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domenica 15 settembre 2019

#TunisiaDecides








Oggi, domenica 15 settembre, oltre 7milioni di elettori tunisini sono chiamati alle urne per disegnare il loro futuro presidente, tra sospetti e incertezze.
Mentre i sondaggi - diffusi in tutto il paese prima della puasa di riflessione della vigilia del voto - danno in testa il magnate arrestato solo poche settimane fa, Karoui  - una sorta di "Berlusconi tunisino" , n.d.t -  il premier uscente Chahed, ribattezzato dalla stmpa e dai media locali, come del resto anche dai tunisini stessi "l'uomo del non cambiamento"; è impegnato in una difficile rincorsa per mantenere la poltrona di primo ministro, tuttavia, alquanto improbabile.

Anche in Tunisia, si registra la crisi della sinistra che, in questo appuntamento elettorale - il secondo dopo la rivolta araba diventata poi nota come "Rivoluzione dei Gelsomini" del 2011 che pose fine alla dittatura di Ben Ali n.d.t -  è totalmente assente.

La morte del Presidente della Repubblica Beji Caid Essebi, avvenuta il 25 luglio ha capovolto il calendario elettorale, facendo passare il turno elettorale presidenziale prima delle elezioni legislative previste per il 6 ottibre.

I candidati per la poltrona presidenziale sono in tutto ventesisei.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
Link
-httpsp://www.jeuneafrique.com/tunisie-elections-2019/

sabato 14 settembre 2019

Come supererà l'eredità di Mugabe, lo Zimbabwe?








Da quando la dipartita di Robert Mugabe il 6 settembre 2019 - avvenuta a Singapore - è diventata di dominio pubblico, lo Zimbabwe si è fermato. Nel momento in cui il fondatore dello Zimbabwe ha lasciato la vita terrena, in qualche modo, nell'immaginario collettivo del popolo zimbabweano sono stati messi da parte tutte le incomprensioni, le amarezze causate dalla trasformazione politica dell'ex "Compagno Bob" che, una volta preso il potere e il timone dell'ex Rhodesia dopo la lotta per l'emancipazione e contro il colonialismo e l'apartheid britannico, giorno dopo giorno, l'eroe di un tempo è diventato deposta e tiranno.
Ma il ritorno del feretro ha commosso tutti : spontaneamente il popolo si è riversato in strada - al pari dei militari che, non più tardi di due anni fa, nel 2017, avevano dovuto mettere in campo un "golpe gentile" per destituirlo -  per vedere il passaggio del feretro perché : " In Africa quando muore un vecchio piangiamo perché la biblioteca è bruciata".

Il feretro poi ha fatto il suo ingresso al centro dello Stadio di Harare, la capitale per restarvi 48 ore in modo da consentire a tutti di renderegli omaggio e l'ultimo saluto.
Oggi, 14 settembre 2019, Harare diventa il centro del Continente : per i funerali solenni sono arrivati in Zimbabwe i leader africani, dal Kenya, dal Ghana e dal resto dell'Africa.

E ora per lo Zimbabwe inizia una nuova storia, una nuova pagina e bisognerà capire come, dalle parti di Harare, la capitale dell'ex "granaio d'Africa" (che ormai non esite più); sapranno superare l'eredità che lascia Robert Mugabe. Nessuno può prevedere cosa accadrà ma, già adesso, possiamo affermare che la sua figura e le contraddizioni che via via, negli anni, lo hanno visto nei panni del terrorista e criminale dopo essere stato eroe di geurra e liberatore avranno sempre una presenza ingombrante nell'immaginario e nel decorso politico del paese africano.

In fin dei conti ora che Mugabe non c'è più, lo Zimbabwe è chiamato - nella figura dell'attuale presidente Emmerson Mnangagwa - a decidere se proseguire sulla strada autoritaria oppure scegliere la democrazia.
(Bob Fabiani)


 Petina Gappah  : "Superare l'eredità di Mugabe"*


  






"Robert Mugabe, il padre fondatore dello Zimbabwe, è morto il 6 settembre a 95 anni. Le reazioni alla sua scomparsa hanno messo in luce la complessa eredità che ha lasciato.
Mugabe è l'uomo che guidò la lotta armata per la liberazione della maggioranza nera dello Zimbabwe dal dominio  della minoranza bianca della Rhodesia. Le sue conquiste in quei primi esaltanti anni dopo l'indipendenza (ottenuta nel 1980 n.d.t) furono straordinarie, in particolare nell'ambito della sanità, della scuola e dell'emancipazione delle donne, e offrirono nuove possibilità a molti zimbabweani, sopratutto ai poveri e agli emerginati nelle aree rurali.

D'altra parte, però, Mugabe è l'eroe diventato cattivo, e nei suoi 37 anni al potere ci sono state molte violazioni dei diritti umani, dei massacri di Gukurahundi (una campagna di terrore condotta dall'esercito tra il 1983 e il 1987 contro il popolo ndebele, in cui furno uccise più di 20mila persone) alla persecuzioe dei sostenitori del partito rivale Zapu, fino alla repressione di chiunque fosse considerato un nemico e una minaccia al suo potere. Perfino il programma di riforma agraria, ammirato in tutta l'Africa per aver restituito la terra ai suoi legittimi proprietrari, fu realizzato nel caos e nella violenza.

Questa riforma avrebbe dovuto emancipare gli zimbabweani, ma contribuì a isolare il paese e impoverì le stesse persone che avrebbe dovuto aiutare. Le sanzioni dell'occidente, le incoerenti politiche economiche di Mugabe e la diffusa corruzione  nel suo governo fecero precipitare l'economia in una recessione che va avanti da quasi due decenni.

