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venerdì 28 giugno 2019

Serie di attentati scuotono la #Tunisia : quali scenari?







Un' offensiva armata contro una stafetta radiotelevisiva a Gafsa (Sud-Ovest), due attentati a Tunisi, hanno scosso la Tunisia fin nel profondo.

La giornata è diventata cervellotica e caotica quando, il capo dello stato, Béji Caid Essebi, a seguito degli attacchi, è stato colto da un malore che ha richiesto l'ospedalizzazione.
Al momento, le condizioni dell'anziano capo di stato tunisino sembrano essere migliorate ma non al punto di lasciare la struttura ospedaliera.

Daesh rivendica




Il gruppo dello Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità per il doppio attentato suicida perpetrato ieri, 27 giugno 2019, nella capitale tunisina, secondo l'organizzazione statunitense che monitora i movimenti estremisti  SITE.

Gli autori dei "due attacchi contro le forze di sicurezza tunisine nella capitale sono combattenti del Gruppo Islamico", ha detto Amaq, l'agenzia di propaganda Daesh e, citata dal SITE.

Scenari dopo gli attentati




La Tunisia è alle prese con i problemi di sempre, gli stessi che portarono alle rivolte arabe del 2011. Da allora le cose non sono cambiate di molte: la crisi economica attanaglia la qualità della vita dei tunisini ma, in certo senso, le rivolte di 8 anni fa, hanno portato in dote alcune aperture sul piano dei diritti fondamentali e sociali anche se, non ancora soddisfacenti per il popolo tunisino.
Indubbiamente, il paese africano, si trova alle prese con un altro prtoblema di non facile soluzione. La situazione della Libia che è sempre più drammatica e, con una guerra civile ormai su larga scala, rischia, di coinvolgere anche Tunisi.
Non si tratta di una eventualità remota: gli attacchi di ieri ne sono una conferma.
L'obiettivo dei miliziani jihadisti era, la Francia e, la sua ambasciata : del resto Parigi in quanto al "Caso Libia" sta mantenendo una condotta del tutto sfrontata da quando, alla luce del sole, ha deciso di sostenere le azioni belliche di Haftar.

La giornata di ieri dunque, può suonare come un campanello d'allarme : in una giornata ad alta tensione, si è tastato il polso di quale inferno potrebbe scatenarsi dalle parti di Tunisi  e, nel resto del paese Nordafricano.
Sullo sfondo restano anche i nodi politici. L'attentato di ieri va anche letto come monito contro la laicità della Tunisia.
(Fonte.:jeuneafrique;afp)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com;
-www.afp.fr

   

giovedì 27 giugno 2019

FOTO DEL GIORNO - Morire nel #RioBravo










Ci sono scatti fotografici che riescono a chiamare in causa i potenti della terra, senza appello : è il caso della amara storia dei migranti salvadoregni che chiamano in causa, le disumane politiche migratorie dell'amministrazione Trump.

Oscar e Valeria, sono i nomi dei due migranti salvadoregni, padre e figlia, morti annegati domenica scorsa, nel tentativo di attraversare il #RioBravo, all'altezza di Tamaulipas.

E' importante nominarli troppe persone anonime sono morte cercando esattamente la stessa cosa, un futuro.
(Fonte.:africaland)
Bob Fabiani
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-https://africalandilmionuovoblog.blogspot.com/foto-del-giorno 

mercoledì 26 giugno 2019

Quei #Migranti intrappolati ad #Agadez (la città stravolta per i diktat dell'Unione Europea)* Pt.3






AfricaLand Storie e Culture pubblica oggi la terza parte del reportage dalla città nigerina di #Agadez : nelle ultime ore però, dall'altra parte dell'Oceano è arrivata un'altra tragica notizia che coinvolge la "tragedia delle migrazioni"

Prima di addentrarci nell'approfondimento della terza puntata di questo lungo reportage, questo #Blog chiede ai lettori di soffermarsi su questo nuovo capitolo della tragedia dei #Migranti.


