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lunedì 6 novembre 2017

La tradizione orale nello studio della storia dell'Africa (Quinta e ultima parte)


 




Quinta e ultima parte dedicata alla storia delle Tradizioni orali nella letteratura dell'Africa: oggi ci soffermeremo sulla "questione della tradizione orale nello studio della storia dell'Africa" in quale misura ha cambiato l'approccio al lavoro delle nuove generazioni di Romanzieri africani e, cercheremo di ricostruire come questa particolare materia ha finito per interessare gli studiosi di tutto il mondo.

Prima del dopoguerra con l'"Africanizzazione" della Storia dell'Africa, la Tradizione orale era stata solo oggetto di interesse per pochi studiosi ed elemento di curiosità per qualche amministratore coloniale, senza avere però alcuna dignità storica.
Lo studio della Tradizione orale africana ha introdotto nuove prospettive nella Storia dell'Africa ed ha un approccio metodologico innovativo. Pioniere di questi studi è stato lo storico e antropologo belga Jan Vansina, che con i primi studi della Tradizione orale negli anni'50 del Novecento, ha dato legittimità alla Tradizione orale per lo studio della storia africana, prima ritenuta una fonte non attendibile.
Ma cosa comporta studiare (senza ordini precostituiti ... evidentemente) la tradizione orale africana quali sono i "passaggi necessari" per riuscire nell'intento di uno studio rigoroso di questa affascinante materia?
Esistono alcuni accorgimenti necessari che oggi sono a disposizione di tutti coloro che hanno voglia di addentrarsi in questa materia affascinante e antichissima. Per studiare la Tradizione orale africana è necessario verificare prima l'attendibilità delle informazioni; per farlo è necessario considerare tre elementi:
  • informatore, colui che tramanda la tradizione; può essere un tradizionalista specializzato, quindi molto attendibile, ma può anche essere un artista, un griot o altro, quindi anche meno attendibile;
  • testimonianza, una stessa sequenza di avvenimenti su un avvenimento, fenomeno o altro; per ogni storia vi possono essere molteplici testimonianze distinte;
  • catena di informatori, la catena di informatori che attraverso le generazioni hanno tramandato la testimonianza; è essenziale una approfondita analisi della catena per verificare che all'origine vi sia una fonte attendibile (testimonianza oculare) o meno. 


Gli studi della Tradizione orale richiedevano una vasta raccolta di tradizioni e testimonianze sul campo, nell'ambito della stessa civiltà oggetto di studio, con un approccio interdisciplinare aperto in particolare ad etnologici, linguisti e glottologi; era infatti importante conoscere bene il contesto sociale in cui veniva tramandata una tradizione, nonché era necessaria una adeguata compressione dei miti e racconti tramandati, il cui linguaggio è spesso metaforico e si presta a molteplici letture, oltre a presentare numerosi arcaismi. 
L'approccio storico degli africanisti negli anni'60 e '70 è stato fortemente influenzato da questi primi studi, e rivolto proprio in prevalenza alla registrazione, catalogazione, analisi ed interpretazione della Tradizione orale, nella coscienza che il patrimonio orale africano stava estinguendosi.
Questo studio della Tradizione orale ha consentito agli africanisti di studiare il passato dell'Africa, analizzando le origini e le migrazioni dei popoli, i regni precedenti e contemporanei ai primi contatti con gli europei, i modelli di vita, lo svolgimento della vita tradizionale etc; sono stati inoltre ricostruite con molta precisione le genealogie delle famiglie nobili, gli elenchi dei re etc, il tutto solo grazie al ricorso alla memoria dei tradizionalisti, con qualche aiuto da parte dell'archeologia. 


-Bibliografia

Concludiamo questa serie di articoli sulla Tradizione orale africana suggerendo una serie di libri assolutamente fondamentali per chi volesse approfondire questo aspetto della storia della Letteratura africana.


  • Jack Goody, L'ambivalenza della rappresentazione, Milano - Feltrinelli, 1997
  • Jack Goody, Il potere della tradizione scritta, Torino - Bollati Beringhieri, 2002
  • Paul Sébillot, La littérature orale de la Haute-Bretagne , Paris - Maisonneuveet Larose, 1881
  • Paul Zumther, La presenza della voce. Introduzione alla poesia orale, Bologna - Il Mulino, 1984
(Fonte.:reuvenoire;chimurenga;presenceafricaine)
Bob Fabiani
Link
-www.reuvenoire.com;
-www.chimurenga.co.za;
-www.presenceafricaine.com

domenica 5 novembre 2017

Quel futuro sospeso (e incerto) che attende il Kenya dopo il 26 ottobre.





