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venerdì 20 marzo 2020

La Libia tra due incubi: la guerra civile e la minaccia del coronavirus







Nelle ultime ore si registra la richiesta di OMS e ONU che chiedono la tregua sul fronte dell'infinita guerra civile, in modo da poter affrontare la diffusione dell'epidemia.
Tuttavia, il generale Haftar dopo aver chiuso scuole e moschee e la sospensione dei voli aerei, non ha esitato a bombardare Tripoli.

Questa è la fotografia della Libia al tempo della pandemia da COVID-19.


-Situazione esplosiva

Ufficialmente non si registrano casi da coronavirus nel paese Nordafricano ma questa potrebbe non essere la reale situazione libica perché, la Libia lacerata e sfinita da una lenta, infinita guerra civile potrebbe presto scoprire un nuovo incubo: la minaccia del COVID-19.

L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha messo nero su bianco i suoi timori martedì scorso quando ha chiesto alle parti rivali libiche - il Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli riconosciuto internazionalmente e quello rivale di Tobruk in Cirenaica - di porre fine alle ostilità per "consentire alle autorità sanitarie nazionali e ai partner di rispondere alla potenziale diffusione del virus nel paese".

Sulla stessa lunghezza d'onda è la missione ONU in Libia (Unsmil): ha esortato le parti a una "tregua umanitaria" perché "il virus non ha affiliazioni e supera tutti i fronti di guerra".


-Appelli internazionali

Di fronte agli appelli internazionali e ai rischi di un ulteriore aggravamento delle condizioni umanitarie a causa dell'epidemia, le amministrazioni rivali di Tripoli e di Bengasi hanno promesso fondi ai servizi sanitari locali e applicato rigide restrizioni.

In Cirenaica il generale Haftar - capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), braccio armato di Tobruk - usa il pugno di ferro per prevenire la diffusione del coronavirus. Il suo obiettivo non è solo sanitario, ma anche politico: legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e del popolo libico come il solo leader capace di domare l'epidemia.

Chiuse moschee, scuole, porti, frontiere. Sospesi voli, sterilizzate le strutture pubbliche e annunciato il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino. Formato anche un ente ad hoc (l'Alta commissione per la lotta al COVID-19 n.d.t) che avrà sede a Rajma, fuori Bengasi.

Al momento si registrano due persone in isolamento. In "quarantena precauzionale" si è posto Ahmed al-Mismari, portavoce Enl.


-Reazione lenta

 Più lento ad agire è stato il Gna che ha decretato solo quattro giorni fa lo stato d'emergenza che si è tradotto in una serie di misure restrittive. Ma l'assenza di contagi nell'intera Libia non deve trarre in inganno: nel gigante nordafricano, infatti, le risorse e le strutture di rilevazione dell'infezione sono inappropriati.

"Gli ospedali non rispettano i più semplici standard internazionali nell'affrontare malattie del genere, il personale medico non ha formazione ed esperienza, per non parlare poi della diffusa corruzione amministrativa, della cattiva gestione e della mancanza di trasparenza", ha denunciato ad Agenzia Nova un funzionario del Centro medico di Bengasi che prevede un "disastro peggiore di quanto visto in Iran e Italia", se il coronavirus dovesse arrivare.

-Guerra civile continua

La guerra civile continua indifferente agli appelli internazionali. Il Gna ha denunciato mercoledì scorso l'uccisione a Tripoli di quattro persone (tre bambini e una donna) ad opera degli uomini di Haftar. Sempre nella capitale, sono intensi gli scontri tra forze rivali sulla strada per l'aeroporto e nelle zone di al-Sadiyya e a Ramla
(Fonte.:agenzianova)
Bob Fabiani
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-https://www.agenzianova.com   

giovedì 19 marzo 2020

COVID-19, Africa Update. Il Continente informa








In questo giovedì 19 marzo dall'Africa arrivano alcune importanti notizie sul fronte della lotta al coronavirus: AfricaLand Storie e Culture africane è in grado di riportarle in questo post.


-Il Gabon produrrà un gel idroalcolico per combattere la pandemia

Il Gabon dopo i 3 casi di coronavirus confermati oggi 19 marzo, si sta preparando per un aggravamento del contagio sul suo territorio. A fronte di questa situazione preoccupante, le autorità, hanno dato il via libera per la produzione di un suo gel idroalcolico, al fine di limitare la sua dipendenza dall'importazione del prodotto.

-Marocco, esercito precettato contro il coronavirus

Il paese Nordafricano ha precettato l'esercito per incoraggiare la popolazione a rispettare  il confinamento volontario, i preparativi per l'istituzione di strutture attrezzate per rafforzare il sistema ospedaliero così, il Marocco vuole entrare in azione contro il COVID-19.


-Tecnologia, le aziende tecnologiche africane mobilitate contro il virus 

Le aziende tecnologiche africane attive nel commercio elettronico, nell'informazione o nella salute, sono mobilitate  - al pari di quelle internazionali - a implementare soluzioni per arginare la pandemia.

Mentre l' Organizzazione mondiale della sanità (OMS) conta 635 casi confermati di coronavirus, la notizia che arriva dall'Africa, in questo 19 marzo parla di annunci di aiuto e disponibilità per contrastare la pandemia stanno aumentando nel mondo della tecnologia continentale e internazionale.

Lo scorso 16 marzo, l'e-commerce Juma ha annunciato una partnership con il gruppo britannico Reckitt Bensicker, specializzato nella produzione di prodotti per la pulizia e prodotti farmaceutici.