L'eredità di Mugabe continuerà a contrapporre chi lo venera e chi lo disprezza, ma ora la cosa più importante è capire in che modo il nuovo presidente dello Zimbabwe lo gestirà. Emmerson Mnangagwa, al potere dal 2017, deve seppellire gli aspetti della presidenza Mugabe che hanno diviso gli zimbabweani e le politiche e i comportamenti che hanno impoverito il paese.

Nel 2018 Mnangagwa ha istituito una commissione per la pace e la riconciliazione che fino a quel momento era rimasta solo sulla carta, ma ora deve agevolarne i lavori, garantire che le sue raccomandazioni siano rispettate e che la sua gestione sia trasparente e libera da influenze politiche. Inoltre il paese ha bisogno di riforme costituzionali per assicurarsi che i risultati delle elezioni future non siano contestate. Tra le questioni più urgenti c'è anche l'abolazione delle leggi che limitano la libertà di stampa e il diritto di esprimere le proprie idee politiche.





Parole di empatia


Il dominio di Mugabe era segnato dalla fusione di un partito con il governo e con lo stato. Questo si traduceva in azioni vergognose, come l'applicazione selettiva della legge e la distribuzione iniquia degli aiuti alimentari destinati ai più poveri. Mnangagwa ha promesso "tolleranza zero" sulla corruzione, ma finché alcuni dei suoi più fedeli alleati e funzionari saranno protetti dalle indagini e dai procedimenti penali, non sarà considerato diverso da Mugabe.

Altri tratti distintivi del regime di Mnangagwa erano il linguaggio dell'odio e la propaganda. Sopratutto quando gli zimbabweani soffrono, come è successo a causa delle misure di austerità, un presidente deve trovare parole di empatia e inclusione.

In politica estera Mnangagwa ha preso le distanze dal suo predecessore. Ha dimostrato la volontà di aprire lo Zimbabwe agli investitori e di riallacciare i rapporti anche con paesi con cui ci sono state dispute su questioni territoriali o sui diritti umani. Ma se non si occuperà della corruzione, delle violazioni dei diritti umani passate e presenti, e se non coinvolgerà i milioni di zimbabweani che si sentono delusi e senza diritti, Mnangagwa non avrà successo.

La scelta che ha di fronte è chiara : può essere il secondo Mugabe dello Zimbabwe e spingere ancora di più il paese verso l'isolamento, le divisioni e la miseria. Oppure può essere il presidente che guarisce lo Zimbabwe e lo rimette sulla via del benessere, ancorandolo alla democrazia reale e garantendo i diritti e le libertà di chi non è d'accordo con lui. Mentre seppellisce Mugabe, Mnangagwa deve guardare oltre le tentazioni più immediate del potere".

*Petina Gappah è un'avvocata e scrittrice zimbabweana. In Italia ha pubblicato La confessione di Memory (Guanda 2016)
(Fonte.:theguardian)
Bob Fabiani
Link
-https://www.theguardian.com/international/africa/za
  

venerdì 13 settembre 2019

Ritratto di #BobiWine : una giornata col presidente del ghetto







L'Africa è il continente dove è possibile che personaggi popolari e amati dal pubblico possano reinventarsi un ruolo magari quando sono all'apice del successo - magari nel campo della musica oppure dello sport - : è anche la storia di Bobi Wine, popolare rapper ugandese, cresciuto in un quartiere povero e divenuto la "voce dell'opposizione" contro il regime del presidente Yoweri Museveni.
Bob Wine dunque segue, in qualche modo la scia di illustri africani che, animati dalla spinta e dalla richiesta di un cambiamento radicale hanno lasciato chi la musica chi lo sport per tentare la carriera politica : molti di loro hanno coronato questo sogno, come nel caso di Andry Rajoelina in Madagascar, con un passato di Dj di successo nella capitale Antananarivo riuscendo a diventare presidente; lo stesso percorso, in Liberia, di George Weah, l'unico calciatore africano capace di vincere il Pallone d'oro.

Bobi Wine ora ha deciso di candidarsi alle elezioni per guidare l'Uganda e, proprio come questi due illustri presidenti in carica, potrebbe riuscire nell'impresa di scalzare l'eterno Musuveni.

Questa è la sua storia.

Bobi Wine nasce nel 1982 a Nkozi in Uganda : diciasette anni dopo, nel 1999 sceglie il nome d'arte Bobi Wine e pubblica il suo primo brano, intitolato Akagoma. Qualche anno più tardi, nel 2010, è protagonista della pellicola ugandese Yogera.
Il successo è sempre più grande e, sull'onda di esso, nel 2017, riesce a farsi eleggere in parlamento come indipendente. E' solo il primo passo verso la candidatura ufficviale per le elezioni presidenziali che, in Uganda, sono previste nel 2021 ecco perché proprio quest'anno, il 2019, Bobi Wine ha rotto gli indugi rivelando la sua candidatura.
(Bob Fabiani)


Incontrando Bobi Wine a pranzo*

Per capire meglio la figura di questo rapper ugandese, l'autorevole Financial Times ha inviato uno dei suoi report di punta in Africa per incontrarlo.

"Incontro a pranzo Bobi Wine, 37 anni, in uno slum di Kampala : è la bestia nera dell'establishment politico ugandese che si definisce "presidente del ghetto". Wine è un famoso rapper e attivista musicale. E' stato eletto deputato in parlamento nel 2017 e si è proposto come candidato alle presidenziali del 2021. In questi anni è stato arrestato più volte e picchiato a morte, ed è diventato un'icona della resistenza, non solo per i giovani e i poveri dell'Uganda, ma per quelli di tutta l'Africa.
Il ristorante è un minuscolo edificio fatto di tavole di legno, intonaco grezzo, pavimento di terra e un tetto di lamiera. Su un lato manca la parete e l'ingresso somiglia a una stalla per cavalli. Siamo seduti all'unico tavolo, costruito con legno di recupero.