In onore e in ricordo di Oscar e Valeria 




Oscar e Valeria, sono i nomi dei due migranti salvadoregni morti, padre e figlia, annegati domenica scorsa, nel tentativo di attraversare il #RioBravo, all'altezza di #Tamaulipas.
E' importante nominarli troppe persone anonime sono morte cercando esattamente la stessa cosa, un futuro...

Per questa ragione AfricaLand Storie e Culture africane dedica la pubblicazione di questa terza parte del reportage in loro memoria.
(Bob Fabiani)


Passeur, un mestiere rispettabile per ex ribelli*


"Tutto era organizzato nei minimi dettagli. Per ogni partenza, le agenzie dovevano consegnare alla polizia un documento di viaggio in cui figuravano i nomi dei passeggeri e la loro nazionalità. I governi sono arrivati a incoraggiare gli ex ribelli tuareg o tebu, che negli anni 1990 avevano imbracciato le armi, a reinventarsi in questa attività per voltare definitivimante le spalle alla guerra.

"Avevano dei veicoli e conoscevano le strade, ma non avevano lavoro...", afferma Mohamed Anako. Dopo essere stato uno dei leader della prima ribellione tuareg (1991 - 1995) è diventato presidente del consiglio regionale di Agadez e ha proposto questa riconversione quando era a capo della Hacp.

"Li abbiamo spinti a investire in questa attività. Abbiamo preso le misure peraiutarli a sdoganare i mezzi e a registrarsi. Era tutto legale e, inoltre, ci tenevano aggiornati su quel che succedeva nel deserto".

Le difficoltà sono iniziate con la caduta di Gheddafi nel 2011. La Guida libica faceva il lavoro dei guardacoste europei. Era quasi impossibile imbarcarsi per raggiungere il Vecchio continente. In compenso, si poteva rimanere in Libia per tutto il tempo che si voleva. Il lavoro non mancava ed era ben pagato.

"Quando è caduto Gheddafi, si sono aperte le porte verso l'Europa. E' stata una boccata d'ossigeno. Arrivavano sempre più candidati", ricorda Boss. Il numero di migranti in transito nella città (di Agadez) parrebbe quadruplicato tra il 2013 e il 2016. In quell'anno la polizia di Agadez aveva censito quasi 70 "ghetti".

Per Boss è l'inizio della concorrenza. Molti  nigerini  che vivevano in Libia sono scappati dalla guerra e dal caos, riconvertendosi in trasportatori di migranti. Non tutti i nuovi arrivati rispettavano le regole stabilite dalla vecchia guardia. Secondo un mediatore sociale erano "banditi fuorilegge" e non esitavano a ricattare i migranti nel bel mezzo del deserto, ad abbandonarli al minimo imprevisto o a venderli alle milizie, appena giunti in Libia - che li avrebbero ricattati a loro volta. Questi atti criminali a cui si è aggiunto il il traffico di prodotti illegali (droga, tabacco, armi), hanno spinto le autorità a reagire e a cooperare con l'Unione europea.




Come la casa di Boss , anche il "ghetto" di Mohamed D., alla periferia della città, si è vuotato. Sui muri del cortile, rimangono le tracce del passaggio di vecchi clienti : un nome, un numero di telefono...

"Non mi resta niente, borbotta il passeur. I miei due mezzi sono stati sequestrati. Ho passato sei mesi in carcere. Non ho più alcuna entrata".

I soldi che ha guadagnato in quel periodo di abbandonanza?

"Mi sono mangiato tutto; insieme alla mia famiglia".

La frustrazione è ancora più grande poiché la legge è arrivata senza preavviso. Nessuno ad Agadez, era stato informato. "Era un lunedì, ricorda un passeur. Tutti i mezzi carichi di migranti sono stati bloccati all'uscita di Agadez. Pensavamo che ci fosse un problema di sicurezza nel deserto. Ma no. Gli autisti sono stati gettati in prigione e i veicoli sono stati sottoposti a fermo. Solo in seguito ci hanno spiegato la legge" Anako dice di non essere contrario a vietare le filiere ma esprime disappunto perché le autorità non hanno tenuto conto della situazione socio-economica della regione  e non hanno predisposto la sua riconversione.

