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mercoledì 16 maggio 2018

Burundi, il referendum costituzionale che incoronerà Nkurunziza come 'presidente onnipotente'





Il referendum costituzionale che si terrà domani, 17 maggio 2018 in Burundi è, uno di quei appuntamenti-trappola. Apparentemente somigliano al tipico consolidamento democratico che, nella pratica però di democratico non hanno nulla.

Il popolo burundese è chiamato a esprimersi sull'approvazione di alcuni emendamenti costituzionali che estendono il mandato presidenziale da 5 a 7 anni eliminando il limite dei due mandati per il capo dello stato e, ridurre il numero dei vicepresidenti della Repubblica da due a uno, reintroducendo la figura del Primo ministro.




-Un referendum inquietante

La lunga stagione che ha fatto precipitare il Burundi nel caos e nella spirale delle violenze (sopratutto della zelante polizia devota del presidente Nkurunziza) è la conseguenza diretta delle eccessive forzature anti-democratiche di Pierre Nkurunziza.
Il presidente ha messo in atto la riforma costituzionale plasmata, ideata e, alla fine imposta (a tutti i costi) al popolo burundese nel tentativo di "restare per sempre al potere".
Un attimo dopo l'annuncio del presidente il popolo del paese africano insieme ai partiti dell'opposizione hanno iniziato una resistenza, nel tentativo di fermare la folle decisione del presidente.

Seppure apparentemente non hanno riscosso i risultati prefissi sono stati, comunque in grado di denunciare al mondo intero la pericolosità che si nasconde dietro alla riforma.




Immediatamente divamparono scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Il tentativo di Nkurunziza era chiarissimo: esasperare l'opinione pubblica e gli attivisti per poi imporre una vulgata anti-democratica. A quel punto serviva uno strumento, una scappatoia per ottenere lo stesso obiettivo senza però  arrivare a mettere in campo un colpo di stato (nel senso classico del termine).
Maturò così l'idea di giocare la carta referendaria. Tuttavia, la posta in gioco è altissima. Se tre anni fa, la discutibile decisione di Nkurunziza condannava il Burundi nell'incubo di ritrovarsi impigliato nella guerra civile che negli anni Novanta del Novecento aveva stremato i cittadini e ridotto ai minimi termini le casse del paese.






L'appuntamento del referendum costituzionale di domani 17 maggio 2018 si terrà senza alcuna presenza degli osservatori internazionali. Il motivo è alquanto inquietante: la comunità internazionale crede che l'esito del voto sia del tutto scontato. La Commissione elettorale conferma di non aver ricevuto alcuna richiesta.

Se questa riforma dovesse passare attraverso il "Sì" il capo di stato burundese diverrà un "presidente a vita", un "presidente onnipotente". Nkurunziza non ha mai nascosto l'obiettivo di restare sulla poltrona presidenziale fino al 2034.





A poche ore dal voto referendario, un gruppo armato ha ucciso 26 persone e almeno 7 feriti - scrive Jeune afrique - nel Burundi Nordoccidentale: la notizia è stata confermata anche dal ministro della sicurezza, il quale poi, nell'occasione parla apertamente di "atto terroristico" .
Il clima è tesissimo nel paese africano proprio a causa di questo referendum costituzionale. Il governo (e non da oggi) ha schierato i militari nelle zone di confine con il Congo mentre, nella capitale, Bujumbura e nelle altre città, i burundesi sono costretti a convivere con uno "Stato di polizia" che non promette nulla di buono, a partire dal giorno dopo la tornata referendaria.
Le dinamiche dell'attentato hanno ricordato, in modo impressionante quelle dei miliziani di Boko Haram in Nigeria.
Venerdì scorso, per ore, un villaggio nella provincia di Cibitoke, al confine con la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Ruanda è stato messo a ferro e fuoco. In verità certe esecuzioni (per la brutalità) hanno fatto riaffiorare il dramma del genocidio ruandese.

(Fonte.:jeuneafrique;afp)
Bob Fabiani
Link
-www.jeuneafrique.com/burundi;
-www.afp.com
      

martedì 15 maggio 2018

SPIKE LEE VS TRUMP (No #AmeriKKKa great again)








Presentando in concorso qui a #Cannes71 'BkacKKKlansman' - "blaxploitation movie" -  ossia, la vera storia del detective afroamericano che si infiltrò nel Ku Klux Klan in realtà, Spike Lee, ha optato nel frame finale di denunciare, esplicitamente, l'orribile, irrespirabile aria che si respira in tutta l'#AmeriKKKa al tempo di #TheDonald.
Il film termina con le drammatiche immagini delle violenze di Charlottesville quando, un Suv, guidato da un suprematista bianco ha investito, travolto e ucciso una manifestante antirazzista.




L'atto d'accusa di Spike Lee è diretto e durissimo contro Trump.


