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venerdì 16 agosto 2019

Restituire all'#Africa la sua musica. Pt.1







Uno dei tesori dal valore inestimabile per l'Africa, è sempre stata la musica. Un vero tesoro di Cultura che abbraccia l'intero continente, da Nord a Sud.

Ma che fine ha fatto la sterminata "banca dati" - naturalmente sotto forma di musica - ? E di quale tesoro stiamo parlando?

All'indomani della grande stagione delle Indipendenze per le giovani nazione africane, sbocciò un fervido fermento di artisti, suoni, registrazioni che caratterizzò quella stagione; il post - indipendenza. Divenne specchio e centralità del continente con una miscela affascinante di suoni e storie che ora devono essere recuperate e restituite all'#Africa.
(Bob Fabiani)


Restituiamo all'Africa la sua musica*


"Nell'agosto del 2018 il governo etiope ha chiesto al National army museum di Londra la restituzione di due ciocche di capelli dell'imperatore Teodoro II, ucciso durante la spesso dimenticata invasione dell'Abissinia per mano delle forze britanniche nel 1868. E' stato l'ultimo atto di un colossale rimpatrio di tesori e simboli storici trafugati dall'Europa in quattro secoli di spregevoli razzie. Nel caso della Francia, il governo si è fatto i complimenti da solo per uno studio comicamente superfluo, ma inevitabilmente rigoroso, su quello che i tanti musei del paese dovranno restituire al più presto alle ex colonie africane. Paesi Bassi, Germania e Belgio hanno promesso di fare altrettanto.

Ovviamente, questi paesi - la restituzione di una minuscola frazione del totale dei tesori accumulati gratuitamente con i saccheggi - servono a placare il bacino elettorale della diaspora e le nuove élite dei paesi africani coinvolti.
Ma non facciamoci illusioni: l'Africa dovrà accontentarsi di qualche rara concessione (e dell'implicita ammissione di colpa) da parte degli ex dominatori. Una percentuale tra il 90 e il 95 per cento del patrimonio culturale dell'Africa continua a restare fuori dal continente.

Eppure, mentre s'invoca la restituzione dei bronzi del Benin, delle maschere della Cabinda, di una serie di opere d'arte e perfino delle spoglie dei sovrani, una delle produzioni artistiche più importanti del continente, che circola nei paesi ricchi del mondo con aste online e collezioni private, non è tra la richieste. Sono le registrazioni della musica africana dall'indipendenza in poi. Questo è il momento giusto per creare un movimento globale di africani (e non solo) che si ponga l'obiettivo di raccogliere, organizzare e far tornare nei paesi di appartenenza la colonna sonora di uno dei periodi storici più gloriosi del continente. Semplicemente, dobbiamo restituire all'Africa la sua musica.

Dagli anni sessanta fino alla metà degli anni ottanta, le capitali culturali dell'occidente - New York, Chicago, Liverpool e Londra - per innovazione e creatività non erano al livello delle città africane fresche d'indipendenza. Dakar, Khartoum, Luanda e Mogadiscio erano all'avanguardia del suono, protagoniste di quanto di meglio l'umanità avesse mai prodotto.

Le band occidentali, grazie a un potere di marketing senza uguali, hanno conquistato le orecchie e i cuori di tutto il mondo. Ma se avessero potuto godere della stessa diffussione e degli stessi mezzi, le band africane gli avrebbero dato del filo da torcere. Quello che succedeva nelle roccaforti culturali dell'Africa  - nell'albergo della stazione ferroviaria di Bamako con la Rail Band,  nel Jazira Hotel di Mogadiscio con la Iftiin Band,  nel nightclub Le Miami di Dakar con la Star Band,  negli studi di registrazione do Cotonou con l'Orchestre Poly-Rhythmo,  nelle baraccopoli di Luanda con i Jovens do Prenda  - era semplicemente di una categoria superiore.

Al confronto, "i Beatles", ha detto senza tanti giri di parole Quincy Jones in un'intervista a Vulture, "erano i peggiori musicisti del mondo. Erano quattro stronzi che non sapevano suonare. Paul era il peggior bassista che avessi mai sentito".