-COVID-19 Africa Update (dato del 19 marzo 2020)





La situazione dei casi di contagio (in costante aumento) nel Continente Nero:


  • Egitto                     196
  • Sudafrica                116
  • Algeria                     72
  • Marocco                   49
  • Senegal                     31
  • Tunisia                      29
  • Burkina Faso             27
  • RDC                          14
  • Camerun                    13
  • Reunion (Francia)      12
  • Ruanda                       11
  • Nigeria                         8 
  • Ghana                           7
  • Kenya                           7
  •  Etiopia                         6
  • Costa d'Avorio              6
  • Seychelles                     4
  • Tanzania                        3
  • Liberia                           2
  • Benin                             2
  • Namibia                         2
  • Sudan                             2
  • Mauritania                      2  
  •  Zambia                          2
  • Guinea Conakry             1                                        
  • Togo                                1
  • Rep. Centroafricana        1
  • Gibuti                              1
  • Eswatini                           1
  • Gabon                               1
  • Gambia                             1
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com
         
 


mercoledì 18 marzo 2020

#Coronavirusafrica, ultime notizie dal Continente








L'esordio è stato lento, con un caso registrato in Egitto il 14 febbraio, l'Africa ha assistito a una diffusione costante del COVID-19 e in poco più di una settimana sono stati infettati più di 20 nuovi paesi, portando il totale a 30 nazioni su 54 Stati africani, con 450 casi noti.
Ora molti paesi stanno adottando misure rigorose per bloccare l'epidemia (e di cui abbiamo parlato ieri nel nostro quotidiano post sul coronavirus dal Continente Nero n.d.t).
I paesi più colpiti si trovano in Nordafrica, dove sono stati confermati 10 decessi. L'Egitto con 196 casi e 4 decessi, e l'Algeria 60 casi e 4 persone decedute. Sudan e Maracco ne hanno registrato uno ciascuno.
Dopo l'Egitto è il Sudafrica il paese che registra più contagiati: 62 casi. Nell'Africa orientale ci sono un totale di 20 casi registrati in 6 paesi.
Il Senegal è il più colpito dell'Africa occidentale con 27 casi, la maggior parte dei quali è stata contagiata da un singolo cittadino rientrato dall'Italia.

-L'allarme dell'OMS

"Il nostro migliore consiglio all'Africa è prepararsi per il peggio". Lo ha detto il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus, nella consueta conferenza stampa (odierna) a Ginevra sul COVID-19.

"Il mio continente deve svegliarsi, abbiamo visto cosa è successo negli altri paesi e continenti", ha detto invitando tutti i paesi africani a cancellare immediatamente assembramenti di massa.

-Il coronavirus costringe lo sport africano a fermarsi

L'epidemia da COVID-19 ha comportato la sospensione, il rinvio e persino la cancellazione di numerosi eventi sportivi. L'African Nations Championship (CHAN), in programma in Camerun dal 4 al 25 aprile, è l'ultima competizione a essere colpita dal virus.

-La mappa dei paesi africani colpiti dal virus (aggiornata al 18 marzo - Africa Update)





-Egitto                   196
-Sudafrica               62
-Algeria                  60
-Marocco                44
-Senegal                  29
-Burkina Faso         27
- Tunisia                  24
-Camerun                10
-Reunion (Francia)    9
-Ruanda                     7
-RDC                         7
-Ghana                       6
-Etiopia                      5
-Costa d'Avorio          5
-Seychelles                 4
-Kenya                        3
-Nigeria                      3
-Congo (Kinshasa)     3
-Gabon                       3
-Namibia                    2
-Guinea Conakry        1
-Liberia                       1
-Tanzania                    1
-Somalia                     1
-Benin                         1
-Mauritania                 1
-Togo                          1
-Rep. Centroafricana  1
-Eswatini                     1
-Sudan                         1

(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com

martedì 17 marzo 2020

Avanza la #pandemia da COVID-19 in Africa. La situazione








Il Continente Nero per un periodo iniziale è stato preservato dalla pandemia di coronavirus ma, nello scorso fine settimana e in questi giorni, l'Africa è ora interessata dalla diffusione da COVID-19.
Quanti sono i casi confermati, paese per paese? Quali misure sta adottando il Continente?
AfricaLand Storie e Culture africane, in questo focus farà il punto aggiornato e, in calce al post aggiornerà la lista di tutti i paesi africani colpiti dal contagio.

-Prime mosse dei governi africani

Mano a mano che il coronavirus avanza in Africa, i governi, nelle ultime ore e giorni, hanno deciso alcune mosse nel tentativo di contrastare l'avanzare della pandemia.
Molti paesi hanno interrotto i collegamenti aerei e marittimi (dal Marocco fino al Madagascar). I turisti - occidentali e asiatici - sono stati invitati a rientrare nei rispettivi paesi di provenienza.

Misure rigorose di contenimento sono state messe in campo per i viaggiatori provenienti da "paesi a rischio".

In tutto il Continente, le autorità stanno iniziando ad adottare misure più o meno ristrettive per impedire il propagarsi del virus o per frenarne la diffusione.

-Contagi in aumento

L'Africa assiste a un aumento esponenziale dei casi di contagio e dei paesi colpiti dal coronavirus. Solo in questo ultimo week-end si sono aggiunti una dozzina di paesi con nuovi casi accertati in Mauritania, Ruanda, Namibia, Seychell, Repubblica centroafricana, Congo, Liberia, Sudan, Guinea, Gabon, Kenya e Etiopia.
In sette nazioni i contagi sono aumentati progressivamente: Camerun, Sudafrica, Senegal, Egitto, Marocco, Tunisia e Algeria.

-La situazione in Maghreb

Nel Maghreb la situazione si presenta più critica. I casi confermati sono raddoppiati in 24 ore. In Egitto, primo paese colpito in Africa, i positivi sono 150, in Algeria 54, in Marocco 29, in Tunisia 20.
La percentuale di decessi resta ancora bassa con sei morti accertate tra tutti e quattro i paesi. I rispettivi governi hanno preso negli ultimi giorni misure sempre più stringenti: è stata quasi sospesa la totalità dei collegamenti aerei con l'Europa, eventi pubblici e sportivi sono stati rimandati o cancellati, un numero crescente di laborati sono attrezzati per analizzare i campioni e attrezzature speciali sono state spedite agli ospedali.