-La conferenza stampa

A #Cannes71, arriva uno Spike Lee deciso, calmo (nell'intercedere della parlata quasi da dare l'impressione di essere distaccata ... ma poi così non sarà) ma, al tempo stesso arrabbiato, di una rabbia che in fondo è sempre la stessa per uno come lui che, prima di tutto è stato e, continua a essere un attivista per i diritti degli afroamericani.





-Spike Lee speech

"Non è vero che gli Stati Uniti sono un paese fondato sulla democrazia, sono un paese fondato sulla schiavitù e sul genocidio. Ma vi chiedo un favore: non guardate a questo film come una storia che riguarda solo l'America, è un problema globale che coinvolge tutti i paesi. Pensate a come vengono trattati i musulmani, i migranti.".


Sono passati 29 anni da 'Fà la cosa giusta' e, Spike Lee ha ricevuto la standing ovation alla proiezione ufficiale al Grand Theatre Lumière di 'BalcKKKlansman' ed è stato accolto calorosamente alla conferenza stampa del festival.










Le prime parole che il grande cineasta sono state per il finale del film, che mostra le immagini di #Charlottesville dell'estate scorsa, quando una giovane donna venne travolta e uccisa dall'auto di un suprematista bianco che aveva travolto la manifestazione antirazzista.


-Spike Lee speech/2

"Quella tragedia è avvenuta dopo che noi avevamo finito le riprese e appena ho visto cosa era successo ho capito che doveva essere il finale del nostro film - spiega Lee - solo dopo aver avuto l'autorizzazione della madre di Heather Heyer (la ragazza uccisa) mi sono detto affanculo a tutto, mostrerò sul grande schermo quello che è stato: un assassinio, una vergognosa per l'America intera.".

Il regista afroamericano mostra anche Trump mentre interviene senza condannare le azioni dei militanti neonazisti e l'inquietante discorso dell'ex 'Mago Imperiale' (come viene chiamato il leader dell'organizzazione) David Duke.





-Spike Lee Vs Trump
(Spike Lee speech/3)


Il grande regista-attivista parla in questo tono (senza mai citare #TheDonald) : "C'è un tipo alla Casa Bianca, non dirò il suo nome, che nel momento della tragedia non ha saputo dire una parola nella giusta direzione, non ha ricordato che l'amore può battere l'odio. Guardiamo ai nostri leader per avere una guida, per prendere decisioni morali e invece ecco cosa accade, ma non soltanto negli USA. Siamo circondati da raccontaballe e dobbiamo svegliarci. Non possiamo più stare zitti, non è una questione di bianchi e neri, è questione di dire Time's Up (il tempo è finito) per l'odio.".





-BlacKKKlansman (The movie)

Il nuovo film di Spike Lee sarà nelle sale italiane a ottobre e in quelle americane il 10 agosto, per l'anniversario della tragedia di #Charlottesville, racconta la storia vera del detective afroamericano sottocopertura Ron Stallworth (nella nuova pellicola è interpretato da John David Washington, figlio di Denzel), che nel 1979 riuscì, con l'aiuto del suo partner ebreo come controfigura Flip Zimmerman (Adam Driver), a infilarsi in una cellula del Ku Klux Klan e dall'interno stanarne i propositi violenti.




Seppure si tratta del cosiddetto 'film in costume', con la colonna sonora dell'epoca (con tanto di copertine dei dischi) e quindi con effetto vintage, nella realtà la pellicola non blocca questa storia nel passato, i razzisti parlano con gli orribili slogan di #TheDonald da "make the America great again" a "american first" e ci ricorda che "quello che succede ora ha radici in quell'epoca, quando il Ku Klux Klan trovò nuova forza per contrastare i movimenti dei diritti civili" - chiosa Spike Lee - e, in fondo, con queste poche parole riesce a descrivere come meglio non si potrebbe tutta la tragedia rappresentata dall'amministrazione Trump e dello stesso 'Trumpismo' : un inquietante mix di restaurazione, xenofobia, razzismo che potrebbe coinvolgere l'intero occidente.

(Fonte.:liberation;larepubblica)
Bob Fabiani
Link
-www.liberation.fr;
-www.repubblica.it   

lunedì 14 maggio 2018

Il #BlackPower accende e conquista #Cannes71, il "festival della Rivoluzione delle donne"






La kermesse cinematografica a Cannes - arrivata alla 71/esima edizione - sta riscrivendo la recente storia della cosiddetta "settima arte".
Una serie di cose sono accadute in queste giornate e si registra una splendida aria nuova, una voglia di cambiamento che investe tutti i settori del mondo del cinema. In questo contesto non può sorprendere il ritorno alla ribalta del cinema afroamericano che, lancia un ponte sempre più diretto e preciso in direzione Africa.

E' proprio il rinnovato interesse verso il #BlackPower una delle note più positive di questa edizione. Si registra una centralità in questo festival che segna un prima e un dopo della causa dei neri, degli afroamericani con una serie di nuovi cineasti per un ideale abbraccio del #BlackPower degli anni '70 e quello dei giorni nostri.




