Le pubblicazioni e gli approfondimenti di questo blog su tutto ciò che ruota attorno alla grave
pandemia da
coronavirus continuano : oggi, allarghiamo ancora un po' il campo e la lente di ingrandimento sul "dopo quarantena"
.
La domanda di fondo è una soltanto : dopo che le varie autorità, in tutto il mondo - a partire dal
Continente Nero - hanno adottato misure severe e restrittive che vanno dalla
quarantena, il
lockdown e il
coprifuoco nel tentativo di sconfiggere il
COVID-19, cosa dobbiamo aspettarci per il "dopo epidemia"?
Indubbiamente è ancora presto per capire quali saranno gli effetti politici ed economici a lungo termini della pandemia. Tuttavia, ci sono già alcuni insegnamenti da trarre.
Scopriamoli insieme in questo post.
(Bob Fabiani)
-
Il ritorno di uno stato forte*
Viviamo giorni strani. Non sappiamo né quando né come finirà la
pandemia di
COVID-19. In questo momento possiamo solo immaginare
gli effetti che avrà in termini politici ed economici sul lungo periodo. La posizione degli
storici è chiara : le
epidemie sono eventi, non tendenze. Come ha sottolineato lo
storico della
medicina Charles Rosenberg, "le epidemie cominciano in un dato momento, si sviluppano in una porzione di tempo e spazio limitata, seguono un percorso fatto di tensioni e rivelazioni crescenti, innescano una crisi collettiva e individuale e poi si avviano alla conclusione".
Secondo
Rosenberg le
epidemie esercitano sulle società colpite una forte pressione, che porta alla luce strutture nascoste.
Dunque rappresentano un campione per l'analisi sociale, perché rilevano quali sono le priorità e i valori reali della popolazione.
Ogni
epidemia conosciuta è stata inquadrata e spiegata non solo come una
crisi sanitaria, ma anche come una
crisi morale. Alcuni gruppi sociali sono stati incolpati per la comparsa e la diffusione delle malattie. Lo stesso è accaduto con il
COVID-19 in tutto il mondo, in
Europa come in
Africa e, prima ancora in
Cina - dove tutto è iniziato alla fine del
2019 - senza tralasciare l'
America.
Al momento è presto per trarre conclusioni sulle conseguenze durature di una
crisi globale appena cominciata, ma ci sono già
sette lezioni che possiamo imparare.
La prima è che la
pandemia porterà al
ritorno di uno
stato forte. Dopo la crisi finanziaria del
2008, molti osservatori credevano che la diffidenza nel mercato avrebbe rafforzato la fiducia nel governo. L'idea non era nuova : nel
1929, dopo l'inizio della grande
depressione, la popolazione aveva chiesto un maggiore intervento dello stato nper bilanciare le perdite del mercato. Negli anni
settanta accadde il contrario : la popolazione, delusa dal governo, cominciò a credere di nuovo nel mercato. Il paradosso della
recessione del
2008 è che la sfiducia nel mercato non ha portato alla richiesta di una maggiore presenza dello stato. Oggi con il
COVID-19 c'è un grande ritorno dello stato. La gente si è affidata allo stato per organizzare una difesa collettiva contro la
pandemia e salvare l'
economia. L'efficacia
dei governi si misura in base alla loro capacità di cambiare il comportamento quotidiano delle persone. E in questa crisi, l'
inattività delle persone è l'azione più visibile.
La seconda lezione è che il virus fornisce l'ennesima dimostrazione della
mistica dei confini e contribuirà a
rafforzare il ruolo dello
stato-nazione dentro l'
Unione Europea e, da questo punto di vista è emblematico il
"caso dell'Ungheria".
I governi europei stanno già
chiudendo le
frontiere tra loro e si stanno concentrando sui propri cittadini. In circostanze normali gli stati dell'
Unione non farebbero distinzione tra le nazionalità dei pazienti all'interno dei sistemi sanitari, ma in questa crisi presumibilmente daranno la priorità ai propri cittadini rispetto agli altri (non mi riferisco ai
migranti di altre regioni del pianeta, ma ai cittadini di altri paesi dell'
Unione Europea n.d.t).