In una riunione dei ministri della salute dei paesi dell'Unione Africana (UA) ad Addis Abeba, lo scorso 20 febbraio, il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, aveva già invitato a una riorganizzazione nella lotta contro il coronavirus.

"La nostra principale preoccupazione continua a essere il potenziale di diffusione nei paesi con sistemi sanitari precari - ha affermato il capo dell'Oms - perché se il virus inizia a diffondersi nel continente, i sistemi sanitari richiederanno cure e atrezzature, come reparti di rianimazione o respiratori, che molti paesi africani non possediono".

-Reciproco sostegno

A conferma di questa preoccupazione è giunta la richiesta di "reciproco sostegno sanitario" e di maggiore "controllo e prevenzione" dal presidente UA, Moussa Faki Mahamat.

"L'Africa è ancora più vulnerabile a causa dei suoi sistemi sanitari relativamente poveri".

Il timore dell'Oms è che, nonostante la percentuale di letalità del coronavirus sia bassa, questa possa aumentare in maniera esponenziale viste le condizioni in cui vive più del 40% della popolazione africana, sotto la soglia di povertà e con un concreto rischio di contagio elevato. Un pericolo ribadito recentemente dalla rivista medica Lancet che ha indicato 13 paesi africani - tra cui Algeria, Etiopia, Sudafrica e Nigeria - con una maggiore potenzialità di rischio per il volume dei loro collegamenti con Cina ed Europa.

John Nkengasong, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malettie, ha dichiarato all'Afp che "il numero di paesi africani in grado di eseguire screening è ancora basso, anche a questo è dovuto il numero esiguo di rilevazioni". Tuttavia, ha avvertito, se ci fosse un gran numero di casi di contaminazione, sarebbero pochi i paesi in grado di stabilire una diagnosi rapida, senza tener conto di "azioni di quarantena e ospedalizzazioni altamente limitate" per mancanza di strutture.

-La mappa aggiornata dei paesi africani coinvolti




-Egitto                 150
-Sudafrica             62
-Algeria                54
-Marocco              29
-Senegal               26
-Tunisia                20
-Reunion (Francia) 9
-Ghana                    6
-Etiopia                   5
-Ruanda                  5
-Camerun                4
-Kenya                    3
-Seychelles             3
-Nigeria                  2
-Namibia                2
-Congo (Kinshasa) 2
-Guinea                   1
-Liberia                   1
-Tanzania                1
-Gabon                    1
-Congo (Brazzaville) 1
-Somalia                  1
-Benin                      1
-RDC                       1
-Togo                       1
-Rep.Centrafricana  1
-Eswatini                  1
-Sudan                      1
-Costa d'Avorio        1
-Mauritania              1

(Fonte.:jueneafrique;afp;lancet)
Bob Fabiani
Link
-www.jeuneafrique.com;
-www.afp.fr;
-https://www.thelancet.com

lunedì 16 marzo 2020

#Coronavirus e sovranismi: il pericolo politico del nuovo virus








AfricaLand Storie e Culture afrficane con questa inchiesta inagura una serie di focus e speciali sul nuovo coronavirus.

Il primo approfondimento lo dedichiamo al problema evidenziato, negli ultimi giorni; dalle sparate di alcuni leader - tutti riconducibili alla schiera dei sovranisti - che, nel momento di massima espansione del virus e dopo, la dichiarazione OMS "il coronavirus da epidemia è diventato una pandemia"; hanno scoperto il loro volto cinico e senza scrupoli.

Quale è dunque il pericolo più immediato che il coronavirus si porta dietro?

Cercheremo di dare una risposta più esaustiva possibile.

-Cinismo e sovranismo

C'è un filo conduttore a legare azioni e dichiarazioni di alcuni leader che, in questo momento - loro malgrado si ritrovano a guidare i loro rispettivi paesi: si tratta di Bolsonaro (Brasile), Johnson (Gran Bretagna) e, il capofila, colui che, da quattro anni si ritrova alla Casa Bianca, quel Trump (USA) assolutamente impreparato a far fronte alla grave pandemia (ci torneremo su questo argomento nei prossimi giorni).







Al di là delle loro discutibili politiche questi leader nonb perdono mai occasione per mostrare il loro cinismo e spregio non solo della democrazia ma anche e sopratutto dei diritti civili e fondamentali. Tuttavia, hanno scatenato una selva di polemiche le sparate sulla crisi sdanitaria causata dal coronavirus.

Johnson (UK)

"I britannici dovranno abituarsi che molti di loro perderanno persone care".

Durante una conferenza stampa dedicata alla crisi del coronavirus il premier britannico ha presentato una cinica strategia anti-paralisi.

"Il 60% dei britannici avrà bisogno di contrarre il virus per sviluppare l'immunità di gregge". 

Che cosa s'intende per immunità di gregge?

"In medicina, è definita immunità di gregge  quella forma di protezione indiretta che si verifica quando la vaccinazione di una parte significativa di una popolazione (o di un allevamento) finisce con il fornire una tutela anche agli individui che non hanno sviluppato direttamente l'immunità. Nelle malattie infettive, la catena dell'infezione può essere interrotta quando un gran numero di appartenenti alla popolazione sono immuni o meno suscettibili alla malattia".

Il governo britannico dunque non farà nulla e favorirà il contagio.

Bolsonaro (Brasile)

"Che cosa sarà mai questo nuovo virus? Non vi allarmate, anzi, piuttosto pensate alla banalissima influenza che annualmente uccide milioni di persone. Non esiste un rischio coronavirus".

Un altro tratto di riconoscimento di questi leader è quello di avere un approccio negazionista (su tutto, per ultimo appunto il virus) salvo poi, in fretta e furia, ritornare sui loro passi, non appena la crisi si è evidenziata nei loro paesi: a oggi, il Brasile, è il paese latinoamericano più colpito dal COVID-19 (162).