Se di #BlackPower e di #BlackMovies si parla allora l'ideale abbraccio tra la nuova e vecchia generazione non può che partire da Spike Lee che, qui, a Cannes ribadisce la sua storica militanza dentro il movimento afroamericano.
Il 61enne Spike Lee è arrivato a #Cannes71 (è già alla terza volta in concorso) con una pellicola intitolata BlacKKKlansman. (...)





Ma il #BlackPower che illumina Cannes e questo festival ha anche altri volti e storie.
A cominciare dalla giurata, la cineasta Ava DuVernay passando per l'eleganza e lo charme dell'attrice Lupita Nyong'o fino alla coppia di "Black Panther" Coogler-Jordan.

 


A testimonianza che questo è il festival caratterizzato dalle donne c'è anche un'altro volto, un'altra storia che segna un ideale filo conduttore tra gli artisti, cineasti, attori afroamericani e l'Africa: si tratta della cantante KhadjaNin voluta in giuria dalla regista Ava DuVernay.




La pellicola che segna - in tutto e per tutto - la rinascita del #BlackPower è "Black Panther" e, come ha spiegato lo stesso Spike Lee : "Questo film cambia tutto. E' una nuova presa di posizione per quanto riguarda gli attori e il cinema afroamericano. Nulla sarà più come prima". 

I fatti sembrerebbero avvalorare la tesi del grande cineasta che, nella sua vita come nella sua carriera, non ha mai nascosto la sua militanza per le istanze della comunità afroamericana anche in questa #AmeriKKKa a guida Trump.




Un prima e un dopo dunque per riaffermare tutta la validità e l'arte del #BlackPower che qui a Cannes ha anche e sopratutto il volto (e la presenza, magnifica...) di Lupita Nyong'o. Nessuno più di questa attrice può rappresentare al meglio questa rinascita che, in un colpo solo pone un'ideale ponte tra la comunità afroamericana e l'Africa.
La stessa Lupita Nyong'o è stata capace di aggiudicarsi l'Oscar per "12 anni schiavo".




-Le donne in Marcia su Cannes

Sulla Montee des Marches hanno sfilato tutte le donne del cinema  mentre si proiettava "Les filles du soleil".

Non si è trattato di un gesto simbolico ma, di un vero "atto rivoluzionario".

Erano 82 donne, 82 artiste e rappresentavano gli 82 film di registe passati in concorso dalla prima edizione a oggi. Questa 71/a edizione del festival di Cannes è quella della svolta, la prima rassegna dopo il divampare dello #ScandaloWeinstein.




E' in atto una Rivoluzione e a guidarla sono le donne: rivendicano la "gender equality", l'uguaglianza sociale, l'abolizione della discriminazione nella paga, lo stesso accesso ai progetti in termini di finanziamento, regia, scrittura, produzione senza che essere uomo o donna faccia la differenza.
La giornata dell'11 maggio è stata caratterizzata dalla presenza, nello spazio Cnc, alla Plage del Gray d'Albion di tutto il movimento che dal #MeToo ha dato origine a molti altri movimenti in tutto il mondo.
Per la prima volta in assoluto tutti uniti hanno dato vita a un confronto "de visu" delle esperienze di lotta (e proposta) che le donne intendono rilanciare, senza mollare di un centimetro. Intorno al tavolo si sono ritrovati il collettivo francese 50/50 per il 2020 in parità tra uomini e donne, il Time's Up americano e quello inglese, l'italiano Dissenso comune e il greco Greek Women's Wave oltre allo spagnolo CIMA.

La Rivoluzione è appena iniziata e già ha stravolto tutto, ora, non resta che tentare di rimettere le cose nel giusto binario e, per far questo bisogna mettere in campo una lotta radicale che abbracci tutti gli esseri umani. In Africa come in Europa. In America come in Asia.

(Fonte.:lemonde.fr)
Bob Fabiani
Link
-www.lemonde.fr   

venerdì 11 maggio 2018

Le zone d'ombra e i segreti del #GenocidioRuanda





Il 6 aprile 2018 è la data che segna il "ventiquattresimo anniversario" di una delle tragedie più grandi della recente storia africana: si tratta del triste anniversario del "GENOCIDIO DEL RUANDA".

Su questa amara pagina esistono molte zone d'ombra e, altrettanti segreti che, chiamano, in prima persona, il cosiddetto "mondo civilizzato", quell'occidente del tutto privo di ogni remora nel disinteressarsi di ciò che stava avvenendo in questa parte di Africa.

Iniziamo dal principio.


-LE DATE

Iniziò tutto il 6 Aprile 1994 e durò 100 giorni: fino alla metà di Luglio 1994.

-IL MASSACRO

Durante la cruenta guerra civile vennero massacrati tra gli 800 MILA e 1 MILIONE tra i TUTSI e gli HUTU moderati.


-IL RUOLO DELL'ONU

Una delle pagine più controverse e nere mai ascritte all'ONU che fu accusata di disinteresse nei confronti della "TRAGEDIA RUANDESE": il Consiglio di sicurezza a lungo ignorò le molte richieste di intervento.