Il virus rafforzerà il
nazionalismo, non quello
etnico, ma un tipo di
nazionalismo territoriale. Le persone che all'interno di un paese si spostano dalle aeree più colpite dal virus sono sgradite come qualunque straniero. Il governo chiederà di
costruire muri non solo tra gli stati, ma anche tra gli individui : il pericolo maggiore non è rappresentato dallo straniero, ma dal vicino di casa.
La terza lezione del
coronavirus è legata alla
fiducia degli
esperti. La crisi finanziaria del
2008 e quella
migratoria del
2015 avevano generato una forte
ostilità verso gli esperti, e il grido vincente dei
populisti era "Non ci fidiamo di loro". Ma le persone tendono a fidarsi degli esperti e della
scienza quando è in gioco la vita. Possiamo già notare la crescente
legittimità conferita ai professionisti che guidano la battaglia contro il virus. Il ritorno dello stato è reso possibile dal ritorno della fiducia negli esperti.
La quarta lezione è aperta all'interpretazione, ma è comunque molto importante.
Il
coronavirus potrebbe
alimentare il fascino del tipo di
autoritarismo tecnologico adottato dal governo
cinese. Si può criticare
Pechino per la mancanza di trasparenza che l'ha fatta reagire lentamente alla diffusione del virus nel dicembre del
2019, ma l'efficienza della sua risposta e la sua capacità di
controllare i movimenti e i comportamenti delle persone sono state impressionanti. I cittadini paragonano le azioni dei loro governi a quelle degli altri governi. Non dovremo stupirci se alla fine dell'emergenza la
Cina sarà percepita come
vincitrice e gli
Stati Uniti come
perdenti. La crisi, inoltre, provocherà un'escalation dello scontro tra
Pechino e
Washington. I mezzi d'informazione
statunitensi danno la colpa alla
Cina (e, in verità non solo quelli
statunitensi n.d.t) per la diffusione del
coronavirus, mentre
Pechino cerca di sfruttare i
fallimenti delle
democrazie occidentali per rivendicare la superiorità del suo modello.
-Farsi prendere dal panico
La quinta lezione riguarda la gestione della crisi. Gli attentati
terroristicila crisi
economica e quella
migratoria hanno convinto i governi che il
panico è il loro maggior nemico. Se dopo un attentato la gente evitava di uscire di casa, faceva il gioco dei
terroristi.
E in molti casi un cambiamento nelle abitudini ha aumentato il costo della
crisi finanziaria del
2008. Per questo nella fase iniziale dell'
epidemia le autorità e i cittadini hanno regito con messaggi che puntavano a "mantenere la calma", "continuare a vivere come prima", "ignorare il rischio" e "non esagerare". Ora i governi devono dire ai cittadini di cambiare atteggiamento e restare a casa. Il successo dei governi dipende dalla loro capacità di
spaventare la popolazione per convincerla a rispettare le
nuove regole.
"Non fatevi prendere dal panico" è un messaggio sbagliato per la crisi del
COVID-19.
Per contenere la
pandemia, la gente deve farsi prendere dal panico e cambiare drasticamente il proprio stile di vita (ma ci sono aree nel mondo dove la
quarantena e il cosiddetto
lockdown non è possibile applicarlo come abbiamo scritto ieri in questo blog dopo, il grido di dolore del
Premio Nobel 2018 Denis Mukwege; a proposito delle
bidonville nelle metropoli
africane n.d.t). Mentre tutte le altre crisi del
ventunesimo secolo - l'
11 settembre
2001, la
grande recessione, le
migrazioni - sono state guidate dall'angoscia, quella attuale è guidata dalla
paura. Le persone temono per la propria vita e per quella dei loro familiari. Ma fino a quando potranno restare a casa?