"E' qui che facevamo colazione e pranzavamo, e questa signora ci faceva perfino credito", dice Wine, indicando un'elegante donna di mezza età con un vestito di blu, china su delle pentole giganti di metallo deposte su una stufa a carbone. Wine porta occhiali con la montatura scura e ha in testa il suo caratteristico berretto rosso. Ha un filo di pizzetto e di baffi, indossa pantaloni di cotone bianco con cuciture rosse, un pò alla Elvis Presley. Robert Kyagulanyi, questo il suo vero nome, ha presto adottato il soiprannome di Bobi (pronunciato "Bobby" n.d.t), "perché è più figo", dice, e poi ha aggiunto Wine perché, spiega, il buon vino migliora con l'età. Essere diventato un simbolo della nuova generazione di africani non è una responsabilità da poco, in un continente nel quale l'età media e 19 anni. In una regione dominata da autocrati che hanno perso il contatto con le persone, la gioventù urbana genera contemporaneamente un senso di ottimismo e d'imminente catastrofe.

Dall'inizio del 2019 i giovani dell'Algeria e del Sudan hanno già guidato rivolte che hanno fatto cadere vecchi tiranni.
In tutta l'Africa i giovani stanno diventando una forza politica. "Sono consapevoli di meritare,e anche di poter fare, di meglio", dice il rapper. In Uganda l'ascesa di Wine, il "presidente del ghetto", ha messo in difficoltà il vero presidente, Yoweri Musuveni, 75 anni e al poter da più di trenta. Un tempo Museveni era amato dalla comunità internazionale, perché portava stabilità dopo anni di guerra civile e faceva grandi sforzi per arginare la diffusione dell'aids. Ma con il passare del tempo si è trasformato in un dittatore, a capo di uno stato sempre più corrotto e sempre meno democratico.





In un altro mondo


Ad agosto del 2018, dopo un presunto lancio di pietre contro il convoglio del presidente, Wine è stato arrestato e picchiato così forte che dopo faceva fatica a camminare. Il suo autista è stati ucciso con un colpo d'arma da fuoco in un attentato. Wine è convinto che in realtà l'obiettivo dell'attacco era lui.

I soldati hanno trovato Wine nella stanza di un albergo in cui si era rifugiato.

"Un tizio armato di sbarra di ferro ha cominciato a colpirmi". Ha perso conoscenza. Si è svegliato nel retro di un veicolo della polizia, con soldato che gli tirava le orecchie e i testicoli con un paio di pinze. "Le botte mi facevano sentire in un altro mondo : dong, dong, dong,", racconta, facendo un suono come quello di un gatto colpito con una padella da un tipo in un cartone animato.

Poi è stato portato in tribunale, e in seguito processato per tradimento, un crimine punibile con la pena di morte. Solo una rivolta in Uganda e una petizione internazionale (alla quale ha aderito anche questo blog; n.d.t) firmata da personalità come Wole Soyinka, scrittore e premio Nobel per la Letteratura, nigeriano, e Pter Gabriel, l'ex cantante dei Genesis, hanno permesso la sua liberazione. La vicenda è diventata un boomerang per Museveni : il rapper si è trasformato da una piccola seccatura in una questione internazionale.

La prima cosa da dire a proposito del ristorante dove ci siamo incontrati è che la cucina è veramente buona. Quando Wine mangiava qui a credito faceva vari lavoretti : muratore, venditore ambulante o lavava le auto. "Poteva passare una giornata intera senza un'auto da lavare. Ma dovevo riempirmi lo stomaco", dice con una smorfia. A questo punto entra un uomo che, come fanno fanno quasi tutti, si rivolge ad alta voce a Wine.

"Oh mio presidente".

Grida con voce seria.

"Si, fratello", risponde Wine, mimando un pugno in aria.

"Potere al popolo", è la risposta di rimando dell'uomo, anche questa a voce alta.

"Potere a noi", dice Wine. Quando non scambia slogan con i suoi sostenitori, la voce di Wine è dolce e nasale e le parole sono scelte e pronunciate con cura. Ha un timbro da uomo anziano, che ricorda quello di Yoda, il personaggio di Star wars.

"Alcune persone mi chiamano Mzee, che letteralmente significa anziano", ammette e aggiunge che altri "si rivolgono a lui come Papi". E' un segno di rispetto più che dell'avanzare dell'età, spiega.
Prima di pranzo, Wine mi ha fatto fare una passeggiata a Kamwokya, il quartiere densamente popolato dove è cresciuto.

"Viemi, ti porto a fare un giro nel mio ghetto", mi ha detto. Kamwokya è spesso definata una baraccopoli, ed è vero che ci sono strade sterrate e case di piccole dimensioni con lenzuoli al posto delle porte. Non c'è acqua corrente né una pompa pubblica né un sistema fognario o elettrico decenti.
Eppure Kamwokya è anche un luogo molto vivace, pieno di musica e divertimento, con uno spiccato senso della comunità e un costante viavai di persone nei suoi vicoli stretti e fangosi. Naturalmente la criminalità c'è. Ma secondo Wine gli abitanti sono più preoccupati della polizia che dei propri vicini. Wine è un ragazzo del posto diventato famoso, sulle cui spalle ricadono le speranze dei poveri. Ma è anche il deputato locale, e alle 14.30 deve tornare in parlamento.
Ogni persona che gli passa accanto lo riconosce. Molti si avvicinano urlando slogan, agitando i pugni, stringendogli la mano, chiedendogli di posare per un selfie. A un certo punto la folla lo lancia in aria, poi viene portato in giro per le strade come una divinità indiana. Un ragazzo si prostra, provocandogli un evidente imbarazzo. "Si aspettano che risponda a ogni domanda, ma io sono solo uno di loro. Devo convincerli che la responsabilità è anche loro, non è solo mia".