"Sarebbe stata necessaria una transizione per permetterci di trovare una soluzione alternativa. Forse, i progetti finanziati dall'Unione europea daranno dei risultati, ma in quanti anni? Il problema, è che le persone hanno bisogno di un lavoro, oggi. E lavoro non ce n'è".

Negli anni 1980, Agadez, accoglieva migliaia di turisti che venivano da Europa e America per scoprire il deserto del Ténéré, le dune di Bilma e il massiccio dell'Air. La città viveva al ritmo degli aerei a fusoliera larga che atterravano sulla pista del suo aeroporto internazionale. Ma i visitatori sono spariti dopo la seconda ribellione tuareg, nel 2007, e in seguito all'inserimento della città tra le zone rosse ("formalmente sconsigliate") da parte del ministero degli esteri francese. Anche le miniere di uranio sono in crisi, come l'insieme della filiera (7).

Attraverso l'Eutf, l'Unione europea ha finanziato il programma di reinserimento con 8 milioni di euro (il 5% del budget disponibile), per i vecchi attori della migrazione. Quello che è stato definito "piano d'azionbe a impatto economico rapido ad Agadez" (Paiera), non è degno del suo nome. Tutti i "vecchi operatori" del settore a cui sia stata approvata la pratica di riconversione ricevono un aiuto di 1,5 milioni di franchi Cfa (2.290 euro). Ma il processo è lento: sono state esaminate solo 400 domande su 5.000. Ne sono state respinte quasi 1.500, specialmente se a presentarle erano proprietari di "ghetti" e automezzi. Infatti, Bruxelles li considera dei privilegiati  - avendo guadagnato per anni somme colossali rispetto al livello di vita medio dei nigerini -, o peggio, dei criminali. Per i responsabili di Eucap Sahel Niger, bisogna tenere a mente che si tratta "innanzitutto di traffico di esseri umani" e che quanti  ne approfittano "bevono lacrime dei propri fratelli". Ma la realtà vissuta dalle popolazioni è molto diversa, per quanto in effetti vi siano dei delinquenti tra gli ex passeur.  Il ricercatore citato precedentemente precisa che i passeur guadagnavano di certo molti, ma questi patrimoni accumulati erano più che altro il frutto dell'aggravarsi della situazione economica e politica nel Sahel, e non dello sfrontato sfruttamento dei migranti: "I prezzi erano corretti prima della legge. Se hanno guadagnato tutti quei soldi, è per via della portata del fenomeno e dell'elevato numero di clienti".

Bashir Amma, ex passeur, oggi presiede il Comitato degli ex operatori della migrazione, un'associazione che ha creato nel 2016 per fare da tramite tra locatori, autorità ed ex attori della migrazione. Nel suo ufficio, all'interno degli spogliatoi dello stadio di calcio di Agadez dove ogni giorno si allenano le squadre della società che dirige, Amma riconosce le irregolarità commesse nell'esame delle domande: "Alcuni richiedenti non erano neanche ex operatori del settore. Ma, in compeenso avevano i rapporti giusti, appartenevano alla famiglia giusta. Hanno saputo approfittare della cuccagna". L'Unione europea ha sconvolto l'economia locale e generato frustazione. "Ci hanno ingannati, afferma con rammarico. Ci avevano promesso soldi in tempi brevi. A tre anni di distanza, sono stati finanziati 371 progetti... Crediamo che non ci abbiano offerto una revisione, quanto piuttosto un aiuto d'emergenza. Si offrono 1,5 milioni di franchi Cfa a persone che guadagnavano 5 milioni a settimana! E' ridicolo. Come pensate che possano accettarli?".
(Fonte.:monde-diplomatique)

- Fine Parte Terza -
*Rémi Carayol
**Questo scritto è apparso sulle colonne de Le Monde diplomatique
Bob Fabiani
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-www.monde-diplomatique.fr 

martedì 25 giugno 2019

La grande paura di Abiy Ahmed dopo il tentato golpe in #Ethiopia









Due giorni dopo l'assasssinio del Presidente della regione di Amhara e del capo dell'esercito etiope, le circostanze e le motivazioni di questi due attacchi restano poco chiari.