-LE FAZIONI

Riepiloghiamo tutti i gruppi (fazioni) presenti in quei 100 giorni scatenando il "MASSACRO'94":
-Interahamwe (Hutu)
-Impuzamugambi (Hutu)
-Fronte Patriottico (Tutsi)
-Unamir (Nazioni Unite)
-Rtlm e Kangura



Addentriamoci nelle "zona d'ombra" di questa tragedia partendo dall'analisi del comportamento del resto del mondo sui fatti di questa cruenta guerra civile.


-L'ATTEGGIAMENTO DEL MONDO

La storia del GENOCIDIO RUANDESE è anche la storia dell'indifferenza dell'occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi.
Emblematico fu l'atteggiamento dell'ONU che si disinteressò del tutto delle tempestive richieste d'intervento inviategli dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire, comandante delle forze armate (2.500 uomini, ridotti a 500 un mese dopo l'inizio del genocidio) dell'ONU.

-Quel fax che inchioda l'ONU

Il generale Dallaire invia all'ONU un fax in cui denuncia il rischio dell'imminente genocidio, scrivendo: "dal momento dell'arrivo della MINUAR, l'informatore ha ricevuto l'ordine di compilare l'elenco di tutti i Tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in 20 minuti potrebbero ammazzare fino a mille Tutsi. (...) L'informatore è disposto a fornire l'indicazione di un grande deposito che ospita almeno 135 armi ... Era pronto a condurli sul posto questa notte". 

A rileggere il contenuto di questo messaggio via fax si resta senza parole ancora oggi, a distanza di 24 anni: perché nessuno - all'interno delle Nazioni Unite - si accorse della gravità della situazione e dell'immane tragedia che si stava per abbattere sul Ruanda?


-LA POSIZIONE USA

Dopo 2 mesi, a genocidio avvenuto, il 10 giugno 1994, gli Stati Uniti parlano di "atti di genocidio": un atteggiamento che si può spiegare solo con i FATTI DI MOGADISCIO.
Cinque mesi prima del drammatico MASSACRO RUANDESE, i soldati americani furono impegnati nella "BATTAGLIA DI MOGADISCIO".
Era il 3 Ottobre 1993 e i soldati a stelle e strisce subiscono una dura lezione finendo per essere letteralmente annientati nell'"inferno somalo".


-LE RESPONSABILITA' DELLA FRANCIA

Quando si esamina il GENOCIDIO DEL RUANDA spesso si tralascia la posizione di Mitterrand e della Francia.
In un primo momento la Francia appoggiò i Tutsi, ma subito dopo, fece in modo di spingere gli Hutu alla rivolta (è un dato incontrovertibile che il comando più cruento del genocidio ruandese, gli Interahamwe, voluto dal clan Habyarimana, era addestrato dall'esercito ruandese e anche dai soldati francesi).

-I SEGRETI DI PARIGI

A 24 anni dal Massacro che causò il GENOCIDIO IN RUANDA esistono delle zone d'ombra sulle responsabilità della Francia, lo sostiene Le Monde. Lo scorso mese di marzo, il quotidiano francese, con una serie d'inchieste, ha cercato di far luce sulle posizioni di Parigi all'epoca dei fatti.

Che cosa ne è venuto fuori?

Fino al Genocidio del 1994 - che si stima abbia causato almeno mezzo milione di morti, in prevalenza tutsi, la Francia aveva saldamente appoggiato il regime hutu di Juvénal Habyarimana nella guerra contro i ribelli tutsi del Fronte Patriottico (Fpr), capeggiato da Paul Kagame.

"Nella mente di alcuni alti dirigenti francesi l'operazione militare Turquoise doveva servire, dietro la copertura dell'intervento umanitario, a rimettere in sella il regime hutu", scrive Le Monde.
"L'esercito ruandese, troppo occupato a massacrare civili, stava infatti perdendo la guerra contro l'Fpr. Ma quando i soldati francesi dell'operazione Turquoise sono arrivati in Africa era - per fortuna - troppo tardi per riprendere il controllo di Kigali".

Anche se questa tesi fosse quella più vicina alla realtà, rimangono altri punti da chiarire (lo ammette lo stesso quotidiano transalpino scrivendolo senza mezzi termini).

"Com'è stato possibile che, sotto gli occhi dei soldati francesi e l'embargo ONU, l'esercito ruandese abbia ricevuto nuove armi? Cosa sapevano i militari francesi del genocidio in preparazione? Perché sono stati ignorati tutti i segnali della catastrofe che stava per accadere?".

La risposta a tutti questi interrogativi - che non sono solo francesi - è contenuta negli archivi di stato.

Non sarebbe sbagliato dare la parola e far parlare quegli archivi.

(Fonte.:lemonde;nyt;internazionale)
Bob Fabiani
Link
-www.lemonde.fr/afrique/massacre-ruanda;
-www.nytimes.com;
-www.internazionale.it 
  




mercoledì 9 maggio 2018

Il Cinema africano a #Cannes71







Anche quest'anno la kermess di Cannes ha aperto i battenti: siamo all'edizione 71 e, come spesso accade, la presenza del Cinema d'Africa è minoritaria.
Eppure si tratta di una presenza importante quella di cineasti / cineaste africani o "afrodiscendenti".