Forse Jones non si sarebbe nemmeno fatto un'opinione sul quartetto di Liverpool se all'epoca le incisioni di Zani Diabaté, Zoundegnon Bernard, Axmed Naaji o Paulino Vieira fossero state più accessibili. La musica africana post-ondipendenza era lo specchio della storia del mondo e della centralità del continente negli scambi culturali attraverso l'Atlantico e l'oceano Indiano, una miscela di suoni che provengono da ogni angolo del mondo, la testimonianza di un cosmopolitismo e di un'apertura innati.

La musica di questa prima indipendenza fu la massima espressione di una ritrovata e autentica autonomia, una vetrina straordinaria delle capacità di un continente espresse in soli vent'anni di libertà dal potere occidentale. A prescindere dagli orientamenti politici e nonostante, a volte, la brutalità che l'ha contraddistinta, la prima generazione dei leader africani concordava sulla centralità dei fermenti culturali autoctoni, a lungo repressi, per decolonizzarsi spiritualmente e riaffermare la fiducia in se stessi.

In Senegal, Léopold Senghor spese quasi un quarto del bilancio dello stato per le arti, proclamando Dakar la capitale della civiltà nera e ospitando il Festival mondial des arts nègres nel 1966. In Somalia, la passione di Siad Barre per la musica, considerata un  bene pubblico, gettò le basi per il finanziamento pubblico del teatro nazionale, le cui colonne sonore sono ancora oggi la massima espressione musicale del paese.



In Sudan, Jaafar al Nimeiri coltivò i rapporti con l'élite artistica, garantendole sempre il massimo sostegno. In entrambe le repubbliche del Congo, titani della musica come Franco hanno ispirato strumentisti e vocalist in tutto il continente. In Angola, con il passaggio dall'indipendenza alla guerra civile, le band di Luanda degli anni settanta restano tra le principali custodi della storia recente del paese.

La fase culminante di questo sforzo fu una gigantesca rete di scambio tra paesi africani, i loro musicisti e le loro culture : un tonico necessario per le loro storie rubate oltre che una findamentale forza unificatrice. Artisti come il sudanese Mohammed Wardi si esibivano a Yaoundé, in Camerun, di fronte a stadi gremiti che non capiva una parola di arabo ma che era innamorata della musica sudanese. I musicisti più raffinati di quello che allora era lo Zaire incidevano regolarmente a Nairobi e suonavano con artisti keniani.
Nel classico congolese Nitarudia dell'Orchestre Vévé,  il cantante solista rassicura la sua amata : "Non preoccuparti, baby, verrò a trovarti a Nairobi", parole che erano lo specchio di un'epoca.

Mogadiscio era il cuore culturale non solo dell'Africa orientale, ma anche dei paesi dell'oceano Indiano, con i suoi musicisti che mescolavano senza sforzo melodie persiane, indiane e dell'Asia orientale.
Molti fortunati che hanno vissuto la scena notturna di Mogadiscio prima della guerra  non fanno che parlare dell'onnipresenza e del livello delle infaticabili band somale. Senza dimenticare l'importanza dei movimenti per l'authenticité in Guinea e in Ciad.

Nessuno sa quantificare davvero questa esplosione di libertà creativa. Buona parte della musica, però, fu incisa su vinile, registrata su cassette, masterizzata professionalmente.  Prese tutte insieme, queste registrazioni sono il più importante documento storico del continente.

Negli anni ottanta, il potere finanziario occidentale spazzò via quasi tutte le conquiste dei due decenni precedenti. Le valute crollavano, l'indebitamento cresceva, le economie agonizzavano, i dazi cadevano. La musica non fu risparmiata. I paesi erano al collasso e l'economia era paralizzata, così il braccio culturale del capitalismo neoliberista si appropriò di uno dei più straordinari patrimoni artistici del continente.

Non molto tempo dopo, e forse proprio a causa degli abissi toccati negli anni ottanta, la musica africana è stata portata sul mercato globale con prezzi arbitrari, basati su un'dea artificiosa di rarità che ha trasformato un mezzo mezzo deperibile di valore storico in un bene di lusso per ricchi. I dischi più ricercati dei paesi meno accessibili si vendono regolarmente per cifre a quattro zeri su eBay o Discogs. Una copia originale in vinile del classico Tche belew dell'etiope Hailu Mergia è stata venduta per più di quattromila dollari. I 33 giri di boogie e funk nigeriano, molti dei quali registrati mentre infuriava la guerra del Biafra, se li possono permettere in pochi. I singoli sudanesi ed etiopi degli anni sessanta e settanta spesso si vendono a prezzi esorbitanti. L'aumento costante del loro costo ha colpito lo stesso Sudan, dove il valore di un disco a volte supera il reddito medio locale. Con l'eccezione di una manciata di etichette che girano i proventi delle vendite dei dischi agli artisti, questo denaro non viene quasi mai restituito ai musicisti o alle loro famiglie.