AfricaLand Storie e Culture africane prova a leggere gli scenari (e il clima) che si stanno vivendo in Ethiopia.


Acclmato per le riforme intraprese sia all'interno che all'esterno del paese da quando è entrato in carica, aprile 2018, Abiy Ahmed affronta una delle sue più grandi sfide, sedendo sullo scranno spettante al Primo Ministro.

A 42 anni, Ahmed è il più giovane leader del continente.

Uno dei suoi primi ordini ha destato enormi dibattiti in tutta l'Ethiopia, avendo dato disposizione di costruire un museo digitale per celebrare la storia del paese e, in abbinato, un parco a tema etiope e uno zoo con 250 animali : secondo il premier di Addis Ababa tutto questo attirerà ogni giorno migliaia di visitatori.

"Questo è il prototipo della nuova Ethiopia", commenta l'ex ufficiale dei servizi segreti militari laureato in ingegneria informatica.

"Rispetto ad altri miei colleghi ho già realizzato molte cose. Ma non sono neanche l'1 per cento di quelle che ho in mente".


Un Primo Ministro in uniforme militare parla alla TV di Stato dopo il tentato colpo di Stato 





Fin dall'inizio del suo mandato, Ahmed è ben conscio dei pericoli del cosiddetto "federalismo etnico" (ne parleremo più avanti in questo stesso post; n.d.t) e, per questa ragione ha voluto subito chiarire : "Quanto è avvenuto nella notte tra sabato e domenica è un chiaro tentativo di colpo di stato".

Evidentemente, le violenze intercomunitarie degli ultimi mesi, hanno avuto il loro sbocco (naturale?) ad Ahmara. Gli attacchi infatti sono stati lanciati in simultanea : un gruppo di uomini armati ha aperto il fuoco durante una riunione di funzionari locali nella capitale (Regione Ahmara) causando la morte del presidente di quella stessa regione, Ambachew Mekonnen e del suo consigliere, Ezez Wassie, nonché del procuratore generale locale, Miggaru Kebede.

Poche ore più tardi, ad Addis Ababa, il capo - staff Seare Mekonnen è stato ucciso nella sua abitazione da una delle sue guardie del corpo.

Questo assassinio è di gran lungo più inquietante.

Appare chiaro che siamo di fronte a una rivolta tutta interna alle gerrarchie militari : Ahmed, è stato molto criticato dai vertici  delle forze armate, sempre a causa delle riforme avviate che, secondo molti generali, imporrebbero "paghe da fame, questo deve finire", dissero qualche  mese fa (era l'aprile scorso) accerchiando, minacciosamente, il premier etiope.

Tuttavia, Seare Mekonnen era uno dei pochi generali del Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), il partito che aveva dominato la politica etiope dalla caduta di Derg nel 1991, per sostenere le politiche riformiste di AbiyAhmed.

Possibili cause di un #ethiopiacoup





Al centro di questo caos etiope ci sono le riforme che potrebbero portare progressi per tutti. Eppure in Ethiopia, in molti si chiedono : "Negli interessi di chi vengono portate avanti le riforme promosse dal premier Abiy Ahmed? Per che genere di società hanno lottato gli etiopi?" - scrive sul sito Africa is a Country, Stephanie Jay e aggiunge "Fin dall'inizio, nel 2015, le proteste esplose tra i giovani poveri provenienti dalle campagne della regione dell'Oromia hanno dato voce a rivendicazioni sulla classe e l'identità, e hanno sfidato molteplici forme di oppressione, sfruttamento e discriminazione. I manifestanti hanno compiuto attacchi contro le fabbriche, sopratutto quelle nate dalla collaborazione tra investitori stranieri ed élite locali, accusate dagli abitanti della ragione di essersi accaparrate le terre in modo indiscriminato senza offire opportunità di lavoro agli abitanti del posto. La rivolta ha sempre rivendicato anche diritti politici, accanto a quelli economici".

