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venerdì 5 giugno 2020

Nigeria, proteste e indignazione contro i femminicidi al tempo del Covid-19








La Nigeria è un paese sotto shock dopo la brutale uccisione in poche ore di tre giovani: spontanea è divampata la protesta per chiedere "Giustizia per Uwa" e, per tutti gli altri femminicidi anche in piena pandemia da coronavirus e malgrado lockdown.

Oltre al continuo aumento dei contagi da Covid-19 (sono 11.516 mila e 323 i decessi) e gli attacchi jihadisti nel Nord del paese, ad opera dei miliziani di Boko Haram, la Nigeria è alle prese con un numero crescente di casi di violenza di genere e di femminicidi legati al periodo di lockdown parziale imposto per l'emergenza sanitaria.

Il 1° giugno un gruppo di manifestanti vestiti di nero, tra cui molti studenti, hanno marciato verso il quartier generale della polizia a Benin City chiedendo giustizia per Vera Uwaila Omozuma, 22 anni, studentessa di microbiologia uccisa dopo essere stata violentata da un gruppo di ragazzi.

Successivamente, l'hashtag #JusticeforUwa è stato lanciato sui social ottenendo immediata visibilità.
Il brutale omicidio di Uwa è il terzo di una serie ravvicinata: il giorno prima un'altra ragazza, Tina Esekewe, 16 anni, veniva uccisa a Lagos e Jennifer, 12 anni, veniva violentata e uccisa a Jigawa, sempre da un gruppo di ragazzi.





Il governo federale ha promesso di fare giustizia e l'ispettore generale di polizia, Mohammed Adamu, assicurando di aver impegnato "investigatori specializzati e risorse aggiuntive" sui tre casi, ha pregato i nigeriani che dispongono di informazioni utili su questi e altri casi a fornirli alla polizia al fine di migliorare la capacità di rispondere all'escalation di aggressioni sessuali e violenza domestica connessa all'epidemia di Covid-19 e ad altri problemi sociali.
Una persona sarebbe stata arrestata in relazione al caso di Vera Uwaila grazie alle impronte sull'estintore utilizzato per colpire la ragazza.

Ufuoma Akpobi, dell'Associazione contro la violenza di genere nello Stato di Edo, ha raccontato che "quel giorno Uwa studiava in chiesa come fa da tre anni perché non ci sono biblioteche nella sua zona".
La protesta intanto corre sui social, con molte celebrità della cultura e dello spettacolo unite ai movimenti per i diritti delle donne.
(Fonte.:ilmanifesto;jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.ilmanifesto.it
-www.jeuneafrique.com 

giovedì 4 giugno 2020

USA, il giorno delle manifestazioni pacifiche in 50 Stati americani





"Daddy changed the world"
(Gianna Floyd, figlia di 6 anni di George Floyd)





L'ottava notte di rivolta seguita all'omicidio di George Floyd fila via senza i saccheggi cari alle dirette dei Tg americani, ma ancora con tante proteste in 50 stati.
Ovunque, la fotografia che emerge dalle giornate di rivolta è la presenza di giovani e giovanissimi, bianchi e neri, arrabbiati ma pacifici, riescono a prendere anche Hollywood.
Anche il regista di cinema, Spike Lee apprezza questa svolta: "Tanti bianchi al nostro fianco, era ora".

Il comportamento impeccabile dei manifestanti è stata la miglior risposta alle minacce della Casa Bianca guidata da Trump.
Anche a Washington, le proteste sono state pacifiche, una città completamente militarizzata; le immagini del Lincoln Memorial presidiato dall'esercito sono diventate il simbolo della furia repressiva di #TheDonald.

Tuttavia sulla deriva militarista in atto nell'America 2020 occorre sottolineare un punto di non poco conto: non si tratta solo dell'opera di Donald Trump.
Il New York Times ha rivelato che è stato il procuratore generale William Barr a dare l'ordine di liberare la piazza di fronte alla Casa Bianca.





Durante lo sgombero - come documentiamo nella foto che pubblichiamo - l'ordinanza del procuratore ha portato le forze dell'ordine a usare fumogeni e lacrimogeni per disperdere i manifestanti pacifici in modo che Trump potesse farsi la foto davanti alla chiesa di Saint John (quella con la bibbia in mano).