Il direttore di Radio Métropole, storica istituzione di Haiti con un curatissimo archivio della sontuosa produzione musicale dell'isola, spiega come una delle collezioni più grande che mai gli sia capitato di vedere si trova in un bar a tema caraibico a Tokyo. E aggiunge : "Su i miei scaffali ci sono centinaia di cassette di musica dell'Africa orientale, dischi haitiani, alcune delle incisioni più preziose della musica tradizionale maliana, capolavori su 33 giri di Brazzaville in condizioni perfette e molto altro".
La chiamata alle armi nasce da una profonda autocritica, ispirata da un negoziante di musicasette di Gibuti che, con tanto di ricevuta apostrofò così : "Lei sta portando via la cultura del paese".
Più di recente, per rintracciare degli lp in condizioni accettabili da usare come master per una compilation afrocubana della Star Band di Dakar, sono dovuto passare per tre rivenditori europei. I nostri contatti in Senegal non sono riusciti a trovare nemmeno una copia.

Il diritto alla restituzione passa prima di tutto per i controlli alla fonte. Dalla biblioteca nazionale di Singapore, dove sono conservate incisioni storiche di tutto il sudest asiatico, alla Smithsonian institution, la precedura standard chiede di fornire una serie di documenti prima di poter accedere alle copie fisiche dei materiali per uso commerciale. La custodia e il controllo delle incisioni dovrebbero essere affidati a istituzioni e musei del continente d'origine. Questo piccolo passo basterebbe a evitare la pirateria e a riprendere possesso del patrimonio audio.

Il Museo delle civiltà nere, da poco inaugurato a Dakar, sarebbe il posto ideale da dove cominciare. Se i responsabili del museo decidessero di costruire un archivio, grossisti, negozi e collezionisti privati potrebbero affidargli le parti meglio conservate delle loro collezioni. Tutto questo, naturalmente, richiederebbe empatia e correttezza. Rifiutarsi di restituire anche una quantità simbolica di pezzi sarebbe una macchia indelebile sulla coscienza di una piccola ma crescente comunità internazionale di appassionati. Sarebbe la spia di un amore per la cultura africana condizionato al controllo della proprietà privata.

Può sembrare donchisciottesco, ma è fattibile.

Non c'è bisogno di svuotare tutti i negozi di dischi, le biblioteche e le cantine dei collezzionisti. Anche una piccola collezione mostra l'apprezzamento per culture relegate ai margini e una mentalità aperta al mondo. Di certo il surplus accumulato attraverso l'accaparramento e la tesaurizzazione dev'essere rispedito indietro, allo stesso modo dei tesori salvati dalla scena del crimine dei musei europei.
(Fonte.:africasacountry)

- Fine prima parte -

*Vik Sohonie è un giornalista e dj. Fondatore dell'etichetta Ostinato Records, specilizzata in ristampe di musica africana del passato
   
Bob Fabiani
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-https://africasacountry.com

giovedì 15 agosto 2019

Dieci libri per l'Estate 2019







Quali libri scegliere durante questa estate 2019? Mai come in questa estate, i lettori di libri - inerente all'argomento Africa - possono trovare una varietà di scelta.


Anche quest'anno Africaland Storie e Culture africane ha selezionato 10 titoli, altrettanti autori per una 'lista' il più possibile variegata ed esaustiva per chi fosse interessato a scoprire storie e Storia d'Africa e, in alcuni casi, strettamente legata a quella dell'Italia.


La lista 2019 di AfricaLand Storie e Culture africane


Il primo suggerimento che sottoponiamo ai lettori di questo Blog è un lavoro e un libro molto importante per tracciare, finalmente, una "storia aggiornata" del ruolo coloniale dell'Italia in Africa:


1. Zoya Barontini  - Cronache dalla polvere - Bompiani, pp274, euro 15





Si firmano con il nome collettivo Zoya Barontini, ispirato all'antifascista italiano che aiutò la resistenza etiope per raccontare in Cronache dalla polvere l'avventura del fascismo in Etiopia.