Trump (USA)

Il presidente statunitense in un primo momento ha fatto spallucce sul virus salvo poi annunciare lo Stato d'Emergenza : gli Stati Uniti preoccupano l'Organizzazione mondiale della sanità.
Due giorni fa, Trump, ha cercato di entrare a gamba tesa sulla questione: preoccupato di perdere le prossime Elezioni Presidenziali di novembre, si è fatto promotore di una azione spericolata. Venuto a sapere che degli scenziati olandesi stanno mettendo a punto un farmaco che dovrebbe contrastare il virus, #TheDonald pretendeva di poterlo sfruttare in anteprima, mettendo sul piatto una vagonata di miliardi di dollari.
E' stato respinto con sdegno.

Questi sono i leader che sono alla testa della fila dei sovranisti mondiali, un'autentica "scheggia impazzita" che mettono a rischio la vita e la sicurezza di tutti i cittadini del mondo. Non sono i soli, con loro ce ne sono almeno un altro trio, ossia, Erdogan (Turchia), Putin (Russia) e Netanyahu (Israele).

Questa breve introduzione è utile per allargare il discorso sulla vera partita che si nasconde dietro questa drammatica crisi sanitaria mondiale che tutti conosciamo col nome di COVID-19.
(Bob Fabiani) 
   



-Il pericolo politico del nuovo virus*


Il nuovo coronavirus è qualcosa di più di un'epidemia mortale. E' anche una tela su cui sono proiettati i timori e i momenti di diffusione del panico e della paranoia, alimentati dalle immagini distopiche di città deserte e navi da crociera in quarantena, che è importante capire qual è la ricaduta emotiva ma anche quali sono le conseguenze sull'economia politica.

Davanti alla paura del coronavirus è utile riflettere sul romanzo di Thomas Mann Morte a Venezia, scritto nel 1912, in cui una misteriosa malattia (che poi si scoprirà essere il colera) si diffonde in quel "paradiso" dei turisti. Alla base del romanzo c'è la paura orientalista della contaminazione proveniente dall'est : "l'orrore della diversità" di cui parla il protagonista Ashenbach quando scopre che la malattia è arrivata dall'India e prima di raggiungere il Mediterraneo e Venezia si è diffusa in tutta l'Asia. Nel quattrocento la città lagunare fu una delle prime a introdurre un sistema di quarantena marittima. In Italia la quarantena ha una lunga storia: usata per la prima volta a Modena nel 1374 per tenere fuori dalla città persone potenzialmente infette, fu poi usata per impedire l'ingresso nelle città di stranieri, minoranze, ebrei e arabi. Diventò un mezzo per segregare alcune persone. Nel 1836 Napoli impedì con la quarantena la circolazione di prostitute e mendicanti, considerati portatori del contagio. Con il nuovo coronavirus sono i cinesi a portare il peso del sospetto xenofobo.

Un virus non è solo un agente biologico che si riproduce nelle cellule vive di organismo, ma è anche parte di un'ideologia che considera "l'altro" come una malattia.
Il 30 gennaio, dopo i primi casi di coronavirus identificati in Italia, il leader della Lega Matteo Salvini, ha twittato: "E' poi eravamo noi a essere speculatori e catastrofisti. Frontiere aperte, incapaci al governo".

E non sono solo i nazionalisti a usare il coronavirus per "dimostrare" che hanno ragione sulla chiusura dei confini. "Anche i mezzi d'informazione progressisti hanno trattato il virus come se fosse intrinsecamente cinese. Il 1 febbraio il settimanale tedesco Der Spiegel in copertina aveva la foto di una persona in tuta protettiva, maschera antigas e con un iPhone in mano. Il titolo era "Made in China". Lo stesso giorno il titolo della copertina dell'Economist era: "Quanto diventerà grave?", e c'era l'immagine della Terra coperta da una mascherina fatta con la bandiera cinese.

Il razzismo della purificazione

Nel 1978 Susan Sontag nel suo libro Malattia come metafora condannava il linguaggio che attruibuisce la colpa alle vittime spesso usato per descrivere  alcune malattie. A distanza di quarant'anni, si parla ancora di malattie in modo semplicistico e gli si attribuisce un valore simbolico: il nuovo coronavirus è usato come metafora per esprimere ogni genere di paure, compresa, come dimostrano lo Spiegel e l'Economist, la paura della posizione dominante della Cina nell'economia globale. Le copertine dei due settimanali rappresentano il pericolo economico che il virus costituisce per il capitalismo, cioè per la produzione di merci, dagli iPhone alle auto Tesla.

Il coronavirus influisce in modo significativo sull'economia, sopratutto sul turismo e sulla produzione. Ma non determinerà il crollo del neoliberismo - l'ideologia dominante degli ultimi quarant'anni - il cui principio consiste nel proteggere l'economia di mercato dalle forze democratiche.
Come sostiene Michel Foucault in due conferenze sostenute al Colléde de France negli anni settanta, il neoliberismo opera attraverso una nuova forma di governo che si preoccupa del "controllo biopolitico delle popolazioni". Questo obiettivo, che si raggiunge con "tecnologie di controllo", come l'assistenza sanitaria e le punizioni, può portare a quello che Foucault definiva il "razzismo di stato" e al razzismo della "purificazione permanente". L'idea è stata ripresa dallo storico canadese Quinn Slobodian, autore di Globalists. Nel 2018 Slobodian ha sostenuto sul New York Times che l'estrema destra vuole introdurre una "globalizzazione modificata" basata sull'ostilità verso l'immigrazione, in cui "la circolazione delle merci e del denaro sarà libera, ma non quella delle persone".