Queste mosse sono state criticate duramente, non solo, come appare più che logico da sinistra ma anche da ex militari.
Tuttavia, c'è un'altra rivelazione che inquieta (oltre a quella del nytimes n.d.t): è quella di BuzzFeedNews. Il sito d'informazione americano, ha rivelato che alla Dea, la Drug Enforcement Administration, è stata concessa l'autorità di "condurre una sorveglianza segreta" sulle persone che protestano per la morte violenta (per mano della polizia di Minneapolis n.d.t) di George Flyod.
Occorre qui menzionare che, la Dea per statuto sarebbe limitata dall'applicazione dei crimini federali legati alla droga ma, questa "norma d'ingaggio" - come spiega Timothy Shea, ex avvocato e stretto confidente di Bart, neo capo dell'agenzia - , ha ricevuto l'approvazione per andare oltre il mandato. Citando le proteste, Shea ha spiegato che "l'agenzia chiede di essere designata per far rispettare qualsiasi crimine  federale commesso a seguito delle proteste per la morte di George Floyd".
La materia è delicata. A stretto giro di posta è arrivata la prima risposta da Hugh Handeyside, procuratore senior dell'Aclu, l'associazione che si occupa della difesa dei diritti civili: "Gli agenti anti droga non dovrebbero condurre una sorveglianza segreta delle proteste protette del Primo Emendamento - e conclude - Questo tipo di monitoraggio e condivisione delle informazioni porta a un'indagine ingiustificata delle persone che esercitano i loro diritti costituzionali per chiedere giustizia. Il ramo esecutivo continua a correre nella direzione sbagliata".


-Il segretario alla Difesa si smarca da Trump

Neanche il segretario della Difesa statunitense, Mark Esper, sembra disposto ad assecondare la svolta autoritaria di #TheDonald.
Ieri nel corso di una conferenza stampa ha preso nettamente le distanze dal proposito di schierare le truppe per gestire l'ordine pubblico nelle strade del paese, per arginare le proteste di questi giorni. "Non sostengo il ricorso all'Insurrection Act - ha detto a chiare lettere Esper spiegando che una misura così estrema - Dovrebbe essere l'ultima spiaggia a fronte delle situazioni più urgenti e critiche".
In merito all'omicidio di George Floyd, il segretario alla Difesa ha parlato di un "crimine orribile" e si è augurato che i poliziotti coinvolti vengano incriminati.
"E' una tragedia che abbiamo visto ripetersi fin troppe volte", ha aggiunto.

Dobbiamo ammetterlo, qualcosa sta cambiando in America e non solo: sul finire della scorsa settimana, abbiamo visto manifestazioni in solidarietà con Black Lives Matter a Londra, Berlino e Parigi dove, un caso analogo, nel 2016 quando, Adama Traoré morì in un commissariato di polizia: l'eco della rivolta dunque varca l'Oceano e arriva in Europa: nel nome e in memoria di George Floyd, una nuova generazione di giovani - bianchi e neri - chiedono e pretendono un cambiamento readicale: porre fine al razzismo in America e in ogni angolo del pianeta; questa triste pratica è durata già bastanza e, dalle manifestazioni americane (e non solo) risuona forte il grido: "ora basta!".
(Fonte.:nytimes;theatlantic;buzzfeed)
Bob Fabiani
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-www.nytimes.com
-www.theatlantic.com
-www.buzzfeed.com
  






mercoledì 3 giugno 2020

Le voci della protesta black in America dopo la morte di George Floyd





"Il razzismo è polvere nell'aria, invisibile anche quando ti sta soffocando fino a quando non lasci che entri il sole. E' un virus più mortale del Covid-19"
(Karem-Abdul-Jabbar, migliore realizzatore nella storia Nba)



-La situazione


Negli USA in fiamme tiene banco la "trovata" di Trump alla Casa Bianca. Il presidente scortato da polizia e militari, mentre gli agenti caricavano (brutalmente) la folla in protesta, inerme, di fronte al palazzo presidenziale, si è recato nella Cappella dove, bibbia alla mano, lancia l'ennesimo messaggio incendiario, intriso di minacce - assolutamente fuori luogo per un presidente - alle migliaia di persone che da giorni sono in rivolta contro il razzismo e le disuguaglianze sociali.