2. Ian Campbell  - Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana - Rizzoli,  pp 571, euro 21,25





Lo storico Ian Campbell ricostruisce minuto per minuto, attimo per attimo, il vergognoso massacro di cui si macchiò l'Italia fascista in Etiopia: secondo lo storico, la mattanza dei fascisti costò la vita a oltre 19mila etiopi. 
Pagina vergognosa di cui in Italia non si parla mai abbastanza: il libro dello storico Campbell è uno strumento prezioso per scoprire che gli italiani in Africa non furono per nulla "brava gente". 


3. Achille Mbembe - Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia - Editori Laterza, tempi nuovi;  pp 170,  euro 18






Un altro imperdibile. Necessario. Attuale. Scritto da Achille Mbembe, professore di Storia e Scienze politiche alla University of the Witwatersrand di Johannesburg, Sudafrica. L'autore e professore indaga su questi "tempi malati" da qui, appunto, la genesi del titolo: Nanorazzismo. Secondo l'autore "il nanorazzismo è il razzismo fatto cultura e respiro". Attraverso le 171 pagine, Mbembe indaga su tutto: dal lascito dei dolorosi secoli di colonialismo fino ad arrivare ai giorni nostri dove, i governanti di oggi, diretti discendenti dei colonialisti di un tempo, hanno venduto l'anima alla disumana visione del mondo dei sovranisti e dei suprematisti bianchi ossessionati, impauriti dalle migrazioni che stanno prendendo piede in Europa da qui, il "nanorazzismo è stato capace d'infiltrarsi nei pori e nelle vene della società, nell'ora dell'ammaliamento di massa". E qui prende piede la "forma narcotica del pregiudizio che dapprima si esprime in forme involontarie ma poi, quotidianamente diventa altro. Si materializza in cattiveria voluta, laddove, nell'atto di fare violenza, ferisce ed umilia chi non può essere considerato dei nostri", dal momento che è migrante.


4. Wilburt Smith  - Leopard Rock. L'avventura della mia vita - Harper Collins, pp 404, euro 11,90





Un'autobiografia ricca di colpi di scena firmata dal maestro dei romanzi d'avventura a spasso per l'Africa. Scrive Smith: "ho attraversato momenti difficili, ho preso decisioni sbagliate, ho visto persone care morire fra le mie braccia, ho passato notti in bianco senza concludere nulla, ma alla fin fine tutto questo ha reso la mia vita straordinariamente piena e magnifica". L'autore ricostruisce la sua vita di pari passo con la sua strepitosa carriera di scrittore, capace di scrivere autentici bestseller.


5. Annalisa Camilli  - La legge del mare. Cronache dei soccorsi nel Mediterraneo - Rizzoli,  pp 230, euro 17





La giornalista di Internazionale è l'autrice di saggio necessario in questi tempi malati: l'autrice restituisce il "senso della verità" sfatando tutti i luoghi comuni montati ad arte contro le ONG che, agli occhi di populisti e sovranisti vari sono il "nemico giurato e urlato al pari dei migranti".  Scrive Annalisa Camilli: "Strappare all'acqua chi sta affondando, è un dovere per ogni marinaio, per ogni nave. E' la legge del mare a imporlo". Nonostante quel che sbraida l'inquilino del Viminale.


6. Franzobel  - La zattera della Medusa - il Saggiatore,  pp 543, euro 25





E' la cronaca di un naufragio quello della fregata francese Medusa, che nel 1816 affondò al largo delle coste della Mauritania, fu reso immortale da Géricault. Nel 2019, Franzobel si cimenta a ripercorrere la storia dei sopravvissuti alla deriva aggrappati a una zattera. Questo libro è drammaticamente attuale ai giorni nostri; giorni caratterizzati da altre tragedie, naufragi e genocidi e, si può tranquillamente dire che questa storia, è un microcosmodegli orrori che somigliano a questi tempi malati. Disumani.