Una visita in studio


Attraversiamo una fogna a cielo aperto, stracolma d'immondizia, e un'altra zona della baraccopoli in cui, dice Wine, i ricchi hanno cominciato a sfrattare le persone e a costruire ville sorvegliate. Ci fermiamo nel suo studio di reistrazione, che a sua volta è a rischio di demolizione. E' uno dei tanti modi con cui le autorità cercano di metterlo a tacere.

I concerti di Wine vengono regolarmente interrotti e, anche dopo il nostro incontro, è entrato e uscito di prigione. Mi porta in una stanza sul retro, dove uno dei responsabili dello studio sta lavorando a una canzone. "Lo chiamano King Roots", dice, mentre si salutano dandosi i pugni chiusi. "Lui è l'Ispettore. Quel ragazzo è Profumo". "Mi chiamo David", dico per presentarmi, e all'improvviso il mio nome mi appare un pò banale.

Tornati al ristorante, il rapper mi spiega che la sua famiglia in passato aveva soldi e una buona posizione, ma è finita a Kamwokya a causa d'intrecci politici. Suo nonno aveva partecipato alla lotta d'indipendenza e anche suo padre si è fatto dei nemici. "Mia madre ci ha sempre detto di tenerci lontano dalla politica, ricordandoci che viviamo in un ghetto a causa della politica, che avremmo perso tutto, anche la vita, se ci fossimo dedicati a quello", dice. "Le madri danno i consigli migliori". Oltre a dispensare saggi consigli, sua madre lo ha iscritto a una "scuola lassù in collina", dove venivano istruiti i bambini più ricchi. "In quella scuola ero uno dei pochi che provenivano dall'altra parte della strada", dice, facendo riferimento alla strada asfaltata che divide Kamwokya dai quartieri più ricchi. In seguito ha frequentato l'università Makerere di Kampala.

Ho mangiato quasi tutto, nonostante le porzioni abbondanti. Mi chiedo se Wine vorrà unirsi a me per una birra, ma lui rifiuta, dicendo che ha smesso di bere. "Lo farò quando vinceremo le elezioni", dice strizzandomi l'occhio.

Wine ha cominciato a suonare da giovane, scegliendo la via del raggamuffin, uno stile che mescola rap e reggae.

"Quando è uscita la mia prima canzone, da queste parti ero già conosciuto", dice, riferendosi al brano Akagoma. Più tardi si è trasferito da Kamwokya, comprando un apprezzamento di terra fuori città. Si è sposato con Barbie, assistente sociale e attivista dei diritti delle donne, che gli ha fatto capire che nella vita essere una pop star non è tutto, e ha contribuito alla sua presa di coscienza politica. "Era bello avere cinque ragazze che ti correvano dietro e cose così. Oggi mi sembra meglio essere impegnato con una persona. Molti nel ghetto guardano a noi come un modello di vita", dice, masticando il suo matoke, un piatto a base di frutti di platano. Lui e Barbie hanno quattro bambini tra i quattro e i 13 anni.

Nonostante gli ammonimenti di sua madre, le canzoni di Wine sono diventate sempre più politiche, e contengono attacchi diretti a Museveni. All'inizio pensava di poter influenzare gli eventi attraverso la sua musica, ma piano piano è arrivato alla conclusione che era necessario impegnarsi direttamente in politica, rappresentando gli interessi del ghetto.

E' stato solo quando Wine è stato eletto in parlamento nel 2017 che Museveni ha cominciato a prendere sul serio la sua sfida. Wine si era presentato come indipendente, facendo una campagna elettorale porta a porta per sottolineare l'assenza di una macchina di propaganda a suo sostegno. "Se il parlamento non può venire nel ghetto, il ghetto andrà in parlamento", diceva. Da deputato si è opposto alla censura su internet e alla repressione governativa sui social network. Si è battuto, senza successo, contro una modifica alla costituzione che imponeva il limite di 75 anni ai candidati alla presidenza, e che di fatto ha spianato la strada alla trasformazione in presidente a vita di Museveni. Poi è arrivata l'incriminazione per tradimento. "So che Museveni puo ordinare ai giudici di fare qualsiasi cosa", spiega mentre finisce l'ultimo pezzo di stufato e prende un sorso di Sprite. Il rischio che Wine sia ucciso c'è ancora. "Mentre ce ne staimo seduti qui, potrebbe arrivare un tizio e spararmi".
Immaginando che Museveni sia ancora vivo nel 2021, mi chiedo come il presidente del ghetto possa vincere, in un paese in cui le intimidazioni e le frodi elettorali sono diffuse. La sua ricetta è convincere milioni di giovani a iscreversi alle liste elettorali. Spera che la sua vittoris sarà così netta da far crollare le certezze di Museveni. Secondo i sondaggi recenti Wine è una sfida reale per l'attuale presidente, sopratutto a Kampala. E' incoraggiato da quanto è avvenuto a maggio in Ucraina, dove Volodymyr Zelensky, un comico senza esperienza politica, ha vinto le elezioni presidenziali. "Se ce l'hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi", dice sorridendo.