Intanto la protesta non si ferma, tra arresti e pestaggi indiscriminati, mentre sullo sfondo aleggia il ricorso all'esercito da parte di #TheDonald che, nel presentarsi all'incontro - messo in piedi in fretta e in furia, convocato via Twitter - con i giornalisti, fatti accomodare, a distanza di sicurezza nel Giardino delle rose ha esordito con queste parole: "Sono il presidente di ordine e legge. Le proteste adesso finiranno. Ho mobilitato migliaia di soldati e invocato l'Insurrection act del 1807, adesso vediamo chi vince".

Fin qui la cronaca e le disarmanti, incredibili parole del "presidentissimo" . Ma quale sono le "voci dentro il movimento"? Quali parole, idee e visioni sono venute fuori in questa settimana di rivolta?
A queste domande, AfricaLand Storie e Culture africane cercherà di dare risposte esaurienti, in questo post.


Le voci degli attivisti






Le manifestazioni che si stanno svolgendo in tutti gli Stati Uniti hanno cancellato di colpo la presenza di un'emergenza sanitaria dovuta al coronavirus.

"Tecnicamente New York City sarebbe in lockdown fino all'8 giugno quando dovrebbe cautamente cominciare a ripartire  - dice Steven, medico anestesista 62enne che lavora al Bellevue Hospital di New York, uno degli ospedali divenuti simbolo della lotta contro la pandemia - Da attivista sento e capisco l'urgenza di scendere in piazza e manifestare, da medico sono disperato. Non riesco a immaginare niente di peggio per la diffusione del virus. Ho scritto delle linee guida per un volantino che è stato distribuito durante la manifestazione a Brooklyn ma era ridicolo. Come fai a dire a i manifestanti di ricordarsi di rispettare la distanza sociale, tenere la mascherina, pulirsi sempre le mani e non toccarsi la faccia? Dobbiamo anche assumere che le persone che sono in piazza vivano tutte insieme fra di loro o da sole. Una rivolta durante la pandemia non è quello che ci si augura da medici".

Un'altra voce è quella della studentessa Meg, 23 anni della Columbia University:

"Prima di andare al Barcley Center dove c'era il concentramento della manifestazione ci ho pensato a lungo. So che c'è una pandemia, ma c'è anche il virus del razzismo da combattere. Per il virus non posso fare niente, per il razzismo invece si. Purtroppo le modalità di lotta di queste due malattie sono in contrapposizione, una richiede di essere passivi a casa, l'altra di essere proattivi e di andare in strada, e ho deciso di combattere il virus più letale".

Il Covid-19 negli USA sta colpendo la comunità afroamericana in modo più violento rispetto a quella bianca e le ragioni come ha sottolineato anche Anthony Fauci, sono socio-economiche. Gli afroamericani hanno spesso condizioni persistenti come diabete o problemi cardiaci, dovuti a peggiori condizioni sanitarie e alimentari.

Questa ondata di proteste  - come abbiamo scritto nei giorni scorsi su queste pagine virtuali - che riguarda principalmente la comunità black va a sovrapporsi a un'architettura già traballante.

"Vivo nel Bronx con i miei 3 fratelli mia madre e una zia  - spiega Emily 27enne afroamericana - per questo resterò un po' di tempo a casa della mia ragazza perché anche lei è un'attivista e andiamo a manifestare insieme. I primi a non mettersi la mascherina sono i poliziotti, ma questo sarebbe il meno, come fai a scappare da una carica stando distanziati?".

Una delle differenze di questa ondata di proteste per i diritti civili degli adroamericani è la presenza dei bianchi.