In Ethiopia negli ultimi 20 anni la povertà è calata dal 45,5 per cento del 2000 al 23,5 per cento del 2016, nonostante la popolazione sia cresciuta da 65 milioni di abitanti nel 2000 a 100 milioni nel 2016, scrive ancora Jay : "L'Ethiopia ha uno dei più bassi coefficienti di Gini (l'indice della disuguaglianza di reddito) dell'Africa, molto più basso del vicino Kenya, paese del 'libero mercato'. Gli investimenti nei servizi sociali e a favore delle fasce povere hanno garantito un'istruzione primaria al 100 per cento della popolazione, una copertura sanitaria al 65 per cento. La realtà è che far uscire dalla povertà una popolazione che dovrebbe raddoppiare nei prossimi 30 anni continuerà a essere un compito di portata storica per il governo etiope. Affidandolo solo al 'libero mercato' e al settore privato, si rischia di lasciare indietro decine di milioni di persone. Se i salari rimarranno bassi e il lavoro continuerà a essere in larga misura informale, la povertà non diminuerà, anzi cresceranno  le disuguaglianze".

Apparentemente la descrizione della situazione sociale etiope sembrerebbe non avere nulla a che fare con il tentato golpe dello scorso sabato ma, in realtà "ingloba" un certo malcontento che serpeggia sia nella società civile sia nelle gerarchie militari. Con l'azione di sabato, la sfida è iniziata. Se Ahmed, vorrà portare a compimento le sue riforme (anche sfidando la costituzione etiope n.d.r) la strada è tracciata : il Primo Ministro vuole la trasformazione a tutti i costi, e allora, dovrà vedersela con il federalismo etnico (appunto sancito dalla Carta costituzionale) andando ad accendere la miccia di una guerra civile.

Abiy Ahmed potrà ottenere dei progressi solo se l'Ethiopia adotterà un diverso tipo di federazione, territoriale e non etnica, in cui l'accesso ai diritti in un'unità federale sia sancito non su base etnica ma dalla residenza.
Un accordo del genere permetterà agli etiopi di allontanare i rischi di una dittatura.

L'attacco di alcuni quadri militari mirano a scalzare Ahmed proprio perché temono che il premier riesca nell'impresa di abbattere il federalismo etnico che potrebbe oetterli per sempre in un angolo.
(Fonte.:jeuneafrique;africasacountry;nytimes)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com;
-https://africasacountry.com;
-www.nytimes.com 

lunedì 24 giugno 2019

Come cambia la strategia della protesta sudanese dopo il #SudanMassacre?







Il 3 giugno 2019 almeno 500 persone sono morte durante le drammatiche operazioni di sgombero del sit-in organizzato davanti al quartier generale dell'esercito sudanese a Khartoum : questa è stata la denuncia del Comitato centrale dei medici sudanesi e, sostanzialmente - tranne rari casi - essa è caduta, sostanzialmente, nel vuoto dal momento che, la grande maggioranza dei media internazionali (compresi quelli italiani, anche qui, tranne in rarissimi casi), ha pensato bene di "silenziare" non solo, il volgare massacro ma, nell'insieme, la rivolta e la rivoluzione del popolo sudanese che pretende e invoca un nuovo Sudan.
Questo post fa parte di una serie di #reportage che AfricaLand Storie e Culture dedica alla grande dedizione dei sudanesi che, non si rassegnano a vivere in un paese dilaniato dalla violenza e corruzione alleati perfetti di ogni regime dittatoriale.
(Bob Fabiani)


Una nuova strategia di protesta*


"Costruite le barricate, e poi scappate. I leader delle proteste sudanesi hanno lanciato questo messaggio ai manifestanti prima di dare il via, il 9 giugno, a una campagna di disobbedienza civile in tutto il paese (lo sciopero generale è durato 3 giorni ed è stato sospeso il 12 giugno quando, sono ripresi i negoziati tra l'opposizione e il consiglio militare di transizione sul passaggio di poteri a un governo civile).