Dopo l'annullamento delle elezioni dell'8 agosto 2017 causa brogli per il Kenya si apriva in modo "ufficiale" un lungo periodo di instabilità e incertezza che va a tutto svantaggio dei keniani. Quel giorno di agosto si sarebbero dovute svolgere e portare a compimento le elezioni presidenziali keniane dove, come avviene un po' in ogni angolo del Continente nero, meglio noto con il nome di Africa; chi detiene il potere non vuole lasciarlo per nessuna ragione al mondo, in questo caso è Uhuru Kenyatta che ha fatto in modo e in maniera di restare in sella anche e sopratutto l'"election day-bis" quello andato in scena il 26 ottobre 2017 dove in pratica sulla scheda elettorale, i keniani, hanno trovato il suo nome che risaltava in splendida solitudine...certificando, di fatto, un lungo percorso incerto per il paese africano. 
Perché il nome del presidente uscente - appunto quello di Uhuru Kenyatta - era l'unico che i keniani potevano votare in queste elezioni-bis?
Una volta accertato che le elezioni presidenziali dell'agosto scorso furono elezioni sostanzialmente "truccate" - nel senso che i brogli erano cosa nota - e incentrate nell'ennesima prova di forza da chi deteneva il potere e per questo riusciva a "modellarsi la contesa elettorale a sua immagine e somiglianza", erano state dichiarate nulle. A ridosso dell'annullamento del voto presidenziale dell'8 agosto scorso, tutti pensavano che fosse stata centrata una grande vittoria da parte delle opposizioni in Kenya. 
Ma le cose non stavano in questi termini se, a pochi giorni dall'elezione-bis - andata in scena giovedì scorso 26 ottobre - il candidato dell'opposizione Raila Odinga, con un colpo di teatro dichiarava di ritirarsi dalla contesa elettorale.


-Kenya diviso a metà (e sull'orlo del baratro)

In queste condizioni si arrivava dunque al giorno del bis dell'elezione presidenziale. E le cose non sono andate per il verso giusto, per una serie di fatti. Le operazioni di voto di giovedì scorso sono state accompagnate da violenze diffuse in tutto il paese africano. Sono stati episodi gravi e tra questi, i più cruenti si sono registrati nella provincia occidentale di Nyanza, roccaforte Nasa (la compagine dell'opposizione). Qui, almeno quattro manifestanti sono rimasti sul selciato dopo gli scontri mortali con le forze dell'ordine (schierate massicciamente e fedelissime all'attuale presidente rieletto). Altri dimostranti sono stati giustiziati dalla polizia a Kisumu, peraltro epicentro delle proteste anti-Kenyatta. Anche a Homa Bay e Bungona si sono registrati dei decessi anche se la dinamica dei fatti, non ha ancora stabilito se sia trattato di scontri con le forze dell'ordine oppure invece, se sia trattato di disordini causate da qualcuno che abbia agito in sostegno di Kenyatta, il presidente rieletto...per mancanza di avversari.

Tutto questo avveniva a una ventina di chilometri a Sud-Est della capitale Nairobi. 

In questa situazione confusa e allarmante dove appariva chiaro che qualunque fosse stato l'esito di un "voto monco", l'elezione-bis aveva già emesso il suo inequivocabile verdetto: questa ripetizione delle presidenziali (andate in scena il 26 ottobre 2017 n.d.r) certifica che la democrazia in Kenya è all'angolo e brancola pericolosamente verso altre forme che, non promettono nulla di buono per i keniani; c'era un altro dato che non può essere né contraddetto né sottovalutato  dal presidente (rieletto) Kenyatta: l'astensionismo dei cittadini elettori. Mentre l'8 agosto 2017 avevano votato oltre l'80% degli aventi diritto al voto, il 26 ottobre 2017, giorno dell'elezione-bis, il dato scendeva a un drammatico 38%. Questi dati - che certificano un fallimento senza appello - erano stati diffusi nell'immediato dopo-voto (il giorno seguente) dalla Commissione elettorale keniana. 
Tutte le incertezze sono racchiuse in questi dati e da soli sembrano allarmare l'intera comunità keniana perché, appare chiaro che da qui in avanti la situazione può evolvere in qualsiasi direzione ma non certo a favore dei cittadini. Non ci saranno soluzioni indolori. Le richieste di cambiamento e di sviluppo invocate dai cittadini non sono all'ordine del giorno dell'agenda presidenziale di Kenyatta, il quale si appellerà al fatto che è stato rieletto con il 98% dei voti...della minoranza che ha partecipato all'elezione-bis.