Scopriamole.

L'Africa è presente a #Cannes71 con una pattuglia di esordienti ma anche con presenze autorevoli, a cominciare dai classici restaurati per l'occasione.


-FILM CLASSICI DEL CINEMA D'AFRICA (RESTAURATI)

Sono in tutto tre e rappresentano la "punta di diamante" del cinema africano.

IL DESTINO di : Youssef Chahine (Egitto)

E' stato Palma d'oro (alla carriera) nel 1997 : la pellicola in questione ancora oggi risulta essere attuale. Il film parla delle avventure del pensiero da contrapporre al fondamentalismo di Averroè.


FAD'JAL (1979)

Film della pioniera Safi Faye (fu distribuito anche in Italia). 
E' la prima regista africana a raggiungere la fama internazionale con questa pellicola in cui racconta, spaccati di vita vissuta degli abitanti del villaggio senegalese - Fad'Jal - da cui ha origine la sua famiglia. Il film sviluppa la storia di questo villaggio e le difficoltà dei lavori agricoli.

Safi Faye viene incoraggiata all'arte cinematografica da Jean Rouch.


Conclude questo trittico il 3 classico del senegalese Djibril Diop Mambety


LES HYE'NES (1992)

Il cineasta Mambety nato in Senegal è senz'altro il più sperimentale tra i registi subsahariani, purtroppo scomparso nel 1998 ha lasciato una eredità di immagini e idee cinematografiche che fanno ancora scuola.
Djibril Diop Mambety è stato anche attore del teatro nazionale. 
A #Cannes vinse il premio speciale della critica con TOUKI BOUKI nel 1973. 







-L'AFRICA A #CANNES71


Prima di allargare il nostro orizzonte visivo all'edizione in corso bisogna aggiungere che il Cinema africano ha partecipato raramente con pellicole in concorso al festival: un'eccezione è rappresentata da Abderramane Sissako. 
La pellicola - di grande emozione - era TIMBUCTU  nel 2014.


Nell'edizione 2018 l'Africa è presente in concorso con un film che arriva dall'Egitto (in coproduzione con l'Austria) : YOMMEDINE di Abu Bakr Shawky.
Si tratta di una storia di un uomo che lascia il lebbrosario dove era stato abbandonato da piccolo e si mette alla ricerca della sua famiglia.

Per trovare altri film africani si deve puntare il "Certain Regard". In questa sezione del festival troviamo un esordio dal Maghreb.
Si tratta della piccola intitolata SOFIA della cineasta marocchina Meryem Benm' Barek. Il film ha una produzione belga.
La storia racconta degli sforzi di una donna  mentre cerca di rintracciare il padre di suo figlio nel tentativo di scongiurare il rischio di essere denunciata come ragazza madre.

A #Cannes71 è presente il Kenya.
Si tratta di un debutto: il grande paese africano è qui con un film dal titolo RAFIKI. La pellicola racconta di un amore tra due donne ostacolato da famiglie e società, secondo lungometraggio della cineasta Wanuri Kahiu.
Questo film è tratto dal romanzo della scrittrice congolese Monica Arac de Nyeko.
(Fonte.:ilmanifesto;cinemaafrica)
Bob Fabiani
Link
-www.ilmanifesto.it;
-www.cinemaafrica.org;
-www.centrostudidonati.org/cinemaafrica.html   

domenica 6 maggio 2018

Tunisia al voto!






Questa domenica #6M2018 è una data importante per la Tunisia. Oggi, infatti, a Tunisi e nel resto del paese Nordafricano, si terranno le prime elezioni municipali dopo la "Rivoluzione 2011".
Tuttavia, sarà un voto che si terrà in un clima di indifferenza e, con l'incubo dell'astensione.
A conferma di questa previsione c'è il precedente del 29 aprile scorso. Quella è stata la data in cui, soldati e agenti delle forze di sicurezza hanno partecipato alle prime elezioni amministrative dalla "Rivoluzione 2011" - la stessa che diede il via alle cosiddette "Rivolte arabe" divampate in Africa come nel Medio Oriente e, che in Tunisia permise la caduta del dittatore Ben Ali.




Prima dell'approvazione della nuova legge elettorale militari e poliziotti non avevano il diritto di votare perché si pensava che dovessero tenersi lontani dalla politica.
Domenica scorsa, 29 aprile, ha votato solo il 12% degli aventi diritto, un dato che in parte conferma i timori di un forte astensionismo per oggi #6M.


L'incognita delle donne tunisine

Il pericolo astensione è dato in percentuali altissime - il 61% secondo un sondaggio di gennaio di Sigma - ha mobilitato l'Isie - Istituto superiore indipendente per le elezioni - che invita al voto tramite Sms : "La crisi economica, finanziaria e sociale, la perdita dei nostri valori, i piani di rigore inefficaci, la collusione tra uomini politici, centri di affari e baroni del contrabbando, hanno minato le speranze di un paese" scrive Hédi Chaker lanciando un messaggio esplicito "S.O.S. astensione, pericolo.