7. Silvana Grippi  - Identità Sahrawi, il senso del vivere  - Edizioni Dea, euro 20







Questo libro non è un saggio ma bensì un fotoreportage e si tratta di una vera e propria chicca. Non è recente, infatti, è uscito nel 2017 ma, invitiamo i lettori di questo blog a fare un piccolo sforzo. Sarete ricompensati quando, tra le mani avrete il volume che è un vero e proprio "incontro tra poesia e anima" di Silvia Grippi. Un libro che si articola tra interviste e fotografie - firmate appunto dalla stessa autrice - per raccontare un popolo diverso i Sahrawi. Un popolo disperso, ma forte e fiero, deciso a continuare nella lotta per la propria audeterminazione. Un fotoreportage per raccontare un popolo dimenticato ma che comunque vive in Algeria.


8. Ngugi wa Thiong'o -  Il Mago dei  corvi  - La Nave di Teseo,  pp 910, euro 24






Ngugi wa Thiong'o è uno degli scrittori africani più amati nell'intero continente. Nato 81 anni fa in Kenya, è autore di romanzi, poesie, testi teatrali e saggi tra cui il celebre Decolonizzare la mente. Abbiamo inserito il romanzo appena pubblicato in Italia - con la traduzione ben riuscita di Andrea Silvestri - perché si tratta del "romanzo maggiore", una storia di un dittatore che si crede Dio.


9. Nadine Gordimer - Ora o mai più - Feltrinelli,  pp 432, euro 19






La nona proposta, il nono libro è una riproposta di quelle imperdibili. Il quindicesimo romanzo di Nadine Gordimer è una storia attualissima che illustra i drammi lasciati in Sudafrica dal regime dell'apartheid sulle nuove generazioni di sudafricani. Scrive Nadine Gordimer:"L'avevano disegnato sulle cartine con un nome geografico: Sudafrica. Il continente dalla forma di un grande grappolo d'uva che penzolava verso il Polo Sud".


10. James Baldwin  - Un altro mondo - Fandango ,  pp  458,  euro 22  






E' stato ristampato da poco: e merita di essere letto, sopratutto dalle nuove generazioni. James Baldwin, è stato probabilmente, uno dei più importanti autori afroamericani che, attraverso il suo lavoro, la sua vena artstica, ha fatto da apripista sull'affascinante mondo della cultura afroamericana. Questa storia è probabilmente l'ideale trait d'union tra Henry James e il jazz. Un affascinante mondo descritto dall'autore che, conduce per mano un giovane hipster, per giunta bianco tra misicisti jazz locali della Grande Mela e quartieri black come il mitico Harlem. Uno spaccato d'America che oggi, ai tempi malati e inquinati dell'amministrazione Trump non esiste più ma, proprio per questa ragione vale la pena di (ri)immergersi tra le vicende affascinanti di questo romanzo. Troverete tutto. Disperazione e povertà. Amori impossibili tra bianchi e neri, laddove, la protagonista bianca e povera, Leona ... amata disperatamente e con impeto. Uno spaccato di vita vissuta che renderà uniche le giornate della vostra estate.
(Fonte.:archivio fotografico africaland)
Bob Fabiani
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Buon Ferragosto ai Lettori








La redazione tutta augura un buon ferragosto a tutti i lettori: il #Blog quest'anno non osserverà alcuna pausa e pubblicherà regolarmente focus, approfondimenti, reportage dal Continente Nero.
Buona lettura e buone vacanze.
(Fonte.:africaland)
Bob Fabiani
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mercoledì 14 agosto 2019

Morire di stenti in un gommone nelle acque del #Mediterraneo. La vergogna dell'Europa e la #ONG #OpenArms con i #Migranti a bordo







L'immagine che vedete da sola spiega in modo eloquente, drammatico le tante troppe tragedie che si susseguono, a ritmo serrato, nel Mediterraneo.

Che cosa state vedendo in questa foto?

Due migranti a bordo di un piccolo gommone senza acqua né cibo. Si intravede il corpo ormai esangue, privato del bene più prezioso ossia, la vita, steso, sul fondo dell'imbarcazione di colore blu. Il suo compagno è inginocchiato accanto a lui.

Il sopravvissuto, sembrerebbe originario dell'Eritrea e giovanissimo, apparentemente di 20 anni è stato trasferito a Malta.

Ricoverato in rianimazione.