Il coronavirus non è una minaccia per l'economia neoliberista, ma anzi crea l'ambiente perfetto per quell'ideologia. Ma dal punto di vista politico il virus è un pericolo, perché una crisi sanitaria potrebbe favorire l'obiettivo etnonazionalista delle frontiere rafforzate e dell'esclusività razziale e quello di interrompere la libera circolazione delle persone (sopratutto se arrivano da paesi in via di sviluppo) assicurando però una circolazione incontrollata di merci e capitali.

Il timore di una pandemia è più pericoloso del virus stesso. Le immagini apocalittiche dei mezzi d'informazione nascondono un legame profondo tra l'estrema destra e l'economia capitalista. Come un virus ha bisogno di una cellula viva per riprodursi, anche il capitalismo si adatterà alla nuova biopolitica del ventunesimo secolo.

Il nuovo coronavirus ha già influito sull'economia globale, ma non fermerà la circolazione e l'accumulazione di capitale. Semmai, presto nascerà una forma più pericolosa di capitalismo, che farà affidamento su un maggior controllo e una maggiore purificazione delle popolazioni.
*Srecko Horvat è un filosofo croato. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La radicalità dell'amore (DeriveApprodi 2016)
(Fonte.:newstatesman)
Bob Fabiani
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-https://www.newstatesman.com
          

domenica 15 marzo 2020

Albert Camus: "Come si resiste ai giorni più neri"








In questi momenti così difficili dove, il mondo - nella sua globalità - è alle prese con la drammatica pandemia da coronavirus tornare a rileggere e studiare le pagine di Albert Camus - a partire dalle pagine de La peste - può aiutare i cittadini costretti a stare in casa nel tentativo di sconfiggere il virus.

AfricaLand Storie e Culture africane pubblica oggi la lettera scritta da Albert Camus, di cui proprio quest'anno ricorre il 60esimo anniversario della morte, nel 1943 quando la Francia era occupata dai nazisti. Intitolata "Da un intellettuale nella Resistenza" e pubblicata in Francia da Le Figaro, è la risposta di Camus al Comitato di Liberazione nazionale di Algeri, che gli chiedeva di descrivere i sentimenti dei francesi.

Leggere e rileggere Camus oggi nel pieno di una epidemia trasformatosi in pandemia può essere l'antidoto migliore per resistere e sopravvivere come del resto, la Cultura quale segno di rinascita da questo momento buio e difficile.
(Bob Fabiani)


-Da un intellettuale nella Resistenza (Lettera 1943)*






Riassumo qui in breve i sentimenti di un intellettuale francese di fronte alla situazione attuale quale può essere osservata dall'interno del paese. Per chiamare le cose con il loro nome, il suo stato d'animo prevalente sarebbe l'angoscia. La mia convinzione profonda è che la forma di guerra adottata dalla Francia metropolitana e nella quale siamo tutti coinvolti può portare tanto alla rinascita di questo popolo quanto al suo declino definitivo.
E non in maniera spettacolare, ma per il normale sviluppo di un fenomeno storico che tutti i francesi consapevoli intravedono oggi con dolorosa acutezza. Un intellettuale non può ignorare che una nazione muore nel momento in cui scompaiono le sue élite (posto che esistono soltanto due élite: quella del popolo e quella dell'intelligenza). Il bagno di sangue della Prima guerra mondiale ci ha insegnato che una nazione poteva  essere uccisa, svilita e mutilata insieme con il corpo dei suoi figli. E tuttavia c'è, nell'assurdità di ogni guerra, il vantaggio dell'assurdità stessa. La guerra colpisce a caso, e il caso è capriccioso. Ma nella forma di guerra in cui siamo impegnati si selezionano da sé i migliori. E sono proprio le élite a designarsi e all'occasione a morire.

Una nazione muore perché le sue élite scompaiono. Ma possiamo definire élite l'unione degli uomini le cui parole scaturiscono da un'esperienza reale e conservano il loro peso di carne. Questo le élite del nostro paese l'hanno capito, e per poter parlare sono entrate in una guerra di liberazione. Ma per poter parlare bisogna accettare l'idea di scomparire. E a forza di scomparire succede come nel 1919, e forse come domani, che le élite per l'appunto non possono più parlare. Perciò come nel 1919, e forse come domani, sono gli altri a parlare, quelli che si definirono i testimoni e che sono stati soltanto i pavidi. Ma se questo ci appare come un fenomeno storico, se si manifesta in modo particolare nella vita della nostra nazione e se oggi lo riscontriamo nella sua forma più pressante, non è tuttavia a nostro avviso qualcosa di fatale.

Gli uomini sono in grado di capirlo. E la sola possibilità che abbiamo di contrastarlo è fare di tutto, predisporre ogni cosa e vigilare instancabilmente per abbreviare la durata di una simile prova. Ciò riguarda coloro che devono leggere questa testimonianza. Ma i futuri lettori si guardino bene dal reputare eccessivo il carattere pressante di questo appello. Poiché la vita e la lotta dei francesi migliori ha assunto la forma di una corsa contro il tempo che essi pagano giorno dopo giorno non soltanto con la vita, che è insostituibile, ma anche come è ben evidente con il futuro stesso del paese e di conseguenza con quello della società europea per la quale lottiamo, e se menziono questa angoscia non è soltanto perché la proviamo in maniera acutissima, ma anche perché mi permette di dire che questa corsa contro il tempo e questa spaventosa distruzione dell'élite di un paese devono essere costantemente presenti alla mente e all'immaginazione degli uomini che vivono fuori del territorio nazionale e che rappresentano la Francia. Un uomo che dà il giusto peso tanto all'esperienza di una vita quanto alla riflessione su questa stessa esperienza sa che la fiducia, l'entusiasmo, la solidarietà, la chiara volontà di quel che si vuole non sono sentimenti costanti. Ma noi vorremmo che queste eclissi fossero il più rare possibili e che il pensiero di coloro che sono fuori accompagnasse costantemente coloro che sono dentro, non per ragioni sentimentali, ma per abbreviare quanto più la dura prova della Resistenza francese e assicurare nel contempo il futuro del paese.