Questo susseguirsi di appelli-messaggi è stato indirizzato anche e sopratutto verso le donne tunisine - importantissime durante le giornate storiche del 2011 - ma che poi, per una serie di ragioni, hanno visto una certa marginalità delle donne almeno, in quelle parti  rurali della  Tunisia dove, volenti e nolenti sono tenute ai margini della vita sociale.

"Votare è un diritto ma anche un dovere" è l'appello-messaggio di Myriam Belkhadi presentatrice del popolare programma tv Hiwar Tounsi.

Impegnata contro l'astensione è la Lega delle tunisine elettrici - tra l'altro il 48% degli iscritti elettorali sono donne - dato che gli ostacoli non mancano di certo: "Alcune donne non hanno nemmeno la carta d'identità, altre lamentano la lontananza del seggio e la mentalità tradizionale che vuole le donne a casa" spiega, Sana Rahali, coordinatrice della stessa associazione.

Dipenderà dunque anche dal comportamento delle donne tunisine se l'affluenza non risulterà troppo bassa.

Ma ci sono anche altri fattori.

La richiesta del cambiamento del popolo tunisino: porre fine al "carovita"

Il risultato elettorale di questo #6M inciderà anche sul governo. A spingere sull'acceleratore del cambiamento è l'Ugtt - Unione generale dei lavoratori tunisini - che all'inizio appoggiò la nomina a premier di Youssef Chahed ai tempi del varo del governo di coalizione tra laici e islamisti ossia quello tra Nidaa Tounes e Ennahdha - in virtù della promessa di mettere in campo una lotta serrata e senza quartiere contro la corruzione. La mobilitazione del sindacato va avanti da mesi e punta l'indice contro l'adozione da parte del governo tunisino dei diktat imposti da FMI e Banca mondiale che hanno peggiorato le condizioni di vita del popolo tunisino.
Nelle mobilitazioni e nelle giornate di scioperi generali si è puntato l'indice nelle richieste di un cambiamento radicale chiedendo di realizzare la giustizia sociale, difendere i servizi pubblici, in particolare scuola, sanità e trasporti pubblici contro le mire e i progetti di privatizzazione. 

Richieste contenute anche nella "Rivoluzione 2011" e del tutto disattese.

Conclusioni

La campagna elettorale è stata spregiudicata sopratutto da parte del partito degli islamisti che, grazie al loro leader, Ghannouchi hanno pensato e provato ad aggirare l'incubo astensione con trovate "pirotecniche". In questa ottica sono state prese alcune decisioni tutte in chiave elettorale: nelle liste ci sono presenti molte donne addirittura capoliste senza velo e, con jeans strappati.
Il tentativo è quello di mandare un messaggio chiaro agli elettori: il partito islamista Ennahdha è moderno, aperto, per certi versi addirittura progressista.
Ma si tratta solo di trovate spregiudicate e da campagna elettorale ma, tuttavia, hanno portato anche un altra decisione del tutto imprevedibile. Il partito islamista sceglie a Monastir, Simon Slama, un ebreo il quale, difende la sua decisione argomentando il presunto cambiamento della compagine: "Ora non sono più un partito religioso" .

Cosa nasconde questa campagna pirotecnica degli islamisti?

Il leader Ghannouchi si è ispirato al modello del suo amico turco il "Sultano del Bosforo", Erdogan certo, quello dei primi tempi quello aperto, quasi progressista, moderno ma poi sappiamo quale tipo di cambiamento è stato capace di mettere in campo, negli ultimi tempi.
Inquieta dunque questa "finta" modernità degli islamisti - che certo in questa fase è tutta rivolta ad aggirare l'ostacolo astensionismo - ma che, a lungo andare, mira a ben altro.
Se, bisogna procedere dunque oltre il problema dell'astensionismo, il partito guidato da Ghannouchi ha deciso di procedere su due fronti: accreditarsi a livello internazionale, laddove è stato funzionale il viaggio a Davos - la "mecca del capitalismo" in modo, da tranquillizzare gli organi che contano, ossia l'FMI e la stessa Banca mondiale; e ancor più nella direzione tutta interna: dopo il dato del 12% del voto di poliziotti e militari, dalle parti di Ennahdha hanno iniziato a lanciare messaggi-appelli (alla parte moderata dei suoi elettori e non solo) per spronare la gente a votare, a recarsi ai seggi anche perché dicono dal partito: "Il voto amministrativo sarà determinante e decisivo".
Perché questo messaggio?
A questo punto Ghannouchi paventa (in modo molto sfumato...) una soluzione di tipo turco ossia, lascia capire che in Tunisia possa verificarsi un: "Colpo di stato da parte dei militari".