Le barricate, fatte di mattoni e pezzi di metallo rimediati per strada, sono diventati il simbolo del movimento di protesta  in Sudan. Inizialmente servivano a proteggere il sit-in che era nato davanti al quartier generale dell'esercito a Khartoum. Ma da quando, il 3 giugno, i paramilitari sudanesi hanno sgomberato il raduno con la violenza, l'opposizione ha cambiato tattica.

"Le barricate sono la vostra protezione", ripete l'Associazione dei professionisti sudanesi, il gruppo che dal dicembre del 2018 guida le proteste e che chiede ai manifestanti di costruire sbarramenti in tutte le strade della capitale. Tuttavia, invece di presidiarli come succedeva durante il sit-in, i simpatizzanti dell'opposizione devono scappare. "Evitate gli scontri con i janjaweed", raccomanda l'associazione, riferendosi alle Forze di supporto rapido (Fsr).






Questo gruppo paramilitare è considerato il responsabile del massacro del 3 giugno, in cui sono morte almeno 500 persone, ed è formato dagli stessi miliziani janjaweed accusati di aver commesso crimini di guerra in Darfur nel 2003.

Mentre i manifestanti allontanati dal sit-in avrebbero voluto erigere nuove barricate e affrontare a viso aperto i soldati, i leader della protesta invitano alla prudenza. Ora, sostengono, bisogna concentrarsi sulla disobbedienza civile.

Il 9 giugno le strade di Khartoum e di altre città sudanesi si sono svuotate e i negozi hanno abbassato le saracinesche. Le banche sono rimaste chiuse, i voli all'aeroporto della capitale sono stati cancellati e le operazioni marittime a Port Sudan sono state bloccate, nonostanti si parli di vari tentativi della giunta militare di costringere le persone ad andare al lavoro. Secondo l'Associazione dei professionisti sudanesi, impiegati del settore dell'aviazione, dell'azienda elettrica e delle banche sarebbero stati presi in custodia e costretti a lavorare.

Internet bloccato

Dal 3 giugno (e per molti giorni) l'accesso a internet è stato praticamente bloccato, e i miliziani delle Fsr hanno continuato a pattugliare le strade e ad aggredire i passanti senza motivi particolari.
Negli ultimi giorni testimoni oculari hanno riferito di un numero crescente di bande non meglio identificate in giro per le strade. Il ministro della salute Suleman Adula Gadar ha dichiarato che due fine settimana fa 11 persone sono rimaste uccise a causa dell'aumento di "fuorilegge" che approfittano del caos.
Per gli abitanti di Khartoum uscire per strada è diventato pericoloso e quindi preferiscono restare chiusi in casa.

C'è chi parla di "arresti domiciliari di massa".

"La gente ha fatto provviste per prepararsi alla campagna di disobbedienza civile", dichiara un manifestante che ha chiesto di restare anonimo. Questa strategia è al centro di discussioni accese tra i manifestanti, che cercano di passarsi le informazioni attraverso gli sms o dei biglieei scritti a mano per aggirare le restrizioni a internet.




I video che sono trapelati dal Sudan, condivisi dai pochi che sono riusciti ad aggirare il blocco di internet, mostravano una specie di gioco del gatto con il topo tra i manifestanti che costruivano barricate e i miliziani delle Fsr, che cercavano di abbatterle per poter percorrere le strade a bordo dei loro famigerati pick-up equipaggiati con armi automatiche. L'Associazione dei professionisti sudanesi ha avvisato i suoi sostenitori di non cadere nei tranelli dei militari, che lascerebbero delle armi per strada per spingere i manifestanti a scegliere la violenza.
Molti abitanti di Khartoum sembrano tornare in piazza. A Omdurman, la città gemella della capitale, ci sono statigrandi raduni di manifestanti il 7 e l'8 giugno 2019. Lo stesso è successonel quartiere di Bahri.