Quale conseguenze può portare questa situazione e che cosa accadrà ora in Kenya?

Procediamo con ordine e riannodiamo tutti i fili in nostro possesso di questa gravissima crisi istituzionale nel cuore dell'Africa. Torniamo per un attimo al leader dell'opposizione, Raila Odinga che dopo aver deciso di ritirarsi dalla contesa dell'elezione-bis, nelle stesse ore di quel 26 ottobre 2017, ha invitato i suoi sostenitori a "rimanere a casa" e "pregare" per quelle che ha descritto come una "mascherata elettorale". Secondo Odinga, non esistevano le condizioni per un voto credibile e trasparente ma, tuttavia, la sua scelta di abbandonare la "contesa elettorale-bis", non ha giovato a nessuno e, paradossalmente ha spianato la strada al presidente rieletto con appena il 38% dei voti e, al tempo stesso condannando il Kenya al salto nel buio. Dietro l'angolo per il paese africano potrebbe materializzarsi l'incubo della guerra civile. 
Tuttavia, resta il grave "colpo di mano" di Uhuru Kenyatta che ha calpestato la Costituzione e la speranza di cambiamento per le nuove generazioni di keniani. La situazione sociale del paese africano pare immobile: i problemi causati dalla frustrazione e l'emarginazione non sono state mai risolte né affrontate.
Il Kenya ha vissuto dopo l'avvento dell'Indipendenza (era il 1963 n.d.r) sotto la guida con tre presidenti (su un totale di quattro n.d.r) provenienti dai gruppi etnici Kikuyu, che dominano anche l'economia del paese.
A fronte di questo, il presidente IEBC - la Commissione elettorale del Kenya - in qualche modo aveva ammesso che la Commissione, non poteva garantire un voto credibile, rafforzando dunque la decisione di Odinga di boicottare le elezioni-bis.
Se la rielezione di Uhuru Kenyatta porterà a conseguenze estreme lo diranno le prossime settimane e mesi, intanto ha prodotto già il primo risultato: la "sistemazione" della Corte suprema keniana. Sono entrate in vigore dallo scorso 3 novembre 2017 gli emendamenti alla legge elettorale che fanno parte di quelle "conseguenze radicali pro-Kenyatta" che riducono i poteri della Corte suprema mentre rafforzeranno quelli della Commissione elettorale. La soluzione era stata decisa d'imperio dal parlamento kerniano nello scorso mese di ottobre e aveva prodotto la definitiva rottura tra il presidente in carica Uhuru Kenyatta è l'opposizione guidata dal suo storico avversario, Raila Odinga.
A fronte dello storico annullamento dell'elezione presidenziale dell'8 ottobre 2017, causa "palesi irregolarità" accertate dalla Corte suprema ecco che ora si decide di "sistemare e normalizzare" questa istituzione non senza qualche remora per le sorti della democrazia in Kenya. Secondo le nuove regole, chiunque d'ora in poi denunci brogli e irregolarità nelle operazioni di voto (in pratica ciò che sosteneva il ricorso di Odinga n.d.r) dovrà dimostrare che esse abbiano alterato l'esito del voto.
Una decisione che rischia da sola di rendere la convivenza in Kenya (politica e sociale) davvero difficile ed esplosiva. La risposta di Odinga non si è fatta certo attendere. Sempre nella giornata del 3 novembre 2017 Odinga ha dato seguito ai propositi di boicottaggio delle aziende riconducibili al presidente o considerate a lui vicine: il leader della Super alleanza nazionale (Nasa) ha dunque invitato i suoi sostenitori a colpire tre delle maggiori aziende del paese: la società casearia caseificio Brookside (di proprietà della famiglia Kenyatta n.d.r), il produttore di olio da cucina Bidco e la compagnia di telefonia mobile Safaricom.        
Come superare queste pericolose fratture politiche?
La soluzione potrà avvenire solo se Uhuru Kenyatta saprà tendere una mano nei confronti dei suoi avversari ma siamo nel campo delle ipotesi irrealizzabili. Dietro l'angolo per il Kenya si intravede un periodo di grave instabilità (proprio a causa di queste fratture) e che potrebbero essere il preludio per l'ennesima soluzione muscolare e militare. In pratica Uhuru Kenyatta si chiuderà ancora più massicciamente nel "fortino del comando presidenziale" senza esitare a schierare l'esercito pur di ristabilire una "qualsiasi pace sociale".
Ancora una volta, in Africa, preverrà l'interesse  dell'"uomo solo al comando" a danno dell'intera comunità.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
Link
-www.jeuneafrique.com/politique/presidentielle-au-kenya-retour-en-images-sur-une-journee-de-violences
      

sabato 4 novembre 2017

Sankara Speech, Addis Abeba, 1987, Vertice dell'Organizzazione per l'Unità africana (Oua)