"Da quando Black Lives Matter è cominciato - spiega Briana attivista 36enne newyorkese gli attivisti bianchi chiedevano come fare per aiutare questo movimento. Quello che rispondevamo era ed è di usare i loro privilegi per questa causa, di fare ciò che noi non possiamo fare. E si vede che sta funzionando. A Minneapolis i bianchi fanno cordone intorno ai neri per proteggerli dalla polizia. Un poliziotto ci pensa due volte prima di picchiare un bianco. Ora poi c'è anche la crisi economica che ci fa un po' più uguali, il capitalismo alimenta il razzismo e disparità sociale"-

Nelle strade si vedono persone di tutte le età ma in special modo giovani e questo lascia ben sperare, anche se Trump ha minacciato di stanare e stroncare (in modo deciso) la rivolta con l'esercito.

-Adama Delphine Fawundu, fotografa afroamericana che si batte per i diritti civili 




Adama Delphine Fawundu, è nata a New York (Brooklyn) nel 1971, figlia di genitori originari della Guinea Equatoriale (da parte di madre) e della Sierra Leone (per parte paterna). E' la prima fotografa nera a varcare la soglia dei musei USA, con scatti per l'emancipazione etnica e di genere.

Dopo il drammatico assassinio di George Floyd come tutta la comunità nera è attiva nel far sentire la voce della comunità black.

"La storia è sempre la stessa , accade over and over again, ancora ed ancora: noi neri moriamo in una patria che non ha mai fatto veramente i conti con la sua storia violenta. Persone di colore, disarmate ed innocenti, finiscono morte tra le braccia dei poliziotti di cui ora si ha paura se cammini per strada: questo è un paese psicotipo, dove si può premere sul petto nero di un uomo finché muore ... In decina di Stati chiedono rispetto e diritti per la comunità nera ragazzi che alla Casa Bianca a lettere cubitali sono stati chiamati canaglie da un presidente il cui nome non voglio nemmeno pronunciare. ... Lui sdogana la violenza, fa pensare che quello che sia successo a Floyd sia ok. Non sarà un capo di Stato a cambiare tutto questo, si tratta della fondazione di questo paese, fino a qualche decennio fa era normale non trattare gli afroamericani come esseri umani. Il razzismo è sempre stato qui: congenito, sistematico, istituzionalizzato".

Adama nel suo ragionamento non dimentica la storia.

"Certi americani spedivano ai loro familiari cartoline delle domeniche di festa dove gli schiavi pendevano dagli alberi mentre loro facevano il barbecue. Abbiamo sentito tutti quello slogan 'Make America Great again", ma quando e, sopratutto, per chi è stato grande questo paese? Per quelli che pendevano dagli alberi?".

Adama sa che nella storia la fotografia è stata usata "per renderci disumani, giustificare colonialismo e schiavitù ... Nel mio lavoro ho scelto, attraverso la fotografia, di lavorare in direzione contraria, fortificare l'eredità del continente ancestrale, l'Africa ... Sin dall'infanzia percepivo un'identità profonda in casa, a scuola però mi insegnavano il contrario: venivamo da terre di cannibali e selvaggi. Lo stesso leggevo nei media, anche i più affidabili o patinati ... E il passaggio seguente è stato quello di partire per l'Africa, in questo viaggio volevo guardare il mondo con altri occhi, sentire un'altra versione della storia, non sentirmi più folle".

Quando è tornata in America e più tardi quando ha iniziato a insegnare alle scuole pubbliche USA, non ha fatto altro che insegnare quell'identità, quella fierezza, quell'unicità di essere discendenti dagli antichi schiavi un tempo portati da queste parti (in USA n.d.t) con la forza. E' importante il lavoro di insegnante di Adama perché, in questo modo aiuta studenti schiacciati nell'ingranaggio di un sistema educativo che li schiaccia e li umilia: attraverso le sue lezioni, questi ragazzi imparano che ciò che loro viene detto è un falso storico.

"Ai ragazzini di discendenza africana o latina insegnano di non valere abbastanza. ... La mia pelle pelle è nera, i miei capelli lanosi, la mia schiena forte abbastanza da sopportare il dolore".

Si tratta della prima strofa di una canzone di Nina Simone che Aadama ha inserito in un lavoro molto importante, intitolato "Deconstructing-She", una serie di scatti dedicati alla discriminazione doppia vissuta se "nasci donna e nera in America".