Non si può negare, infatti, che la nostra angoscia sia attraversata da molti dubbi. C'è, sul piano temporale, uno scarto evidente tra l'organizzazione della Resistenza e le azioni militari all'esterno. Non possiamo pronunciarci riguardo a problemi militari o diplomatici di cui ignoriamo i dati di fondo, ma possiamo senz'altro rilevare che l'allargamento della Resistenza all'azione diretta e armata è stato prematuro poiché oggi, a distanza di più un anno, non è sostenuto da un'azione militare all'esterno.

Il secondo sentimento è l'incertezza. Al momento attuale, l'ideologia della Resistenza francese è pressoché nulla. Il motivo è apparentemente semplice, i compiti materiali sono troppo urgenti. Ma in realtà le cose sono più complesse. Non può infatti esserci un'ideologia separata dalla condizione storica e, al momento, i francesi che riescono comunque a trovare il tempo di riflettere ignorano i dati esteriori di un problema che pure li riguarda in modo specifico.

Perché è indubbio che quel che ha mosso la maggior parte di noi dagli anni Trenta fino a oggi, attraverso gli sconvolgimenti politici più singolari e le circostanze più disparate, è stato insieme al desiderio evidente di giustizia un'esigenza profonda di libertà che va perfino oltre il piano storico.

E' in nome di questi due valori che continuiamo a pensare e ad agire. Se dovessimo formulare una dottrina (ma non è questo il luogo), essa incarnerebbe un tale equilibrio di giustizia e di libertà, certo difficile da realizzare ma che è la sola cosa di cui abbiamo bisogno.

La giustizia però presuppone la risoluzione, la trasformazione totale, strutturale, di un sistema economico che si è giudicato da sé, e la revisione totale, strutturale, di un sistema costituzionale i cui limiti sono sotto gli occhi di tutti.

Ma, d'altra parte, la libertà presuppone la realizzazione nella costituzione e nell'economia di un equilibrio fra lo Stato e l'individuo suscettibile di essere costantemente rivisto, corretto e adattato.

Questi principi elementari valgono per le loro conseguenze e la loro applicazione in una esperienza storica. Tali sviluppi non possono beninteso essere presi in considerazione qui. E' però evidente che si tratta di principi alla base del nostro atteggiamento come di quello di molti altri francesi. Ora, qual è la risposta che la storia, fuori, dà a queste esigenze?

Quel che è avvenuto in Nordafrica, innanzitutto, ha destato in noi grande inquietudine e continua ad allarmarci poiché non vediamo compiersi neppure i primi passi verso l'ideale di giustizia, la rivoluzione intelligente e la liquidazione totale del vecchio regime. A seguito di influenze e circostanze a noi ignite, la stragrande maggioranza del vecchio personale politico e alcuni degli interessi capitalistici più evidenti (nella stampa di Algeri in particolare) sono tuttora rappresentati e continuano a pesare.
Non dimentico la resistenza che il governo di Algeri ha opposto in talune occasione a questa situazione di fatto. Ma il minimo che si possa dire, e lo dico senza mezzi termini, è che la politica straniera, per esempio americana, dà la netta impressione di ignorare le rivendicazioni profonde del popolo francese e intende proporgli un futuro politico che assomiglia un po' troppo a un passato, e che noi non vogliamo a nessun costo. Con il pretesto della libertà, una parte sceglie di accontonare deliberatamente la giustizia.

Dall'altra parte vediamo invece delinearsi un movimento di cui possiamo apprezzare ancor meno le intenzioni. Ma è evidente che i francesi, pur disposti a una politica di intesa profonda e fraterna con la Russia, sono assai poco inclini ad accettare l'idea di uno Stato preponderante da cui scomparirebbe ogni libertà. Il dramma della Russia è stato quello di aver dovuto conciliare, prima nella storia su un territorio così vasto, la giustizia e la libertà. In ciò risiede la grandezza della sua impresa. Il dramma l'ha provvisoriamente risolto dando la priorità alla giustizia rispetto alla libertà. Oggi essa sembra promettere di voler conciliare l'una e l'altra esigenza. Se così sarà, non potremo che rallegrarcene.

L'esperienza russa e il prodigioso apprendistato cui la Russia si è sottoposta per venticinque anni serviranno allora a tutti i popoli.
Ma non è possibile, forse, considerare le esperienze storiche di una nazione per procura, forse questa esperienza dobbiamo proseguirla fino in fondo e in tal caso dobbiamo compierla da soli. Dovremo allora preservare attraverso gli avvenimenti storici questa idea di libertà che non confondiamo con la liberazione e che il paese intero, con i suoi uomini migliori, dovrà conciliare con le esigenze delle giustizia sociale. Ma, anche qui, la nostra incertezza è grande.