Queste sono le storie drammatiche che raccontano le tragedie dei migranti che tentano di arrivare in Europa sfidando il mare e le onde del Mediterraneo.

Quella stessa Europa sempre più cinica e incurante di queste tragedie, impegnata in un disgustoso giogo dei governanti sovranisti che, non perdono occasione per mettere in atto il loro atto quotidiano di disumanità.


L'odissea della #OpenArms






"La situazione a bordo sta diventando critica e arrivano le condizioni avverse del mare con onde alte più di due metri e mezzo", spiega Riccardo Gatti, presidente di Open Arms Italia che sta seguendo la vergognosa odissea della ong spagnola direttamente da Lampedusa.

La nave è stata bloccata per oltre 12 giorni a largo con 151 migranti a bordo grazie al divieto del ministro dell'Interno italiano che impedisce di entrare nelle acque territoriali del fu Bel Paese.

Una vergogna tira l'altra. Nel senso che l'Europa è sempre più ripiegata su stessa, specularmente adagiata sulle posizioni del tutto sbagliate di sovranisti ossessionati dalla pseudo invasione di orde di migranti.

Inesistente.

Ultimora

Il Tar del Lazio dispone che, in relazione al #decretosicurezza, viene sospesa ol divieto di ingresso in acque italiane. Open Arms si dirige verso Lampedusa.

Dal Viminale, il ministro disapprova e fa ricorso contro il Tar del Lazio.
(Fonte.:ansa)
Bob Fabiani
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-www.ansa.it

venerdì 2 agosto 2019

Emergenza Ebola in #RDC









L'epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo è un'emergenza internazionale di salute pubblica: lo ha dichiarato l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) alzando il livello di allerta.

Dallo scorso agosto (2018) sono stati registrati più di 2.500 casi e quasi 1.700 morti nelle province del #NordKivu e dell'#Ituri. E' stato segnalato un primo caso a #Goma, una grande città che si trova al confine con il Ruanda, con più di un milione di abitanti e un aeroporto internazionale.

Più di 16mila persone sono già state vaccinate contro il virus.

Nel tantivo di ritardare l'esaurimento delle scorte, l'Oms ha raccomandato l'uso di dose più piccole. L'allarme richiama l'attenzione sulla necessità di un intervento coordinato a livello globale senza isolare il paese. L'Oms auspica che i confini rimangano aperti, anche per evitare l'eventuale passaggio clandestino di merci o persone.

In realtà, nella giornnata di ieri, 1 agosto, il Ruanda dopo il secondo decesso, registrato a #Goma, le autorità locali hanno provveduto a chiudere il vicino confine proprio nel giorno del primo anniversario dell'epidemia di ebola.




Immediatamente, #Kinshasa ha "deplorato la decisione, contraria al parere dell'Organizzazione mondiale della sanità sulla lotta al virus".

A #Kigali, nella giornata odierna sono tornati sui loro passi, riaprendo, i confini.


Difficoltà nel contrasto a #Ebola

Le difficoltà ad arginare l'epidemia hanno molte motivazioni. Una di queste, è legata al fatto che fra le categorie più esposte, ci sono gli operatori sanitari: almeno 150 hanno contratto il virus, un quarto hanno perso la vita. Le strutture di assistenza e gli stessi operatori sono obiettivo di violenze da parte delle milizie locali: almeno 198 sono gli attacchi registrati.





L'arrivo del virus nella città di #Goma propone uno scenario preoccupante per le autorità sanitarie. La città sorge sul lago Kivu, ad appena 15 chilometri dal vulcano Nyiragongo, uno dei più attivi e pericolosi del pianeta.

La storia di #Goma è plasmata dalle vicende politiche, a partire dal genocidio del Ruanda (1994), con la fuga proprio in direzione della città congolese degli hutu accusati di legami con i cosiddetti Génocidaires, il loro radicamento all'interno dei campi nel territorio congolese, le rappresaglie ruandesi e le due "guerre del Congo". A oggi, una robusta fetta della popolazione vive tuttora nei campi profughi, in condizioni igeniche precarie.