Infine sposta i suoi ragionamenti guardando due foto divenute virali nel mondo: al centro dell'inquadratura di entrambe ci sono ginocchia: quella della divisa che ha ammazzato George Floyd, poi quelle piegate di Colin Kaepernck sul campo della lega baseball USA. L'atleta nel 2017 si rifiutò di onorare lo Stato great solo per pochi.

"Un paese dove costituisce crimine inginocchiarsi durante l'inno, ma non lo è farlo sul petto di un uomo di colore finché muore".

Per questa ragione tutta l'America brucia da una settimana: sempre più americani hanno ritenuto che la morte assurda e violenta di George Floyd fosse troppo; impossibile dall'essere ancora una volta tollerata.
E' iniziata così la rivolta anti-razzista per cambiare radicalmente il paese, con buona pace di Trump che sogna di fare piazza pulita con gli squadroni dell'esercito.
(Fonte.:nyt;tjeatlantic)
Bob Fabiani
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-www.nytimes.com
-www.theatlantic.com             


martedì 2 giugno 2020

La morte di George Floyd vista dall'Africa








"L'obiettivo dei colonialisti era quello di fare degli africani degli esseri senz'anima, senza personalità, senza originalità; dei ciechi imitatori; degli strumenti della loro propaganda; degli eterni servitori"
(Patrice Lumumba)


Gli echi della rivolta divampata in America dopo la morte di George Floyd ad opera della polizia di Minneapolis di lunedì scorso 25 maggio, è arrivata anche in Africa.
In questo post di AfricaLand Storie e Culture africane scopriremo le razioni del grande continente.

-La morte di Floyd scuote la Liberia degli ex schiavi

La bandiera nazionale ricorda quella americana, i nomi di molte città e contee sono di origine statunitense e dai bancomat si prelevano dollari, se non bastasse il fatto che il paese è stato fondato dagli schiavi afroamericani liberati.





La Liberia condivide con gli Stati Uniti più legami di ogni altro stato africano. Qui la reazione all'uccisione di George Floyd ha un carattere particolare.

"Questo fatto è per noi come un tradimento" spiega Feday Kutubu Sheriff, ex studente dell'Università della Liberia, attivista e organizzatore di una protesta simbolica tenutasi giovedì scorso di fronte l'ambasciata americana di Monrovia.





"Chiediamo che l'ambasciatore scriva una lettera formale al nostro governo per prendere una posizione chiara sulla vicenda  e per rassicurare tutti i liberiani in America".

Ma nessun comunicato è stato emanato, nemmeno sul sito dell'ambasciata, nonostante molte altre rappresentanze americane nel continente africano hanno, insolitamente, rilasciato dichiarazioni. L'ultima volta si erano espresse su temi simili nel 2018, per tentare di rimediare alle parole di Trump, che aveva definito gli stati africani shitholes. Ora persino l'ambasciatore USA in Congo (Kinshasa), Mike Hammer, ha riportato il tweet di un media locale: "Caro ambasciatore, il tuo Paese è vergognoso. Ha vissuto di tutto, dalla segregazione all'elezione di Obama, e ancora non ha sconfitto i demoni del razzismo".

Altre ambasciate in Kenya, Uganda e Tanzania hanno formalmente condannato gli eventi rimettendosi al Dipartimento di Giustizia del Minnesota che si occupa del caso con proprietà assoluta.

"Se non riceveremo alcun comunicato faremo un'altro protesta, enorme stavolta, in occasione dell'insediamento del nuovo ambasciatore" prosegue Sheriff. Trump ha infatti nominato pochi giorni fa Micheal A. McCarthy come capo della missione diplomatica in Liberia.

"Intanto chiediamo ai nostri concittadini di rifiutare l'ottenimento dei diversity visa, i permessi di soggiorno per entrare in America".

Il governo liberiano intanto tace, e non giova al presidente George Weah, il cui consenso è già in calo.

"Non ci sono Paesi con con più immigrati liberiani che negli Stati Uniti. L'America è la nostra seconda casa", spiega Joel Cholo Brooks, giornalista liberiano.

"E' anche per questo che siamo molto delusi dal fatto che il governo ancora tace".