Preservare l'idea di libertà in tutta la sua purezza. Siamo impegnati in una lotta che per protrarsi nella forma attuale, lo sappiamo, sceglierà il meglio delle forze vive del paese, consapevole di due esigenze fondamentali che non trovano alcun riscontro nella situazione esterna. E questo duplice stato d'animo di angoscia e di incertezza descrive bene il clima in cui vive buona parte dei francesi. Sarebbe puerile pensare che ciò possa indurre allo sconforto. Accade esattamente il contrario, ma, ancora una volta, che coloro che si fanno carico all'estero del destino del paese non ignorino lo smarrimento che pervade la maggior parte degli uomini. Si renderanno conto allora che i due stati d'animo si coniugano e richiedono le stesse soluzioni. Giacché preservare l'idea di libertà in tutta la sua purezza, cioè insieme nelle sue esigenze e nei suoi limiti, presuppone che se ne sia fatta l'esperienza. E noi ne facciamo l'esperienza ogni giorno all'interno della Francia, e solo i francesi, uniti tutti dalla stessa speranza ai quattro angoli del paese, potranno dare una una forma a questa libertà. E' una parte di loro che occorre preservare. Se abbiamo ancora una possibilità, essa sta tutta in una gelosa economia delle vite e delle energie umane: nulla andrebbe suggerito o ordinato che non sia di utilità immediata. La morte del singolo è poca cosa, per certi versi, e questo presumo che la maggior parte dei combattenti francesi lo sappia. Ma lo spreco sistematico degli individui validi di un paese uccide insieme con il paese le idee feconde e vive che gli permettono di credere in un avvenire.
Questo occorre evitare e questa situazione occore ricordare ogni giorno, ogni ora se è necessario, negli articoli, nei programmi, nei congressi, nei proclami, all'indirizzo di coloro che stabiliscono l'andamento di questa guerra. Il resto riguarda noi.
*Albert Camus
(fonte.:lefigaro;repubblica)
Bob Fabiani
Link
-www.lefigaro.fr;
-www.repubblica.it
  






sabato 14 marzo 2020

News For Africa (Noitizie dal Continente, n°5)





In questo numero:

-Tunisia, torna il terrorismo,
-Kenya, uccise due giraffe bianche;
-Egitto, l'appello della famiglia Zaki;
-Nigeria, svalutazione possibile della naira dopo il crollo dei prezzi del petrolio;
-Sudan, attacco fallito al primo ministro Hamdok;
-Coronavirus, aumentano i contagi nei paesi africani;
-Burkina Faso-Mali, rilasciati Tacchetto e la sua compagna canadese Blais;
-Camerun, ancora morti nelle regioni anglofone;
-Libia, Haftar pronto a rispettare il cessate il fuoco;
-Kenya/2, l'inclusione sbagliata,
-Burkina Faso/2, lutto nazionale,
-Libia/2, aerei europei guidano motovedette libiche




-Tunisia, torna il terrorismo






Il terrorismo è tornato a colpire la Tunisia il 6 marzo: due uomini in moto si sono fatti esplodere davanti all'ambasciata statunitense a Tunisi.
Un poliziotto è morto e sei persone sono state ferite. L'ultimo attacco nel paese risaliva al giugno del 2019 ed era stato rivendicato dal gruppo Daesh (Stato islamico, Is).
Gli attentatori, scrive il quotidiano Inba Tunis, avevano 25 e 27 anni e vivevano nella periferia nord della capitale.
Il presidente Kais Saied e il leader del partito Ennahda, Rached Ghannouchi, hanno puntato il dito contro la minaccia del "terrorismo interno".
(fonte.:internazionale)


-Kenya, uccise due giraffe bianche






Una rarissima giraffa bianca femmina è stata uccisa dai bracconieri con un suo cucciolo in una riserva nell'est del Kenya. E' sopravvissuto solo un maschio, che potrebbe essere l'ultimo esemplare rimasto al mondo. La perdita della pigmentazione è causata da un disturbo noto come leucismo.
Le loro carcasse sono state trovate dai rangers a Garissa.
Erano state avvistate per la prima volta nel 2016. "Questo è un giorno molto triste per la comunità di Ijara e del Kenya. Siamo l'unica comunità al mondo custode della giraffa bianca. Le uccisioni sono un duro colpo per gli straordinari passi compiuti dalla comunità per conservare specie così rare e un campanello d'allarme per un continuo sostegno agli sforzi di conversazione", ha detto Mohammed Ahmednoor, direttore del Community Conservancy del Kenya.
(fonte.:afp)

-Egitto, l'appello della famiglia Zaki







"Patrick è asmatico e quindi è più a rischio di infezione da coronavirus. Va rilasciato". Questo l'appello condiviso da "amici e familiari" di Patrick Zaki attraverso la pagina Facebook "Patrick libero", quotidianamente aggiornata con contenuti in arabo, inglese e italiano sul caso giudiziario dello studente di 27 anni in carcere dall'8 febbraio con l'accusa di sedizione.
Gli autori del messaggio sottolineano: "Sin dal momento del suo arresto abbiamo sempre chiesto la caduta delle accuse contro di lui e il suo rilascio immediato. Inoltre, ora siamo preoccupati che il rischio del coronavirus raggiunga il carcere di Tora, considerando la velocità di diffusione dell'epidemia e lo stato di sovraffollamento in quel carcere. Siamo di fronte a una situazione di emergenza per la sua sicurezza e la sua salute".
(fonte.:repubblica)

-Nigeria, svalutazione possibile della naira dopo crollo dei prezzi petrolio

Il crollo dei prezzi del petrolio potrebbe spingerer la Nigeria a svalutare la naira, la moneta nazionale. La conseguente riduzione delle entrate legate all'esportazione di greggio, infatti, sta assottigliando le riserve di moneta pregiata del paese, togliendo alla banca centrale nigeriana le risorse per contrastare la svalutazione della naira.
negli ultimi due anni le riserve della banca centrale sono diminuite del 20 per cento e presto potrebbero scendere sotto i trenta miliardi di dollari, la soglia sotto cui potrebbe scattare la svalutazione.
(fonte.:jeuneafrique)

-Sudan, attentato fallito al primo ministro Hamdok





Il primo ministro del governo di transizione sudanese Abdallah Hamdok è sopravvissuto a un attentato il 9 marzo quando un ordigno è esploso al passaggio dell'auto in cui viaggiava in una strada della capitale Khartoum. Le autorità hanno chiesto l'aiuto dei "paesi amici" per arrestare i "terroristi" responsabili, scrive Sudan Tribune, suggerendo la possibilità di un coinvolgimento straniero nell'attacco, che non è stato rivendicato. Sempre secondo il sito sudanese la polizia ha arrestato decine di persone, alcune vicine al vecchio regime guidato da Omar al Bashir.
Economista, ex alto funzionario delle Nazioni Unite, Hamdok è molto popolare nel paese, scrive il sito francese Mediapart :"Anche se non ha partecipato alla rivoluzione che nell'arco di 240 giorni è riuscita a far cadere una dittatura trentennale, Hamdok gode della fiducia dei sudanesi proprio perché è sempre rimasto lontano dai giochi politici".
(fonte.:sudantribune;madiapart)