Il 9 giugno 2019 un attivista, Waleed Abdelrahman, è morto per una ferita d'arma da fuoco al petto. "Il consiglio militare di transizione continua a uccidere cittadini disarmati e a minacciare la loro sicurezza", ha dichiarato il Comitato centrale dei medici sudanesi".

*Kaamil Ahmed
**Questo intervento è aapparso sulle colonne del Middle East Eye
(Fonte.:middleeasteye;sudantribune;afp)
Bob Fabiani
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-https://www.middleeasteye.net;
-www.sudantribune.com;
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domenica 23 giugno 2019

Tentato colpo di stato in #Etiophia, nello Stato di #Amhara










Nella serata di sabato 22 giugno 2019, l'Etiopia, è stata scossa da un tentato colpo di stato : nell'azione, è rimasto ucciso ol capo di stato maggiore dell'esercito etiope e il presidente dello Stato di Amhara.

Mano a mano che la notizia diventava pubblica, sono stati rivelati alcuni dettagli di questo tentativo di Golpe. E' stato possibile ricostruire se non tutta la dinamica almeno una parte di essa.

Il capo dello staff dell'esercito etiope, è stato freddato da alcuni colpi di arma da fuoco : lo rende noto il portavoce del Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed.

A stretto giro di posta, nella mattinata di questa domenica difficile e nervosa per tutto il grande paese africano, sono stati fugati gli ultimi dubbi su quanto avvenuto nella serata di sabato nello Stato regionale di Amhara.

Ci sono conferme sulla morte del Presidente della Regione di Amhara, Ambachew Mekonnen (PhD) e, il suo consulente Ezez Wasie. Si apprende che sono stati uccisi mentre si trovavano in ufficio.






Caos ad Addis Ababa

La situazione è caotica e confusa ad #AddisAbaba tanto da indurre il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed a presentarsi alla TV di Stato indossando una uniforme militare, parlando da una località sconosciuta.





Nel discorso televisivo, il capo del governo etiope è apparso preoccupato, a tratti, addirittura spaventato; sia come sia, ha subito ripreso in mano la situazione chiamando a raccolta l'esercito per difendere lo status quo in Etiopia.


Attacco alle riforme del suo programma di governo oppure ritorsione per la mediazione di #Khartoum?

Che cosa significa questo tentativo di Golpe tentato ieri ad Amhara?

La situazione in Etiopia non è semplice : non a tutti piacciono le riforme intraprese da Ahmed che, è sempre più riconosciuto come uno dei capi di governo  o di Stato più importanti (e influenti) al giorno d'oggi, in giro per l'Africa.

Sicuramente, questo attacco è un tentativo di indebolirlo sul piano interno. Ci torneremo nei prossimi giorni su questo tema con un #focus dedicato all'azione di governo di Abiy Ahmed e, alla sua voglia (ma sarebbe più corretto dire, sogno) di cambiamento radicale che, consenta all'Etiopia di diventare una paese leader per l'ntero continente.

Tuttavia, seppure è stato respinto questo tentato Golpe è una spia precisa di quel che potrebbe riservare il futuro prossimo all'Etiophia. Non vi è dubbio che si è trattato di un attacco frontale contro Ahmed, dal momento che sono stati uccisi alcuni generali fedeli al Primo Ministro etiope.

Un'altra possibile chiave di lettura porta dritto in Sudan.

