quali sono le ragioni? Si tratta di un caso? Una mutazione?
In Africa da molto tempo sono abituati a contrastare la malaria assumendo farmaci a base di clorochina: è dunque questa una delle spiegazioni?      
Il caldo, come sfianca tutto e tutti, ha sfiancato anche il virus? Al suo arrivo si registravano dai 40° in su. Una possibile spiegazione di quanto sta avvenendo potrebbe essere insita nell'abitudine dei burkinabé (come a volte vengono chiamati gli abitanti del Burkina Faso n.d.t), di contrastare epidemie di diverse entità: dall'ebola alla meningite, alla varicella, alla rosolia (tra l'altro, in questi ultimi giorni sono stati registrati molti casi di varicella e rosolia n.d.t).
Da queste parti si fa molto ricorso all'uso della fitoterapia (qui chiamata farafin-fura n.d.t) per la prevenzione di ogni tipo di malattia.

Quando il Covid-19 è arrivato in Burkina Faso aveva già fatto il giro del mondo e, sia le autorità che gli abitanti, non sono stati colti di sorpresa. Erano chiare le cose da evitare e sopratutto come incastrare questo mostro invisibile.
Il Burkina Faso, come altri paesi africani, si è mosso su due piani, ambedue iscritti nel capitolo "prevenzione".
Del resto qui in Africa bisogna "prevenire" perché non ci sono strumenti per "curare". Forse, stavolta, il continente ha saputo trarre vantaggio dalle sue mancanze storiche e croniche. Potrebbe essere questa la risposta a tutti i nostri quesiti e, al tirar delle somme, rivelatesi vincente. Forti della consapevolezza di quanto accadeva in Europa e nel resto del mondo, si è deciso di prepararsi bene. Per tempo. Anche l'Africa ormai è connessa. Anche da queste parti si legge, si naviga (nell'infinito mondo della rete e dei nuovi social), si fanno ricerche, si ascolta la radio e non solo per la musica.

L'Africa è sicuramente un continente impoverito ma resta connesso.

Due piani, quindi: informazione e contenimento. Prima del 9 aprile, sono iniziati gli spot in tutte le lingue locali con tre comandamenti da seguire: lavarsi le mani spesso e bene; usare la mascherina, o meglio il cache-nez come si chiama qui; mantenere le distanze, non stringersi le mani e non darsi i consueti 4 baci di accoglienza.
La gente, poiché seguiva alla tv le notizie provenienti dall'Europa, ha bloccato le mani che istintivamente andavano a stringere altre mani incontrate per strada, al mercato, nel vicinato. Bisogna sottolineare che in Burkina Faso il saluto è sacro. E' una liturgia, un rituale. Non è semplice comprendere quale sia stato il sacrificio dei burkinabé se non si è mai stati da queste parti. Ma gli abitanti hanno disciplinatamente rinunciato subito al gesto sacro, senza proteste né recriminazioni.

Invece in altri posti, in altri continenti, quelli ritenuti più evoluti e moderni, nonostante i consigli e gli appelli, si facevano le ole allo stadio e i party di compleanno.
Nonostante il caldo afoso qui si usciva con i cache-nez e chi poteva non ha rinunciato alla solidarietà mettendo a disposizione davanti alla porta della propria bottega un bidone di acqua e del sapone per lavarsi le mani.
In tutto il Burkina Faso il contenimento ha mostrato il volto della lungimiranza dei poveri. Se il virus si diffonde a macchia d'olio o di leopardo e i malati si aggravano, non c'è alcuna possibilità di assisterli con sofisticate apparecchiature mediche. Posti limitati negli ospedali e scarsi mezzi inducono a prevenire.
Immediatamente, le autorità hanno istituito il confinamento: scuole chiuse dal 16 aprile; coprifuoco e mercati chiusi subito dopo; uffici e amministrazione con personale e orario ridotto.
La parola d'ordine: stare il più possibile a casa. Certo, anche qui, come nel resto dell'Africa mettere in pratica questa ordinanza governativa non è stato per nulla facile. Si è rivelato problematico, tuttavia, non impossibile.
Tutti gli abitanti del Burkina Faso - al pari delle autorità - non hanno nascosto che il rispetto di questa raccomandazione significa pagare un prezzo alto: qui si mangia solo se si lavora. Lo Stato ha chiesto e continua a chiedere sacrifici e in cambio offre agevolazioni per tutti e sostegno per le categorie più colpite: innanzitutto i poveri che vivono alla giornata, ma anche commercianti, ristoratori, trasportatori.
La situazione è drammatica eppure, la gente, in un passaparola muto, si dice con gli occhi: "Se non ci uccide il virus ci uccide la fame"
La fame quella che uccide già in abbondanza in Burkina Faso ed in Africa. Quella che è alla base di tante malattie che poi uccidono. Quella che uccide ancor di più in tempo di Covid-19.
E' la fame che consuma tutto e tra poco incombe la stagione delle piogge e nessuno sa cosa seminare. E' il grande quesito che tutti si pongono: non ci sono risparmi a cui attingere e i prezzi sono schizzati alle stelle.
Sullo sfondo poi c'è anche da registrare l'arrivo del Ramadam e il mese di digiuno della religione più diffusa nel paese scandisce e condiziona la vita sociale. Il coprifuoco, ancora necessario ma non più proponibile dalle 19, è stato modificato e portato alle 21. Il bisogno reale della gente e la temuta reazione a lungo andare costringe a rivedere la chiusura dei mercati che si riaprono, uno dopo l'altro, un po' ovunque ma con delle misure di precauzione.
Non ci sono certezze e qui, come nel resto del continente, si teme il divampare delle rivolte sociali: a fronte di questo, le autorità nel dare il via libera alle riaperture hanno anche suggerito l'indicazione di mantenere almeno 2 metri tra una postazione e l'altra e di ricevere i clienti uno alla volta.