La nemesi 





Quale sarà il programma di Wine in caso di vittoria? "La priorità è abolire le leggi stupide", dice, riferendosi alle norme che limitano la libertà d'espressione e associazione. Promette un governo competente e tolleranza zero nei confronti della corruzione. Anche se ammette di non avere un programma articolato, a parte rendere la vita più facile per gli oppressi del paese. Si presenta come "antipolitico", ma è consapevole che dovrà circondarsi di persone con competenze tecniche, molte delle quali sono costrette a emigrare.
Abbiamo finito di mangiare. Wine comincia a parlare di quello che lui e Meseveni hanno in comune. Nel 1986 anche l'attuale presidente, che allora aveva 41 anni e guidava la guerriglia, aveva promesso di mettere fine all'autoritarismo.

"Il giovane Museveni non era molto diverso dal giovane Bobi Wine", dice. "Ma Museveni si è ubriacato di potere, si è illuso di essere un semidio". E' strano, dico mentre ci alziamo per andarcene, che un rapper ragamuffin uscito dal ghetto sia diventato la nemesi del presidente dell'Uganda. "Non sono la nemesi di Museveni", risponde Wine. "E' lui che è la nemesi di se stesso".
*David Pilling, Financial Times, Regno Unito
(Fonte.:financialtimes)
Bob Fabiani
Link
-https://www.ft.com/africa

   

   

giovedì 12 settembre 2019

Libia, tra il ricatto dell'acqua e l'incubo di una "guerra su larga scala" (per procura)






Che cosa sta accadendo in Libia? A che punto è la "guerra civile" scatenata dall'uomo forte della Cirenaica, Haftar? E ancora : possiamo ancora chiamarla una guerra civile oppure, in questi ultimi mesi si è trasformata in qualcosa di altro?

A queste domande cercheremo di dare delle risposte in questo focus e, inevitabilmente, andremo a toccare "altre situazioni"; "altre questioni" perché, nonostante, la stanca, piatta copertura degli organi di informazioni italiani e, in generale occidentali; nel frattempo il quadro generale in Libia è mutato in modo drastico.


Il ricatto dell'acqua

"Nel paese del petrolio l'acqua non scorre più", scrivono i reporter del settimanale panafricano Jeune Afrique e proseguono : "Da maggio Tripoli, la capitale libica, ha dovuto affrontare almeno cinque (5) gravi interruzioni della fornitura  idrica. A queste si aggiungono i blackout. Anche se la linea del fronte è a decine di chilometri dal centro della città, che dal 4 aprile subisce l'assedio dell'autoproclamato Esercito nazionale libico comandato da Khalifa Haftar, la guerra per le risorse è entrata nelle case dei suoi abitanti".

E' questa dunque la fotografia della situazione nell'inferno libico.

I disservizi non derivano solo dai combattimenti e dal degrado delle infrastrutture : "A volte togliere l'acqua è un modo per punire gli abitanti di un certo quartiere . E' successo a maggio, quando una milizia affiliata ad Haftar ha chiuso la stazione di pompaggio di Jabal al Hasawna per ottenere la liberazione di un comandante che era stato catturato da un gruppo rivale".




A Tripoli, come altre città costiere, dipende per il 95 per cento dall'acqua pompata nel desertico del paese, dove c'è un vasto bacino sotterraneo. All'epoca del colonnello Muammar Gheddafi fu costruito un sistema di canali, chiamato Grande fiume artificiale, per portare l'acqua in tutto il paese. Il governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj accusa Haftar, che controlla buona parte del Sud della Libia, di chiudere le condotte a suo piacimento, aggravando la crisi umanitaria nella capitale.


Bilancio di una geurra disumana : oltre mille morti e 120mila sfollati

"Sono cinque mesi da quando il generale Haftar ha lanciato la sua offensiva per prendere il controllo Tripoli, interrompendo un processo politico attivo e promettente e riportando la Libia in un rinnovato conflitto".

Sono le schiette e dure parole spese, dall'inviato ONU in Libia, Ghassan Salamè che, intervenendo in una conferenza di qualche giorno fa, ha fatto il punto della situazione nel paese Nordafricano in una riunione del Consiglio di sicurezza.  "Dal 4 aprile il conflitto si è diffuso con un pesante tributo di civili e combattenti. A oggi, i civili uccisi sono oltre 100 (in totale arrivano a mille) e i feriti sono almeno 300, mentre 120mila sono gli sfollati" ha ribadito Salamè.

Tutti convergono su un punto : la "Crisi libica" è il dossier che la riguarda è di difficile interpretazione e, sopratutto, a oggi, nessuno dei protagonisti sa trovare la chiave di volta per risolverlo. E mano a mano che passa il tempo c'è il rischio che si allarghi sempre più, finendo per somigliare, in modo inquietante allo "schema -  Siria".

A riprova che questa è la situazione c'è il punto di vista dell'ambasciatore russo all'ONU, Vassily Nebenzia "il dossier libico è molto difficile, più di quello siriano. La Libia è come un bicchiere rotto, raccogliere i pezzi e rimetterli insieme è complicato".





Dossier Libia

Mentre dalle parti di Roma le Istituzioni della Repubblica italiana erano tutte concentrate sulla crisi di governo, qualcuno in  Europa, ha capito che la situazione della "Crisi della Libia" deve essere risolta prima che diventi qualcosa di incontrollabile. Sia in Africa sia in Europa.

Ma non è solo un problema di migrazioni la catastrofica situazione del paese Nordafricano ha tutte le caratteristiche, ormai, di un conflitto sul larga scala. Una "guerra per procura" che ha diversi protagonisti.

A questo punto in Europa hanno capito che il "dossier - Libia" non può più attendere dato che, appunto, il conflitto si sta rapidamente tramutando in una nuova guerra per procura tra potenze estere - principalmente Turchia da una parte e Emirati dall'altra - : e va prendendo una forma, drammaticamente simile alla Siria.