Proprio a causa di questo il partito ha imbarcato tutti (in queste elezioni amministrative). Nelle liste ci sono tutti: dai "moderati" passando per i salafiti che propongono, senza mezzi termini il califfato, del candidato ebreo vi abbiamo già informati ma, in queste liste, ci sono anche ex seguaci del dittatore Ben Ali.

Non sappiamo cosa accadrà oggi in queste prime elezioni municipali (c'è tempo fino alle 18 ore locali) ma, sappiamo che la vera sfida, il vero obiettivo sono le #Elezioni2019 quando si voterà per le legislative e per le #ElezioniPresidenziali per quella data, la Tunisia dovrà già stare "ben allineata" nel "fronte capitalista", lo stesso che sta condannando i tunisini al cappio del "carovita". Non è un caso se il leader islamista ha subito cercato di accreditarsi a Davos, la "mecca del capitalismo" quel "capitalismo morente" che in Africa, in Usa e in Europa e nel resto del mondo disattende, sistematicamente le domande e le richieste di cambiamento dei cittadini.

(Fonte.:al sabah; jeuneafrique;internazionale;left;monde-diplomatique)  
Bob Fabiani
Link
-https://www.assabah.com.tn
-www.jenueafrique.com;
-www.internazionale.it;
-https://left.it;
-www.monde-diplomatique.fr
   


   

martedì 1 maggio 2018

L'attualità dell'ultima battaglia di Martin Luther King (Part.2).







Prosegue l'inchiesta di AfricaLand Storie e Culture Africane dedicata all'attualità dell'ultima battaglia di #MLK prima di venire assassinato il 4 aprile 1968 a Memphis.
Oggi entreremo nel merito, nel contesto in cui è maturata la "morte violenta" del reverendo.
Appare chiaro - e a maggior ragione oggi #1Maggio - Festa dei lavoratori - e quantomeno urgente, il "riscrivere il senso della lotta di King" e con lui, delle migliaia di anonimi che, nel 1950 e 1960 portarono avanti la "rivoluzione dei neri"  posizionandole su una prospettiva diversa, ostinata e contraria, non tanto e non solo al "pensiero unico di regime" - che almeno per quanto riguarda gli States è rappresentato dal "trumpismo" - ma, a quello che sembra oggi andare per la maggiore: il "revisionismo del pensiero reazionario" di tutte le destre estreme, impegnate, in questi ultimi 50 anni a, inglobare, ingessare, chiudere nel recinto, l'intera lotta del reverendo e, quindi, partendo da questo, si è omesso di usare parole chiave di quella rivoluzione: ossia parole ingombranti e pesanti come macigni, a testimoniare un passato che non passa; parole chiave come "razzismo" e "segregazione" le stesse, parole furono omesse sul monumento commemorativo di #MLK inaugurato nel 2011 dal primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, Barack Obama.


-"I Am A Man (Io sono un uomo)"



  


Il reverendo era un personaggio scomodo per l'#AmeriKKKa e mal tollerato e, per rendercene conto - oltre mezzo secolo dopo - è necessario tornare a soffermarci sulle sue parole pronunciate in diverse occasioni e durante il pieno delle battaglie per i diritti civili che dai neri intendeva allargare a tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Questa breve "carellata" è necessaria per proseguire la nostra inchiesta.


#MLK - IL RAZZISMO

"La vita quotidiana del negro si svolge tuttora negli scantinati della Grande Società. Egli sta ancora al livello più basso, nonostante quei pochi che sono riusciti a farsi strada in piani un po' più alti. Anche laddove la porta  è stata parzialmente forzata, la possibilità del libero movimento del negro è ancora decisamente ridotta. Spesso non esistono fondamenta da cui partire e, quando ci sono, quasi sempre manca una stanza superiore da raggiungere".

Sono frasi come queste a rendere attuale non solo le battaglie ma la visione d'insieme che accompagnarono #MLK incontro alla morte violenta di quel 4 aprile 1968.
Frasi come queste:

"Dobbiamo impiegare il tempo in modo costruttivo, nella consapevolezza che il tempo del bene è sempre maturo. E' ora arrivato il tempo di concretizzare la promessa di democrazia e di trasformare la nostra irrisolta elegia nazionale in un salmo costruttivo di fraternità. E' ora arrivato il tempo di innalzare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale al solido terreno della dignità umana".

#MLK - I DIRITTI CIVILI

"Chi è oppresso non può rimanerlo per sempre. La brama di libertà si manifesta infine, ed è ciò che è accaduto al negro d'America. Qualcosa dentro di lui gli ha ricordato il suo diritto naturale alla libertà, e qualcosa dal di fuori gli ha ricordato che poteva ottenerla. Consapevole o inconsapevole, è stato colto dallo Zeitgeist, e il negro degli Stati Uniti, assieme ai suoi fratelli neri dell'Africa e a quelli bruni e gialli dell'Asia, del Sudamerica e dei Caraibi, si sta muovendo con un grande senso di urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale".