-Il resto del Continente

Nel resto dell'Africa non mancano le controversie diplomatiche. Il Ministro degli Esteri dello Zimbabwe ha convocato l'ambasciatore americano Brian Nichols per chiedere spiegazioni delle parole di Robert O'Brien, consigliere sulla sicurezza nazionale della Casa Bianca, che ha dichiarato in un'intervista a Bbc news che il paese africano "è tra gli avversari stranieri che stanno traendo vantaggi dalle proteste negli USA, danneggiando la nostra democrazia".




Le accuse però sono state declamate senza alcuna prova: sembra quanto meno fantasiosa questa narrazione che vorrebbe addirittura lo Zimbabwe dietro gli scontri tra i manifestanti del Black Lives Matter e la polizia americana.
(Fonte.:ilmanifesto;jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.ilmanifesto.it
-www.jeuneafrique.com   


#USAonFire (#GeorgeFloydProtest)






"Se volete che ci comportiamo meglio allora, cazzo, comportatevi meglio voi"
(Tamika Mallory, tra le principali organizzatrici della #MarciadelleDonne 2017



E' appena trascorsa la settima notte di rivolta consecutiva negli Stati Uniti e la situazione diventa sempre più complessa e incendiaria.
Sono due gli aspetti salienti delle ultime 24 ore che fotografano un'America sull'orlo del baratro.
Procediamo con ordine.
Nel tardo pomeriggio americano, dopo, la richiesta della Famiglia Floyd, è arrivato il responso dell'autopsia indipendente.

"Il decesso di George Floyd, 46enne di Minneapolis, è morto soffocato per 'per soffocamento'". 

Questo responso, per il momento, rende una parziale giustizia smentendo in modo netto quella del Hennepin Country Medical Examiner che escludeva il decesso di asfissia traumatica per strangolamento.
Evidentemente questa è la stella polare che sta alla base delle rivolte divampate in modo drammatico e disperato - come non si vedevano almeno da più di mezzo secolo - in questa America ancorata sempre più in modo netto, alla questione delle questioni: il razzismo. L'odio razziale che è il fulcro e la spinta identitaria dei #WhiteSupremacy.

Un problema riemerso in tutta la sua dirompente attualità in questa "America 2020" lacerata, sfibrata e mai così divisa e rancorosa. L'una contro l'altra.
La drammatica pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che portare alla luce quanto, la comunità afroamericana sia stata colpita dal tasso di mortalità da questo virus. Il lockdown  - unico modo per contenere i contagi - ha condotto il paese nella disperazione sociale.
Ma la comunità afroamericana non aveva certo bisogno di toccare con mano l'arrivo della pandemia per avere l'ennesima certezza di una acclamata disuguaglianza sociale che ha radici antiche e lontane nel tempo, quel tempo che molti, qui, negli Stati Uniti sognano di poter riportare a galla.
A nessuno certamente sarà sfuggito né durante la campagna elettorale per le Presidenziali 2016 né tanto meno, nel proclama di insediamento di Trump quell'inneggiare al "Great America Again", laddove, "again" è inteso ancora con quel "tratto razzista" che i bianchi del Sud degli Stati Uniti mettevano in atto grazie alla manovalanza del Ku Klux Klaan.

Questo è necessario ricordarlo per comprendere da dove arrivi tutta la narrazione biliosa e rancorosa di questo presidente quando, non più tardi di ieri, alle sette della sera (ora di Washington), #TheDonald ha definitivamente gettato la maschera, in una delle sue uscite più spericolate e pericolose.

"Si deve usare la forza per fermare i rivoltosi. Si deve sparare dopo che arrivano i saccheggi. Se le cose non cambiano schiero la polizia militare".

Una drammatica "chiamata alle armi" precettando l'esercito per fare in modo da giustificare la narrazione da "guerra civile" nel cuore d'America.

Queste parole del presidente hanno fatto da sfondo alla settima notte di rivolta consecutiva della comunità afroamericana (ma non solo) e può segnare uno spartiacque che può portare in ogni direzione. Appare ormai chiaro che la tattica di Trump non è improntata alla riappacificazione nazionale ma soltanto, alla tutele del suo elettorato.