Ora è arrivato il tempo della Germania : dopo il clamoroso e fragoroso fallimento di Italia e Francia, dalle parti di Berlino, hanno pensato bene di provare a mettere in piedi una "conferenza di pace" per bloccare la catastrofe di una guerra cruenta e disumana.

Non più tardi di ieri, la cancelliera Merkel, in un intervento al Bunsestag, la Camera bassa, pronunciando un articolato discorso di poltica estera dove, il punto e il nodo centrale, è stato l'annuncio dell'impegno della Germania in prima fila per stabilizzare la Libia.

"In Libia c'è la minaccia di una nuova guerra per procura come in Siria. ... E' indispensabile che facciamo di tutto per assicurarci che la Libia non si trasformi in una guerra per procura e la Germania farà la sua parte. L'intera regione africana potrebbe essere destabilizzata se la Libia non sarà stabilizzata".

In questa vera e propria impresa, tuttavia, dalle parti di Berlino possono contare su un vero e proprio asso della manica : i rapporti stretti che la Germania può vantare sia con la Turchia - che arma e appoggia Serraj - sia con l'Egitto del dittatore Al Sisi, che sostiene il generale Haftar.






Con queste premesse è impossibile prevedere cosa accrdrà : sicuramente a Berlino hanno capito che bisogna mettere ordine dalle parti di Tripoli ma, gli strumenti con i quali si vuole raggiungere tale obiettivo non promette nella di buono per lo stremato popolo libico, stanco di guerra.

Eppure, qualche giorno prima della presa di posizione tedesca dall'altra parte del mondo, la vera e unica superpotenza a livello globale, aveva provveduto a presentare un articolato "piano di investimenti per la Libia" all'ONU. Firmato, Cina.


La primessa di Pechino sulla Libia : "Contribuiremo a risolvere il conflitto"

A soprpresa sullo scacchiere affollato del dramma libico fa irruzione la Cina. A Pechino hanno studiato ad arte il momento migliore per prendersi la scena, sullo scenario, piuttosto in stallo della guerra che sta "rapidamente deteriorando le condizioni di vita dei libici e sopratutto dei più vulnerabili, i migranti" - come ha riferito alle Nazioni Unite, l'inviato Ghassan Salamè - dopo cinque mesi e più di combattimenti con oltre mille morti, di cui cento sono civili.

L'irrompere sulla "Crisi in Libia" della Cina può cambiare le carte in tavola : Pechino, è il più grande importatore di petrolio al mondo e con interessi crescenti in Africa. Nasce da qui l'idea cinese di consegnare un dettagliato dossier sulla Libia. Nel presentarlo all'ONU, i cinesi si sono fatti promotori di un "processo per contribuire al processo di risoluzione politica del conflitto e alla stabilizzazione del paese" a cominciare da un rispetto rigido dell'embargo di armi.

In un colpo solo, Pechino diventa il più convinto alleato di Salamè che, invano, ha cercato di chiedere aiuto alle potenze regionali che, a turno, hanno fallito miseramente impegnate come erano a farsi, a loro volta, una "guerra senza quartiere" sul piano diplomatico.

Che cosa propone la Cina?

Nel piatto della pace, Pechino, è pronta a mettere non solo un aumento delle importazioni di petrolio - prospettando un 2.1 milardi di barili entro il 2023 - ma anche investimenti e posti di lavoro (anche per i migranti n.d.r) per ristrutturare e modernizzare le infrastrutture e modernizzare le infrastrutture e i trasporti libici, attualmente al collasso.

Non è la prima volta che la Cina è presente a Tripoli : ai tempi di Gheddafi aveva un giro d'affari pari a 20 miliardi di dollari di progetti con 75 società cinesi coinvolte e 36 mila dipendenti forse è anche per questo che, nel 2011 si astenne dall'intervento Nato per far fuori il colonnello. Fino all'estate scorsa anche Pechino appoggiava e sosteneva Serraj a questo punto però, pur di tentare di evitare un disastro dificile da classificare, la Cina potrebbe dar man forte all'Europa e alla stessa Italia in un quadro di multilateralismo.




Certo a Roma però il governo deve capire che il tempo è scaduto e non si può continuare solo a restare schiacciati sull'ossessione dei migranti, arrivati a questo punto bisogna avere il coraggio di riprendere la complessa materia della "politica estera" e magari sfruttare la collaborazione della Cina per non perdere l'occasione di restare un interlocutore autorevole e credibile : magari andando anche oltre del solito impegno italiano; impegno che vede i militari attivi con l'ospedale di stanza a Misurata per poi sperare di avere una corsia preferenziale per le risorse energetiche.
(Fonte.:jeuneafrique;alwasat;alaraby;libyatimes;ilfattoquotidiano;ilmanifesto;repubblica;internazionale)
Bob Fabiani
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martedì 10 settembre 2019

Tunisia al voto per le Presidenziali





La Tunisia, il 15 settembre sarà chiamata al voto per le Elezioni Presidenziali. Saranno circa una trentina i candidati che, in queste settimane, stanno alimentando la battaglia durante la campagna elettorale per le presidenziali tunisine.

L'esito si preannuncia incerto e imprevedibile, scrive il settimanale panafricano, Jeune Afrique.

Lo scorso 31 agosto, è stata pubblicata la lista definitiva dei candidati.