 






Alcuni mesi prima di essere barbaramente assassinato Thomas Sankara parlò - in un memorabile discorso di alcuni dei problemi "centrali" che a suo giudizio, non consentivano all'Africa di poter decidere liberamente del proprio futuro. Era il lascito drammatico del colonialismo che sotto "altre spoglie" continuava quell'opera di "oppressione" tanto da rendere il Continente nero per sempre "dipendente dalle potenze imperialiste". 
Era uno dei passaggi centrali del suo messaggio che, dal piccolo Burkina Faso stava mettendo in serio dubbio la dominazione delle Potenze colonialiste quelle della civilissima Europa. Partiva da qui lo stupendo messaggio di speranza e di cambiamento che Sankara aveva sviluppato in quella rivoluzione che tutta l'Africa e il resto del mondo imparò a conoscere con il nome di "Rivoluzione burkinabé". 
Anche dopo la morte violenta del "Capitano Sankara", il popolo dell'ex Alto Volta non lo ha dimenticato quando si è trattato di presentare il conto contro il "vero nemico del popolo" che, in un giorno di metà ottobre del 1987 (il 15 per l'esattezza) organizzò uno spietato golpe per abbattere, rovesciare e zittire colui che aveva rappresentato la "coscienza ribelle dell'Africa". 
L'occasione capitò molti anni dopo quella giornata amara. Il Burkina Faso ha dovuto convivere con tutti mali che Sankara aveva denunciato e combattuto ma che, inevitabilmente - grazie al suo carnefice Blaise Compaoré - avevano finito per condannare alla povertà l'intera comunità attraverso una lunga scia di soprusi e corruzione del tutto inaccettabile. Non poteva durare in eterno e non durò. Il regome di Compaoré entrò in crisi quando comparve sulla scena politica e sul fronte della mobilitazione, il movimento Balai Citoyen (letteralmente "La scopa dei cittadini" n.d.r). Si tratta di un movimento della società civile che partecipò all'opposizione del despota e padrone del Burkina Faso per indurlo a lasciare finalmente il potere dopo oltre 25 anni di regime dittatoriale utili solo a ribaltare quelle che erano state le intuizioni e le riforme di Sankara.
Il Balai Citoyen è stato fondato nell'estate del 2013 da artisti-attivisti : il musicista reggae e conduttore radiofonico Sams'K Le Jah e il rapper-attore Serge Bambara - meglio conosciuto col nome d'arte Smockey. 
Circa un anno dopo la nascita di questo movimento, nel mese di ottobre 2014 fu in grado di dare il supporto alla "seconda rivoluzione burkinabé"; del resto la motivazione primaria che spinse gli attivisti e gli artisti a fondare Balai Citoyen consisteva dalla totale condivisione "Sankarist" ossia, recuperando l'eredità e gli ideali che indussero Thomas Sankara a parlare quel giorno del 1987 al vertice di Addis Abeba (Etiopia) in occasione della riunione dell'Organizzazione per l'Unità africana (Oua). 

AfricaLand Storie e Culture Africane riporta quello storico intervento in modo che le nuove generazioni che non hanno avuto la possibilità di conoscere e ascoltare questo discorso e in generale quelli che erano i dettami di quella "Rivoluzione Burkinabé" che scosse le coscienze dell'intera Africa ponendo l'accento sulla questione ancora oggi attualissima, ossia quell'idea del "Capitano Sankara" secondo cui l'"Africa non doveva pagare il debito estero" aggiungendo subito dopo che il "Continente non compri più armi".
(Bob Fabiani)



                                                  SANKARA SPEECH


-L'Africa non paghi il debito estero e non compri più armi*
Addis Abeba, 1987, vertice dell'Organizzazione per l'Unità africana (Oua)

"Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalle origini. Quelli che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato l'Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito, dunque non possiamo pagarlo.**
Il debito, inoltre, è anche legato a meccanismi neocoloniali; i colonizzatori si sono trasformati in assistenti tecnici ... o dovremmo dire assassini tecnici, e ci hanno proposto dei meccanismi di finanziamento con i finanziatori, i bailleurs de fonds, un termine continuamente usato : come se ci fossero "uomini il cui sbadiglio (baillement in francese ...) bastasse a creare lo sviluppo nei nostri paesi! (Risate).
I finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei vantaggi finanziari. Così ci siamo indebitati per decenni e per decenni abbiamo rinunciato a soddisfare i bisogni delle nostre popolazioni. Il debito nella sua forma attuale, controllato e dominato dall'imperialismo, è una riconquista coloniale organizzata con perizia, affinché l'Africa, la sua crescita, il suo sviluppo, obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, e che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo, o peggio, scjiavo tout court, di quelli che hanno avuto l'opportunità, l'astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi con l'obbligo di rimborsarli. Ci si dice di rimborsare il debito. Ma non si tratta di una questione morale: qui  non è in gioco il cosiddetto 'onore'. Signor presidente, abbiamo ascoltato e applaudito il primo ministro di Norvegia che ha parlato qui ieri; anche lei, che è europea, ha detto che il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi.
Quelli che ci hanno portato all'indebitamento hanno giocato, come al casinò: finché ci guadagnavano tutto bene; adesso che hanno perduto al gioco, esigono che li rimborsiamo... 
Non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito, né dobbiamo, non essendone responsabili (...).
Quando si parla oggi di crisi economica, si dimentica di dire che la crisi non è venuta dal nulla, esiste da sempre, e andrà avanti sempre più mano a mano che le masse popolari diventeranno più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori.
C'è crisi oggi perché le masse rifiutano la concertazione delle ricchezze nelle mani di qualche individuo. C'è crisi perché qualche individuo deposita in banche all'estero somme che basterebbero a sviluppare l'Africa. C'è crisi perché di fronte a quelle enormi ricchezze individuali le masse popolari non ci stanno più a vivere in ghetti e aeree fatiscenti. C'è crisi perché i popoli dappertutto si rifiutano di essere dentro Soweto a guardare Johannesburg. Ci sono dunque lotte, che inducono all'inquietudine i detentori del potere finanziario. Ci viene chiesto di essere complici nella ricerca di meccanismi di equilibrio: equilibrio in favore di chi ha il potere finanziario, equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No, non possiamo essere complici!
No, non possiamo accompagnare il passo assassino di chi succhia il sangue dei nostri popoli (...). 
Si sente parlare di Gruppo dei 5, Gruppo dei 7, magari Gruppo dei 100 e chissà altro ancora. E' davvero tempo di creare il nostro club, il nostro gruppo: facciamo sì che da oggi Addis Abeba diventi la sede di un nuovo club, il Fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E' nostro dovere proclamare di fronte a tutti che nel nostro rifiuto di pagare il debito non ci sono intenti bellicosi; al contrario, c'è un intento amichevole e fraterno, quello di dire come stanno le cose. Le masse popolari europee non sono opposte a quelle africane, anzi quelli che vogliono sfruttare l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa. I nemici sono comuni. Il nostro club di Addis Abeba dovrà di re a tutti "il debito non sarà pagato" (...).
Impegnamoci molto saggiamente a ricercare delle soluzioni; facciamo sì che altre conferenze spieghino con chiarezza che non possiamo pagare il debito. Dobbiamo dirlo tutti insieme, perché individualmente andremo a farci assassinare. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il suo debito, io non sarò qui alla prossima conferenza (risate); ma con il sostegno di tutti - e ne ho bisgogno (applausi) - potremo evitare di pagare. Ed evitare di pagare di pagare è una condizione sine qua non perché possiamo provvedere al nostro sviluppo.
Ma non posso terminare senza sottolineare che ogni volta che un paese africano acquista armi, è contro gli africani. Quando nel lasciare la risoluzione di non pagare il debito, dobbiamo contestualmente trovare una soluzione al problema degli armamenti (...).
Cari fratelli, con la collaborazione di tutti possiamo arrivare alla pace fra noi. E potremo utilizzare le nostre immense possibilità di sviluppare l'Africa. Il nostro suolo, il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia, abbiamo un mercato, abbiamo sufficienti capacità intellettuali per creare e utilizzare la tecnologia e la scienza che non mancano (...).
Facciamo sì che a partire dal Fronte unito di Addis Abeba contro il debito si decida di frenare la corsa agli armamenti fra paesi deboli e poveri (...).
Facciamo sì inoltre che il mercato degli africani sia davvero il mercato degli africani: produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo ciò di cui abbiamo bisogno, e consumiamo quello che produciamo, invece di importare! (...).
La 'Patrie ou la mort, nous vaincrons!'" (Applausi)
-Thomas Sankara-