Eppure sarà importante non cadere in questa trappola: Trump, in quanto presidente degli Stati Uniti dovrà capire - da questo momento in avanti - che non si può stare alla Casa Bianca ed "essere il presidente di una sola parte".

Le rivolte divampate in tutte le città americane stanno mandando un segnale preciso: è arrivato il momento di risolvere l'odiosa "questione razziale" in seno alle forze dell'ordine. Malgrado Trump. Ma la strada sarà lunga e difficile: le parole del tutto irresponsabili di #TheDonald sono un pericoloso alibi per la stessa polizia americana come purtroppo stiamo vedendo da una settimana.

-La denuncia di Amnesty International USA

"La polizia USA sta venendo meno ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale di rispettare il diritto alla protesta pacifica, aggravando una situazione già tesa e mettendo in pericolo la vita dei manifestanti".

Mentre il presidente parlava nel tardo pomeriggio americano, i manifestanti si trovavano fuori dalla Casa Bianca e venivano caricati brutalmente, anche con gli agenti a cavallo - che rimando alle battaglie e alle lotte del movimento guidato allora da Martin Luther King -, sui social network, per tutta la notte italiana sono circolati video, post e messaggi drammatici: gli agenti, hanno immediatamente messo in atto le parole presidenziali: usando ancora di più la repressione e, dato che qui, a Washington - come in altre 45 città -  è entrato in vigore il coprifuoco; si sono viste scene da "paese totalitario", rastrellamenti casa per casa e, in alcuni casi persino l'uso sconsiderato dei gas lacrimogeni indirizzati nelle abitazioni.

-Conclusioni

Una settimana fa George Floyd veniva assassinato dagli agenti di Minneapolis: questa assurda "guerra razziale" ingaggiata dalla polizia americana deve essere estirpata: la strada maestra è quella di riformare per sempre e in modo radicale la preparazione degli agenti: bisognerà che qualcuno insegni ai poliziotti americani che i cittadini neri non sono il "male assoluto" né tanto meno il "nemico"; bisognerà insegnare agli agenti delle forze dell'ordine che i cittadini afroamericani hanno il diritto di poter stare in strada e camminare semplicemente (come tutti gli altri) senza rischiare la vita; bisognerà far capire agli uomini in divisa  che le generazioni afroamericane non possono continuare a vivere nella paura di non riveder rientrare i loro fratelli, mariti e padri e madri solo per il colore della pelle.
Non si può più rimandare l'appuntamento con la storia perché la "Vita dei Neri Vale".
(Fonte.:theatlantic;nyt)
Bob Fabiani
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lunedì 1 giugno 2020

Covid-19, la situazione in Africa









In Africa la pandemia avanza costantemente, seppure più lentamente rispetto ad altri parti del mondo. L'Organizzazione mondiale della sanità ha diffuso il nuovo bollettino : i casi positivi sono 144,702 mentre i decessi raggiungono 4,149.

-Who Africa Update (bollettino 1 Giugno 2020)

Questi i dati paese per paese:

Sudafrica 32.683/683 Egitto 23.449/913 Nigeria 10.162/287 Algeria 9.394/287 Ghana 7.881/36 Marocco 7.783/205 Camerun 5.904/191 Sudan 4.800/262 Guinea 3.771/23 Senegal 3.645/42 Gibuti 3.354/24 RDC 3.049/71 Costa D'Avorio 2.833/33 Gabon 2.655/17 Somalia 1.976/78 Kenya 1.962/64 Guinea Bissau 1.322/8 Mali 1.265/77 Etiopia 1.172/11 Tunisia 1.077/48 Zambia 1.057/7 Guinea Equatoriale 1.043/12 Rep.Centrafricana 1.011/2 Sud Sudan 994/10 Niger 958/64 Burkina Faso 881/53 Sierra Leone 861/46 Madagascar 826/6 Ciad 778/65 Congo 604/20 Mauritania 530/23 Maldive 527/0 Tanzania 509/21 Sao Tomé&Principe 483/10 Uganda 458/0 Togo 442/13 Capo Verde 435/4 Ruanda 370/1 Mauritius 335/10 Liberia 288/27 Eswatini 285/2 Mozambico 254/2 Benin 232/3 Zimbabwe 178/4 Libia 130/5 Comore 106/2 Angola 86/4 Burundi 63/1 Eritrea 39/0 Botswana 38/1 Gambia 25/1 Namibia 24/0 Seychelles 11/0 Sahara Occidentale 6/0 Lesotho 2/0