Iniziamente previste per novembre, le elezioni sono state anticipate al 15 settembre, dopo la morte, lo scorso 25 luglio, del presidente Béji Caid Essebsi. L'attuale capo del governo, Youssef Chahed, è il candidato del partito centrista Tahya Tounes e per concentrarsi sulla campagna ha delegato le sue funzioni di premier al ministro della funzione pubblica Kamel Morjane. Su Chahed, scive Jeune Afrique,  potrebbero convergere eventualmente il sostegno degli islamisti di Ennahda. Allo stesso tempo ha fatto molto discutere l'arresto, il 23 agosto, di Nabil Karoui, un ricco imprenditore al centro di un'inchiesta per evasione fiscale e riciclaggio di denaro.

Karoui, che qualche mese fa ha fondato il partito Qalb Tounes (cuore della Tunisia) è uno dei candidati alla presidenza più popolari. I suoi sostenitori parlano di un "regolamento di conti pubblici".
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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lunedì 9 settembre 2019

Inchiesta sulla prostituzione in sette paesi africani. Pt.3*










L'inchiesta sulla prostituzione in Africa The last resource è stata realizzata da undici giornalisti dell'African investigative publishing collective (Aipc), che hanno intervistato 226 donne in sette paesi africani.
Queste donne vivono in comunità povere, dove il reddito è inferiore a 1,90 dollari al giorno, e hanno un lavoro regolare, ma quello che guadagnano non basta per pagare le spese o mantenere le famiglie.  Per questo decidono di prostituirsi.  "Se da un punto di vista tecnico si può parlare di lavoratrici del sesso, questa definizione ci è sembrata inadeguata", spiegano i giornalisti che hanno scritto il rapporto. Si trattava piuttosto di sfruttamento violento, perché queste donne erano costrette a "usare il loro corpo come ultima risorsa. I risultati dell'inchiesta, che non ha pretese di scientificità, dovrebbero spingere a realizzare una ricerca più ampia, che indichi ai governi degli obiettivi da perseguire, come smettere di tagliare i fondi pubblici destinati alla salute e alla scuola".


Pubblichiamo oggi la terza e ultima parte dell'inchiesta e delle storie di queste donne.
(Bob Fabiani)



Irresponsabili




"Perché gli uomini, anche quelli delle comunità più povere, hanno sempre soldi da parte per fare sesso a pagamento, mentre le donne sono costrette a prostituirsi? Le risposte sono molte.
"Gli uomini non hanno bisogno di badare ai bambini per ricevere dallo stato dei soldi", sostiene una donna di Moutse. In questa località abbiamo riscontrato casi di padri che hanno avuto figli da donne diverse e che ricevono, al pari delle madri, una parte dei sussidi pubblici destinati ai bambini. Poi ci sono storie come quella di Koulikoro, in Mali. In questa città a sessanta chilometri della capitale Bamako, c'era un'azienda che per quarant'anni ha dato da lavorare alla gente del posto. Ma nel 2009 la fabbrica ha chiuso e dieci anni dopo il governo non ha ancora mantenuto la promessa di aprire nuove attività.

Così la gran parte degli uomini è partita per "destinazioni sconosciuti", come dicono le autorità locale. Le donne, invece, sopratutto quelle con figli, non hanno avuto scelta e sono rimaste.

I risultati dell'inchiesta condotta in questi sette paesi indicano che la cattiva amministrazione dello stato - in particolare nell'ambito della salute, dell'istruzione e della cura degli anziani - è una delle principali cause dell'impoverimento estemo delle donne. Per esempio la Nigeria, un paese ricco di petrolio, ha messo in atto un programma nazionale di assistenza sanitaria, ma oggi solo l'1 per cento della popolazione ne beneficia.

Inoltre non bisogna trascurare altri fattori importanti, come il fatto che pochissimi uomini condividono concretamente il peso della cura dei bambini o delle famiglie, e che ci sono posti dove le regole tradizionali impediscono alle donne di ereditare beni o possedere terre.







Queste regole sono percepite come scogli, ancor più in un contesto sociale dove gli uomini non hanno più il ruolo tradizionale di offrire sostegno e protezione.
"Dicono di essere sempre dei veri uomini, ma sono diventati una versione perversa degli uomini", spiega un ricercatore di Moutse, secondo il quale questi traumi nelle comunità sono ancora una conseguenza del "dolore inflitto dell'apartheid".
Allo stesso tempo la maggior parte delle donne intervistate riconosce che se lo stato funzionasse meglio si potrebbero superare alcune pratiche  obsolete e rimediare ai danni causati dall'abbandono dei padri, per esempio rivolgendosi ai tribunali per le dispute fondiare o per la mediazione familiare.  Molte parlano di  "pagliacci al governo", "politici che non ci rispettano" e "governo corrotti", colpevoli di non fare il loro lavoro in termini di servizi, ordine pubblico e giustizia sociale.

Le autorità nazionali e locali, quando gli si chiede un commento, reagiscono spesso in modo evasivo o non rispondono affatto. In Mali  un responsabile ha parlato vagamente di progetti locali per l'impiego dei giovani, ma non siamo stati in grado di rintracciarli e nessuna delle intervistate ne ha mai sentito parlare.

In Nigeria un responsabile del ministero per i diritti delle donne ha dichiarato che esisteva un budget destinato ai "gruppi vulnerabili", ma poi ha ammesso di non sapere a quanto ammontasse.

Tra le donne intervistate le uniche ad aver dichiarato di essere riuscite a risparmiare con successo, e perfino a costruire delle case per loro e per le loro famiglie, sono alcune nigeriane, che vivono vicino ad attività commerciali e a compagnie petrolifere dove lavorano i bianchi, gli oyinbo. L'oyinbo di Ima, una ragazza di 22 anni, era disposto a pagare l'equivalente del suo stipendio di segretaria, 18mila naira (50 dollari), per essere il suo protettore a tempo pieno. Altre ragazze raccontano di aver ricevuto dai bianchi i soldi per comprare un biglietto per l'Europa, sopratutto da uomini che risiedono stabilmente là e si sono innamorati. Molte sostengono che, se devono prostituirsi, tanto vale farlo in Europa. 