A far paura sono sopratutto le modalità del contagio: secondo le ricostruzioni locali, una delle due vittime era un pastore arrivato a #Goma da #Butembo dopo aver attraversato tre posti di controllo sanitario senza essere fermato.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com    

giovedì 1 agosto 2019

Quel cartello del cacao targato Africa










Il Ghana e la Costa d'Avorio, i più grandi produttori di cacao al mondo, si sono accordati lo scorso 3 luglio su una nuova tassa da imporre alle azirnde (multinazionali che da sempre, hanno potuto fare e disfare qui, nel Continente nero, spesso e volentieri imponendo prezzi ...) che compreranno il raccolto 2020 - 2021.










I due paesi, che producono da soli quasi i due terzi del cacao mondiale, faranno pagare il supplemento di 400 dollari per ogni  tonnellata di cacao venduto.

L'obiettivo dei due governi africani, spiegano i reporter di @Mediapart, è assicurare maggiori guadagni ai piccoli produttori e ridurre il mercato nero.



Secondo la Banca mondiale, il 55 per cento dei coltivatori di cacao della regione  - un milione di ivoriani e ottocentomila ghaneani  -  vive sotto la soglia di povertà e non riesce a ripagare le spese sostenute per la produzione.

Conclusioni

Il giorno del lancio dell'avvenuto accordo tra i due paesi africani, in tutto il mondo e sopratutto negli ambienti produttivi della pianta del cacao, si è capito che l'Africa è definitivamente entrata nella nuova stagione, quella della consapevolezza e della forza, intesa come qualità eccellente dei suoi prodotti (e in misura maggiore per le sue infinite materie prime) che, non possono più essere lasciati alla mercé di speculatori o, peggio ancora, dello sfruttamento che per per troppo tempo non è stato possibile arginare.
Ora l'Africa, ha capito di poter competere a tutti i livelli e il Continente nero è in costante evoluzione anche e sopratutto procedendo in quella unità di intenti che, nello scorso secolo fu tracciato dai grandi padri africani e nel movimento politco e culturale conosciuto con il nome di Panafricanismo.
La lezione che arriva dal Ghana e dalla Costa d'Avorio è che la strada dell'unità del continente può e deve consolidarsi anche a livello economico - finanziario.
(fonte.:mediapart)
Bob Fabiani
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-https://www.mediapart.fr  

Se la Somalia ha un'unica via di uscita dal pantano del conflitto contro #AlShabaab: il negoziato







"Negli ultimi cinque anni si è spesso sentito dire che #AlShabaab si stava indebolendo. Nel 2011 le forze dell'Unione africana (UA) hanno cacciato il gruppo da #Mogadiscio e l'anno dopo da #Chisimaio", questo è il parere scritto da Colin Freeman su Garowe Online.

E tuttavia la situazione in Somalia è alquanto difficile malgrado queste apparenti vittorie parziali.

Vediamo perché.

Dopo l'attentato a un hotel di #Chisimaio il 12 luglio, il gruppo di miliziani e jihadisti islamici, nel più classico dei suoi modus operandi, ha fatto esplodere un'autobomba (l'ennesima!) a #Mogadiscio il 22 luglio, uccidendo 17 persone.

Con un territorio da controllare più ridotto, i miliziani si sono concentrati sulla guerriglia, mossa alquanto prevedibile.

"Nessun gruppo jihadista di un certo rilievo è mai riuscito a controllare un'area così estesa per tanto tempo".

E allora, come si fa a mettere fine all'insurrezione?

"Secondo un ex consigliere delle Nazioni Unite", scrive Freeman, "l'unico modo è negoziare. Finora però i colloqui si sono limitati a occasionali cessate il fuoco".

Ci vuole ben altro.

Inoltre il governo somalo continua ad accentrare il potere, mentre città come #Chisimaio chiedono più autonomia. Molti esperti del paese africano compresi autorevoli analisti ritengono che il decentramento potrebbe disinnescare le tensioni che in passato hanno distrutto la Somalia e che oggi #AlShabaab sfrutta a suo vantaggio, in modo persino irrisorio.

Nelle scorse settimane, alcuni articoli apparsi sul New York Times, hanno messo in risalto come la Somalia sia diventata il campo di battaglia preferito da diverse milizie, sostenute, in modo sfrontato dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, due paesi che cercano di esercitare un'influenza sempre più forte nel Corno d'Africa.
(Fonte.:garoweinline;nytimes)
Bob Fabiani
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-https://www.garoweonline.com/en;
-www.nytimes.com