Ma come spesso accade la realtà è un po' diversa da come può apparire in superficie: c'è paura tra la cittadinanza e si cerca di seguire al massimo i consigli. L'annunciata riaperture delle scuole preoccupa, perché si annunciano misure di sicurezza ma non c'è traccia della loro realizzazione, a partire dall'intento di fornire ogni allievo, ogni insegnante e tutto il personale scolastico, di due mascherine lavabili.

Ma davvero è stato dato lo scacco matto al Covid-19 oppure, il virus, misteriosamente e in modo invisibile prepara una mossa che inchioderà all'angolo i burkinabé? Al momento è impossibile rispondere in modo serio a questa domanda: quel che è certo che si capirà meglio quale sia la reale situazione nelle prossime settimane tenendo bene a mente che, il picco, in tutta l'Africa, è previsto nel prossimo mese di giugno.
Il lockdown intanto ha piegato ulteriormente il paese africano già messo in ginocchio dal terrorismo islamico e dalle migliaia di profughi radunati e accolti in campi improvvisati, sovraffollati, promiscui, che si allagano alla prima pioggia.  
La quotidianità che si prospetta qui in Burkina Faso - e nel resto del mondo - costringerà le perone costantemente col viso coperto perché l'uso della mascherina è stato dichiarato obbligatorio nelle scuole, nei mercati, sui bus, nei servizi pubblici.

Sarà possibile?

Il pensiero corre veloce ai lavoratori dei cantieri o nei campi sotto il sole cocente, imbavagliati con la mascherina.








-Il debito che soffoca il Burkina Faso

Il Burkina Faso soffre ed è schiacciato anche dal debito pubblico, quel debito denunciato coraggiosamente a metà degli anni '80 dall'allora presidente Thomas Sankara come ingiusto, schiavizzante, depredante.
In un momento drammatico come l'attuale torna attuale quel discorso che, con il senno di poi è una delle chiavi che portarono al suo assassinio perché la denuncia del debito ingiusto dell'Africa torna anche oggi che, i paesi ricchi hanno ancora una volta voltato le spalle all'Africa.
Sogno spezzato di un intero continente finiva per sempre a metà degli anni'80, il sogno di essere libero e autonomo, ricco di se stesso.
Eppure questa epidemia di Covid-19 si è anche rivelata un po' amica, imponendo una battuta di arresto al delirio di onnipotenza di ogni abitante, in ogni continente. Questo virus ci ricorda che non serve corre a perdifiato ogni giorno perché non sempre rende felici, che la terra, questo pianeta va rispettata, che siamo tutti fratelli, che un doppio filo rosso lega ogni parte del mondo all'altra, che non c'è andata senza ritorno, che l'eccessivo sviluppo di una parte del mondo e l'impoverimento dell'altra parte non è equilibrio, che ogni istante va vissuto come se fosse l'ultimo.
*Grazia Le Mura, vive e gestisce da quasi 30 anni in Burkina Faso dove gestisce una casa famiglia in un villaggio non distante da Bobo Djoulasso, la seconda città del paese.
(Fonte.:ilmanifesto)
Bob Fabiani
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