Il premier di Addis Ababa, il 7 giugno 2019, in rappresentanza del gruppo regionale Autorità intergovernativa per lo sviluppo, è arrivato a #Khartoum per incontrare i protagonisti della transizione e far proseguire il dialogo tra il consiglio militare e le Forze della libertà e del cambiamento, che rappresentano i manifestanti.
L'azione diplomatica si era resa necessaria dopo che, il passaggio di poteri a un governo civile si erano interrotti dopo il "Massacro di Khartoum", consumatosi al sit-in del popolo sudanese di fronte il quartier generale dell'esercito del Sudan.
Si è trattato di una vera e propria mattanza dal momento che sono morte 500 persone. Nello stesso giorno in cui il premier etiope si trovava a #Khartoum, il Comitato centrale dei medici sudanesi, hanno reso pubblico che durante il massacro delle milizie paramilitari, 70 donne sono state stuprate da agenti delle forze armate.

Al momento non ci sono conferme che possano avvalorare la tesi secondo la quale, il tentativo di colpo di stato di ieri, 22 giugno 2019 possa essere legato all'azione diplomatica in Sudan per altro andata a buon segno dato che, le trattative tra le parti sono ripartite. Tuttavia è una coincidenza alquanto sospetta, seppure inverosimile tanto chele autorità di Addis Ababa farebbero bene a indagare sulla pista interna.

Subito dopo il tentativo di colpo di stato, in tutta l'Etiophia, internet è stato messo fuori uso.


L'ambasciata USA emette avviso di sicurezza






E' un vero e proprio messaggio di allerta firmato dall'Ambasciata #USA di stanza in #Etiophia e più precisamente ad Addis Ababa : si avvertono tutti i cittadini americani sul suolo etiope di "prestare la massima attenzione dopo il tentativo di colpo di stato di Amhara".



Conclusioni

Nei mesi scorsi molti analisti esperti di Etiopia avevano lanciato l'allarme : qualora Ahmed avesse portato in porto le sue rivoluzionarie idee in tema di politica sociale ed economica e, ancor di più dal punto di vista più strettamente politico, l'Etiopia sarebbe finita dritta nella spirale della "guerra cvile".
Siamo arrivati già a questo punto? A questa domanda dedicheremo uno speciale nei prossimi giorni.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
Link
-www.jeuneafrique.com 

   

sabato 22 giugno 2019

Cronache dal massacro muto del Sudan





AfricaLand Storie e Culture africane pubblica una serie di focus sulla rivolta sudanese. In questo modo vogliamo offrire la solidarietà e la vicinanza alla lotta del popolo sudanese sempre più deeciso ad andare fino in fondo nel tentativo di veder realizzato il sogno : creare un "nuovo Sudan".

Ma chi ha paura della rivolta in corso a Khartoum?

"Le insostenibili scene di violenza a Khartoum che hanno fatto il giro dei social network di tutto il mondo arabo mettono in evidenza le differenze culturali tra i due gruppi che si scontrano da quando è caduto il regime del presidente Omar al Basshir : i civili e i militari", scrive il quotidiano Al Araby al Jadid.

"Uno dei video che circolavano di piùmostra un anziano vestito con una djellaha bianca. E' un'immagine di pace e serenità. Poi arrivano degli uomini in tenuta militare che lo prendono a botte e a calci su tutto il corpo. Lui cerca di difendersi".


Le testimonianze raccolte dal quotidiano Al Araby al Jadid, al pari di quelle dei report di Al Jazeera sono importanti per due ragioni : se non ci fossero stati queste testate giornalistiche, l'eco e le "Cronache dal massacro muto" del #Sudan satrbbero ancor di più relegate nel cosiddetto angolo delle "notizie irrilevanti".  Per l'occidente e, ancor di più l'Italia.

Quest' estrema violenza, sostiene il giornale, non è altro che il segno della grande paura che i militari hanno dei cittadini. L'opposizione, rappresentata dalle Forze della libertà e del cambiamento, si è detta pronta l'11 giugno a tornare al tavolo dei negoziati con le autorità di transizione per discutere della formazione di un "consiglio sovrano" che guidi il paese in vista di nuove elezioni..
(Fonte.:alaraby)
Bob Fabiani
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-https://alaraby.co.uk/english