-Fine
(Fonte.:investigativecollective; grandjournal)
Bob Fabiani
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domenica 8 settembre 2019

Quando il "Compagno Bob" (Mugabe) non voleva invitare #BobMarleyAndTheWailers al #ConcertoIndipendenzaZimbabwe, nell'#Aprile1980







Con la scomparsa di Robert Mugabe, avvenuta a Singapore, il 6 settembre scorso, all'età di 95 anni, ex leader dello Zimbabwe, una delle figure complesse e controverse delle lotte di liberazione africane da ascrivere in toto al Panafricanism, riemerge una "storia minore"; una di quelle passate alla storia come le "infamie minori" del "Compagno Bob" : Africaland Storie e Culture africane la ricostruisce brevemente, in questo post.













Nel corso della vita di Mugabe è successo un po' di tutto : in principio era stato universalmente riconosciuto come leggenda mondiale del Panafricanismo ma poi, durante il regno, al vertice dello Zimbabwe durato oltre 40 anni, si trasformò nel simbolo dell'oppressione.

Da sempre amante del britishness - che non disdegnava di portare alla luce quando, faceva ricorso all'eloquio non privo di raffinatezze della lingua dell'oppressiore, ossia dell'ex dominatore britannico - non esitò a farne ricorso nei momenti in cui, dopo la grande vittoria nella lunga lotta di liberazione che condusse all'Indipendenza dello Zimbabwe e chiudeva, per sempre l'era della #Rhodesia; né  una volta diventato padrone assoluto del paese africano. 

In quell'anno, il 1980, fece scalpore in tutta l'Africa e poi nel resto del mondo, lo storcere il naso del "Compagno Bob" che non voleva invitare Bob Marlay, appunto nel 1980, nel mese di Aprile, la stella mondiale e padre fondatore del Reggae, per suonare alla festa dell'Indipendenza.

Chi era il preferito di Mugabe?

Sono circolate - nel tempo - alcune supposizioni, alimentate ad arte dalle malelingue, secondo questi ben informati, egli avrebbe preferito Cliff Richard : melenso cantante pop inglese.
Eppure, se davvero Mugabe avesse avuto voce in capitolo; in solitaria - come poi accadde durante la sua lunga tirrannia - allora, la sua scelta sarebbe caduta su un pianista classico, in modo da mettere una certa netta distanza dai luoghi comuni tribalisti, parte fondamentale della Storia africana.

Per fortuna non accadde nulla di tutto questo anche se poi, lo storico concerto di Bob Marley & The Wailers venne funestato da drammatici incidenti accaduti allo stadio di Salisbury.

Era il 18 Aprile 1980.

Un anno prima, Bob Marley aveva dato alle stampe #SurvivalAlbum : uno dei suoi lavori discografici più politici e inneggianti al Panafricanism.






Zimbabwe (#SurvivalAlbum), la canzone che fece conoscere la lotta di liberazione di Robert Mugabe al mondo



Le cronache che arrivavano dalle parti di Harare - che ancora si chiamava con il nome imposto dai britannici oppressori, ossia, Salisbury - parlano di frenetiche riunioni tra i "compagni" di Mugabe per metterlo al corrente che la scelta migliore per celebrare la Festa d'Indipendenza del nascente Zimbabwe era appunto quella di invitare il cantante giamaicano, Bob Marley.

Qualcuno fece notare al futuro predidente-padrone dello Zimbabwe che, il musicista reggae aveva da poco (appena un anno prima, nel 1979 n.d.t) pubblicato un album-manifesto. Il più politico nella straordinaria carriera del chitarrista che arrivava dalla Giamaica; l'album era già chiaro fin dal titolo : "Survival (Sopravvivenza)".

All'interno dell'album c'era una canzone intitolata "Zimbabwe". Fu grazie a questa canzone che la lotta di liberazione entrò a far parte dell'immaginario mondiale, superando di gran lunga, l'odiato impero britannico.








"No more internal power struggle, we come together to overcome the little trouble,
Soon we'll find out who is the real revolutionary,
because i don't want my people to be country 

                      ***
Niente più lotta per il potere interno, ci riuniamo per superare i piccoli problemi,
presto scopriremo chi è il vero rivoluzionario, perché non voglio che il mio popolo
sia contrario".

- Zimbabwe by Bob Marley -


Conclusioni

A distanza di più di 40 anni si può capire il perché Mugabe non volesse Bob Marley al concerto per la Festa dell'Indipendenza dall'oppressione britannica?

Una possibile risposta è contenuta nelle idee diffuse da Bob Marley anche se, a dire il vero, almeno da queste parti, quando ancora esisteva la #Rhodesia, quelle stesse idee si erano diffuse già sotto il regime di Ian Smith : un tentativo di anticipare i tempi, una sorta di "Woodstock locale", africana.

Ma non venne capita da nessuno e presto liberata come una pericolosa distrazione dalla cieca obbedienza che in realtà divenne sottomissione e, per imporla, il "Compagno Bob" - una delle  grandi illusioni del marxismo pan-africano - non esitò a fare ricorso alla soppressione di massa, una delle tragedie più amare dell'intera Africa; né poteva comprenderla Robert Mugabe già concentrato a prendersi tutto il potere che non avrebbe più lasciato se non nel 2017 (due anni prima di morire) in un chiacchierato golpe militare che, attualmente, ha portato al vertice dello Zimbabwe, Emmanuel Mnangagwa, un tempo suo vice (è lui che sopprsse oltre 20mila cittadini) e ora suo successore.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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