La sesta lezione è che questa crisi avrà grandi conseguenze sulle dinamiche tra le generazioni. Nel dibattito sul
cambiamento climatico le nuove generazioni criticano quelle precedenti accusandole di non preoccuparsi abbastanza del futuro.
Il virus ha ribaltato la dinamica : gli esponenti più
anziani della società sono più vulnerabili e si sentono minacciati dalla scarsa disponibilità dei
millennial a cambiare abitudini. Il
conflitto generazionale potrebbe intensificarsi se la crisi durerà a lungo. Il classico incubo del
ventesimo secolo era una
guerra nucleare che minacciava di uccidere quasi tutti simultaneamente. Nel caso del
COVID-19, invece, i
giovani che vanno a una festa rischiano di ammalarsi per una settimana, mentre i genitori rischiano di morire (anche se questa fase un po' ovunque, seppure con differenti tempistiche è ormai una questione superata ... ma come dire ... potrebbe facilmente ripresentarsi in una ipotetica
prossima ripresa ... e, in questo senso appare emblematico l'esempio di
Hong Kong che crederva di aver sconfitto la
pandemia aprendo nuovamente la città e l'isola e, immediata è ripresa la
curva dei
contagi ben
80 in un giorno).
L'ultima lezione è che a un certo punto i governi saranno costretti a
scegliere tra
contenere la malattia al prezzo di una
distruzione totale dell'
economia o tollerare un maggior costo
umano per
salvare l'
economia. Qualcuno potrebbe pensare che a lungo termine i danni di un'
economia paralizzata sarebbero peggiori del rischio di un più ampio
contagio.
E' ancora presto per prevedere le conseguenze politiche a lungo termine. Ma è già chiaro che questo è un virus
antiglobalizzazione e che l'apertura dei confini e l'interazione tra le persone saranno considerate una delle cause della
catastrofe. Storicamente un aspetto drammatico delle
epidemie è il desiderio di
assegnare le
responsabilità. Dagli
ebrei nell'
Europa medievale ai venditori di carne nei
mercati cinesi, bisogna sempre
incolpare qualcuno, sfruttando le
divisioni sociali esistenti basate su
religione,
etnia,
classe e
idenmtità di genere.
La crisi del
COVID-19 ha giustificato i timori di chi si oppone alla
globalizzazione : gli aeroporti chiusi e l'autoisolamento appaiono come il
punto zero della
globalizzazione. Paradossalmente il modo migliore di contenere la crisi delle
società individualistiche è chiedere alle persone di chiudersi in casa. Il
distanziamento sociale è una nuova forma di
solidarietà. Ma la spinta
antiglobalista potrebbe indebolire i
popolusti, cher anche quando cologono il problema
non hanno una soluzione.
Donald Trump potrebbe
perdere le
presidenziali 2020 (di novembre) proprio a causa dell'ondata contro la
globalizzazione che lui stesso ha sostenuto, sconfitto da un virus che viene dalla
Cina e ha il nome di una birra
messicana (informiamo i lettori che nei prossimi giorni pubblicheremo una lunga inchiesta sulla totale inadeguatezza e impreparazione di
#TheDonald sulla crisi da
coronavirus n.d.t).
Resta da capire in che modo la crisi influirà sul futuro del
progetto europeo. La
pandemia ha rimodellato la risposta usata dall'
Unione in tutte le crisi affrontate nell'ultimo decennio. La disciplina fiscale non è più un imperativo economico e al momento non c'è un governo europeo favorevole all'
apertura delle
frontiere ai
profughi.
Ma è chiaro che, alla fine, il
coronavirus metterà in discussione alcuni presupposti su cui è stata
fondata l'
Unione Europea.
Ciò cche non avevamo previsto, come scrisse il
poeta Stephen Spender tanto tempo fa, è "l'usura del tempo/e il passaggio di storpi/con arti a forma di domanda".
*Ivan Krastev dirige il Centre for liberal strategies di Sofia.
(Fonte.:newstesman)
Bob Fabiani
Link
-www.newstatesman.com