-Coronavirus, aumentano i contagi nei paesi africani







Nella sola giornata di ieri, 13 marzo 2020 il virus ha fatto la sua comparsa in 12 nuovi paesi. A seguito di questa nuova situazione, l'OMS ha rinnovato la grande preoccupazione per il continente.
Ecco nel dettaglio la situazione aggiornata:

-Egitto                 80
-Algeria               26
-Sudafrica           24
-Tunisia                 7
-Marocco              6
-Senegal                5
-Camerun             2
-Burkina Faso      2
-Camerun             2
-RDC                     2
-Nigeria                 2
-Etiopia                 1
-Kenya                  1
-Togo                     1
-Guinea Conakry 1 
- Costa d'Avorio   1
-Gabon                  1
-Niger                    1
-Rwanda               1
-Namibia               1


Intanto, in Madagascar, qualche ora fa, ha parlato in diretta televisiva, il presidente malgascio Andry Rajoelina confermando che al momento, sull'isola, non si registrano casi di coronavirus.
(fonte.:afp)

-Burkina Faso /Mali, liberati Luca Tacchetto e Edith Blais





Nella mattinata di questo sabato 14 marzo 2020, è arrivata la notizia della libereazione di Luca Tacchetto e della sua compagna canadese Edith Blais. Erano stati rapiti in Burkina Faso da uno dei gruppi di miliziani jihadisti di Daesh e, affiliati di Al Qaeda, 15 mesi fa e subito treasferiti in Mali.
(fonte.:nytimes)

-Camerun, ancora morti nelle regioni anglofone

Almeno nove persone sono morte il 7 e l'8 marzo nelle regioni anglofone del paese in una serie di attacchi attribuiti ai ribelli separatisti.
(fonte.:jeuneafrique)

-Libia, Haftar pronto a rispettare il cessate il fuoco






Il generale libico Khalifa Haftar ha incontrato il 9 marzo a Parigi il presidente francese Emmanuel Macron, a cui ha detto di essere pronto a rispettare il cessate il fuoco se anche le altre milizie lo faranno.
(fonte.:lemonde)

-Kenya/2, l'inclusione sbagliata

Da anni è attivo il cosiddetto movimento per l'inclusione finanziaria, "un'ampia coalizione di aziende tecnologiche, banche e ong che si propone di offrire servizi finanziari a chi non ha accesso ai canali tradizionali del settore bancario. Molte persone, però, stanno capendo che l'inclusione finanziaria comporta dei rischi", scrive Bloomberg Businessweek. "In Kenya, il primo paese in cui sono diffusi i servizi di credito digitale grazie a decine di app, chi un tempo prendeva soldi in prestito da familiari e amici ora è bombardato dalle pubblicità delle aziende  finanziarie e dalle chiamate delle agenzie recupero crediti. Il mercato è praticamente senza regole e non c'è un tetto agli interessi sui prestiti".
La Tala, una delle aziende principali del settore, ha tassi che sfiorano il 180 per cento, ma altre app hanno tassi ancora più alti. "Circa 2,5 milioni di keniani non sono riusciti a rimborsare un debito digitale. Alcuni sono finiti in trappola, chiedendo un prestito a un'app per rimborsare il debiro contratto con altre app. La scorsa estate un quotidiano ha riportato la notizia di un uomo di 25 anni che si era tolto la vita perché non poteva rimborsare un debito di trenta dollari".
Altri keniani sono tornati a chiedere soldi agli usurai, che applicano tassi d'interesse anche più alti.
"Eppure nelle loro pubblicità le app dicono di offrire un'alternativa a questa gente".
(fonte.:bloomberg)

-Burkina Faso/2, lutto nazionale

Sono stati proclamati due giorni di lutto nazionale in Burkina Faso dopo che l'8 marzo 43 civili sono stati uccisi nei villaggi a maggioranza peul di Dinguilla e Barga, nel nord del paese, scrive il quotidiano burkinabé Le Pays.
Secondo alcune fonti, i responsabili sono i gruppi di autodifesa Kogléweogo, che si sono formati nelle campagne per difendere i contadini dagli attentati jihadisti. Gli allevatori peul sono spesso considerati alleati degli estremisti islamici.
Nel vicino Mali la potente milizia jihadista Gruppo per il sostegno all'islam e ai musulmani (Gsim) ha accettato di negoziare con il governo di Bamako per mettere fine a sette anni di violenze, a patto che la Francia e l'ONU ritirino i loro soldati dal paese.
(fonte.:lepays)

-Libia/2, aerei europei guidano le motovedette libiche

Gli aerei europei di Frontex e della missione Sophia coordinano le motovedette della guardia costiera libica a caccia di migranti nel Mediterraneo centrale. E' il risultato di un'inchiesta pubblicata nei giorni scorsi in simultanea da The Guardian, El Diario e Mediapart e firmata dai giornalisti Daniel Howden, Apostolis Fotiadis e Zach Campbell.
Le istituzioni europee hanno smentito tutto, ma la tesi è sostenuta da intercettazioni audio e documenti ufficiali. Un simile comportamento è illegale alla luce dei trattati internazionali che proteggono i diritti dei rifugiati e del diritto del mare. Su The Guardian si legge che il "principale collegamento tra la sorveglianza aerea europea e le intercettazioni libiche in mare è ancora l'Mrcc di Roma".
(fonte.:theguardian)
Bob Fabiani
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-https://africalandilmionuovoblog.blogspot.com/news-for-africa