-Nigeria (Nord) tra l'incubo Covid-19 e l'offensiva assassina di Boko Haram





E' un momento tremendo per il Nord della Nigeria che deve fare il conto con la pandemia da coronavirus (in drammatico aumento) e le esecuzioni spietate dei miliziani jihadisti di Boko Haram.
Sono almeno 60 le persone uccise in una serie di attacchi coordinati in diversi villaggi nello stato di Sokoto, Nigeria Nord-Occidentale, da alcuni gruppi di "banditi" - secondo il governo che minimizza - o "terroristi jihadisti", secondo le fonti raccolte dall'agenzia afp.
Le esecuzioni sono stati brutali, gli agricoltori e i pastori di bestiame di diversi villaggi (Garki, Dan Aduwa, Kuzari, Katuma e Masawa), "sono stati uccisi e colpiti alla testa con una vera e propria esecuzione di massa", spiegano i medici del Sabon Birni General Hospital.
Mentre il Nord è alle prese con l'offensiva di Boko Haram, a Sud è scoppiato un nuovo focolaio della pandemia.

In poche settimane, la Nigeria è diventato il terzo paese più colpito dal virus Covid-19 - dopo Sudafrica ed Egitto - con 10.162 casi e 287 decessi. Secondo gli ultimi bilanci del Centro nigeriano per il controllo delle malattie (Ncdc), le regioni settentrionali (Kano, Sokoto, Katsina, Jigawa e Borno) sono il secondo più grande focolaio in Nigeria dietro Lagos, nel Sud, dove ci sono la metà dei contagi di tutto il paese.

"Non possiamo negare che il Covid-19 stia devastando Kano e le altre regioni del Nord - ha detto all'Afp la portavoce della Croce Rossa nigeriana, Alyona Synenko - I test sono pochi e la rivelazione dei decessi molto spesso non viene fatta o è associata ad altre cause, senza contare che nella stagione calda c'è anche il propogarsi di altre malattie come colera, tifo, meningite e morbillo".


-Madagascar, il presidente Rajoelina parla alla nazione





Il presidente Andry Rajoelina ha pronunciato un discorso ai canali televisivi nazionali del Madagascar improntato sulla rassicurazione della popolazione dicendo a chiare che la "situazione è sotto controllo" nonostante l'aumento dei casi delle ultime settimane.
Proseguendo su questa scia, si è congratulato con la regione dell'Haute Matsiatra nella lotta contro il coronavirus annunciando l'alleggerimento delle misure di contenimento nella regione di Analamanga (Antananarivo), ma nel rigoroso rispetto dei confinamenti.
Tuttavia, il presidente malgascio annuncia anche la chiusura completa della regione Atsinanana, e la sospensione dei corsi scolastici a Toamasina a partire da domani, martedì 2 giugno. Rajoelina poi, ha annunciato il ritorno alla normalità della vita per la popolazione nella regione Haute Matsiatra.
Tuttavia, le riunioni di oltre 50 personi restano vietate.
Intanto il Consiglio dei Ministri ha deciso di prorogare di altri 15 giorni a partire dal 30 maggio dello stato d'emergenza sanitaria già in vigore in tutto il Madagascar.
(Fonte:who.int;afp;lexpressmada)
Bob Fabiani
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-https://who.int/afro
-www.afp.fr/afrique
-www.lexpressmada.com 

#JusticeForUwa - FOTO DEL GIORNO








Amnesty International condanna lo stupro e il brutale omicidio di Vera Uwaila Omozuwa, studentessa di 22 anni dell'Università di Benin City, Nigeria, nello Stato di Edo.
Vera Uwaila è stata violentata e uccisa all'interno di una chiesa cristiana di Dio, a Benin City.
#JusticeForUwa #RapeIsACrime

(Fonte:amnestynigeria)
Bob Fabiani
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