Sempre sul tema dei diritti civili uno dei sermoni più attuali di #MLK è quello che affronta comportamento, educazione, legislazione e sentenze dei tribunali:

"Mediante l'educazione cerchiamo di cambiare l'atteggiamento; mediante la legislazione e le sentenze dei tribunali cerchiamo di regolare il comportamento. Mediante l'educazione cerchiamo di modificare internamente le emozioni (il pregiudizio, l'odio ecc.); mediante la legislazione e le sentenze dei tribunali cerchiamo di controllare esternamente gli effetti di queste emozioni. Mediante l'educazione cerchiamo di abbattere le barriere spirituali all'integrazione; mediante la legislazione e le sentenze dei tribunali cerchiamo di abbattere le barriere fisiche all'integrazione. Un metodo non sostituisce l'altro, ma ne è l'importante e necessario complemento. Chiunque sia convinto che la strada per la strada per la giustizia razziale sia a una sola corsia creerà inevitabilmente un ingorgo di traffico e renderà il viaggio infinitamente più lungo".



-L'ultima battaglia

Mezzo secolo dopo l'assassinio di #MLK è arrivato il momento di chiederci per quale motivo fu eliminato il reverendo che insieme al #MovimentodeiDirittiCivili stava mettendo in atto una "rivoluzione radicale" per arrivare al cambiamento totale degli Stati Uniti.
La soluzione del caso è tutta racchiusa in quell'ultima battaglia, la più attuale.
Un anno prima di morire, nel 1967 durante un viaggio in Giamaica, #MLK scrisse quello che poi è stato il suo ultimo libro: "Where Do We Go from Here: Chaos or Community? Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?" , in quelle intense pagine si legge tra l'altro: "Il problema, è che parlando di uguaglianza non ci si riferisce alla stessa cosa: bianchi e neri ne danno significati diversi.  I neri partono dal presupposto che 'uguaglianza' vada intesa in senso letterale. Ed erano convinti che i bianchi fossero d'accordo e che avrebbero mantenuto la parola... Ma per la maggior parte dei bianchi, anche quelli di buona volontà, 'uguaglianza' è un vago sinonimo di 'miglioramento'. L'America bianca non è psicologicamente pronta a ridurre le disuguaglianze; cerca di barcamenarsi e, in fondo, di non cambiare nulla".

Dopo quel viaggio in Giamaica, il reverendo matura sempre più la convinzione che la battaglia per l'emancipazione dei neri dovesse passare attraverso la definitiva accettazione di una "uguaglianza sociale" in modo da "distribuire la ricchezza a tutti" e, soltanto a quel punto allora il cammino si poteva considerare terminato perché - affermava #MLK - "vuol dire che i neri non sono più cittadini di secondo grado" e, in questo modo si poteva dire con certezza che i diritti civili erano stati conquistati dalla comunità afroamericana.
Essere finalmente considerati e riconosciuti come cittadini "non più di secondo grado" significava uscire definitivamente dalla "condanna a vita" di "essere disoccupati" , fuggire dal marchio di "essere un negro del ghetto"  e, significava anche "non subire gli abusi da parte della polizia" dire addio, per sempre "ai salari indegni" - affermava #MLK - uscire, una volta per tutte dalle "scuole di delinquenza" e porre fine "allo sfruttamento e all'imperialismo".

Ecco il fulcro dietro il quale si annida la "motivazione" che ha portato all'abbattimento violento del reverendo perché in quel 1968, "l'etica di emancipazione" preoccupava più di qualcuno ai "piani alti" della politica statunitense.

L'attualità di quell'ultima battaglia - drammaticamente attuale - pone #MLK "oltre la sua leadership di dirigente e "capo" del #MovimentodeiDirittiCivili degli afroamericani, lo pone come "personaggio universale" che si batte per i diritti sociali di tutta la "massa depressa" del mondo e, questo, non poteva essere né tollerato né permesso.
Martin Luther King andò incontro alla morte violenta a causa della sua ultima lotta, tutta spesa, alimentata dalla "campagna dei poveri" che, in quella "primavera 1968", vide convergere verso la capitale statunitense, tutti i diseredati di tutte le regioni e di ogni colore della pelle con la speranza-certezza di raggiungere il cambiamento da ottenere attraverso una "rivoluzione  costituzionale" quella che passava attraverso l'adozione di una Carta dei diritti economici per gli "svantaggiati" - come li chiamava il reverendo - , rivoluzione da compiersi attraverso l'introduzione per legge del "salario minimo garantito".
Ma non solo.
Martin Luther King era sempre più convinto che democrazia volesse dire "più partecipazione collettiva" e questa doveva maturare attraverso la partecipazione di comitati di poveri al processo legislativo.

Tutto questo allarmava capitalisti e reazionari nonché i sostenitori della segregazione razziale e, attraverso queste paure che matura l'abbattimento violento di un grande rivoluzionario. Un nero. Un grande uomo.
-Fine Seconda Parte -
(Fonte.:monde-diplomatique)
Bob Fabiani
Link
-https://www.monde-diplomatique.fr;
-www.thekingcenter.org;
-https://blacklivesmatter.com