NOTE

* In un discorso con punte di umorismo, accompagnato da applausi e risate degli incravattati capi di stato africani, Thomas Sankara vestito con il Faso dan Fani  - cotone del suo paese, il Burkina Faso -, espone e motiva la proposta del piccolo paese africano di creare un Fronte unito di Addis Abeba contro il pagamento del debito estero. Rilanciando in grande stile tutti i capisaldi della "Rivoluzione Burkinabé" che, a sua volta, prendeva spunto dai dettami del "Panafricanismo". Nell'occasione, non risparmia tuttavia stoccate ai governanti che accumulano ricchezze all'estero e condanna lo scandaloso acquisto di armi da parte dei paesi africani. Infine invita l'Africa a produrre invece di importare, accettando di di vivere degnamente all' africana.

** Il Burkina Faso in realtà era uno dei paesi meno indebitati d'Africa, anche grazie alle politiche di contenimento delle importazioni e all'austerità di bilancio autoimposta. Il servizio del debito costituiva solo il 2,5% del Pil. 
(Fonte.:jeuneafrique;thomassankara30ans)
Bob Fabiani
Link
-www.jeuneafrique.com;
-www.thomassankara30ans.net               
  

giovedì 2 novembre 2017

Inchiesta sul BLM-Black Lives Matter





Parte Prima : Quale futuro per il BLM al tempo dell'America di Trump?


Il Movimento Black Lives Matter è nato all'indomani dell'assoluzione dell'agente George Zimmerman, poliziotto che uccise l'afroamericano Trayron Martin : era il luglio 2013. La comunità afroamericana - suo malgrado - sentì il bisogno di tornare a coalizzarsi (dando vita a un movimento collettivo) per far risuonare la voce e il grido di dolore contro i soprusi, gli arresti illegali e le cruente uccisioni ad opera delle forze dell'ordine sebbene, in quei frangenti, alla Casa Bianca ci fosse il primo presidente nero e afroamericano della storia degli Stati Uniti : Barack Obama. 
In quel luglio 2013 la rabbia della "comunità black" esplose anche per via del fatto che, sostanzialmente, l'agente Zimmerman fu graziato dai giudici.

Era la solita storia che si ripeteva (e si ripete) con disarmante continuità: non esistono tutele né diritti per gli afroamericani e, certamente dato che, all'epoca dei fatti si stava entrando nella "parabola finale" del secondo mandato presidenziale di Obama l'intera comunità black iniziò a prendere in considerazione di tornare a "muoversi collettivamente". Nacque dunque così, in quei giorni amari di quel luglio di quattro anni fa, l'esigenza di "chiamare a raccolta" tutti coloro che, essendo neri e afroamericani  "non potevano più tollerare" la miserabile condizione di essere e sentirsi "cittadini di serie B". Era del tutto disarmante dover ammettere che la condizione di vita della "comunità black" era presa di mira (in un disgustoso gioco al massacro a sfondo razziale n.d.r) dalla polizia americana e, che quelle "esecuzioni" fossero il sentore che qualcosa stava cambiando nel cuore profondo degli Stati Uniti che stava di nuovo montando quella spirale disgustosa, inaccettabile dell'"odio razziale" da parte di quell'"America bianca" - da sempre vicina alle posizioni della "estrema destra americana" ma non per questo del tutto rifiutate dal vecchio Gop, quel Partito Repubblicano Americano che non aveva né accettato né metabolizzato l'elezione di Obama come presidente degli Stati Uniti. 
Appariva chiaro che l'aver portato Obama alla Casa Bianca non aveva risolto un problema di fondo, una realtà in cui l'America, gli States sapevano (e sanno) di dover fare i conti : la "questione razziale". 
Intendiamoci una volta per tutte : se sei nato in America e sei un cittadino afroamericano, ispanico, caraibico o di qualsiasi altra etnia sai perfettamente di essere un "soggetto maltollerato" da parte di quell'America bianca, razzista da sempre favorevole alle "vecchie pratiche degli Stati del Sud". I tuoi diritti non sono minimamente paragonabili a quelli dei bianchi. Nessuno, negli Stati Uniti è mai stato del tutto pronto ad accettare fino in fondo le "conquiste" (straordinarie) dei diritti civili degli anni '60 del Novecento da parte del Movimento afroamericano. Derivò anche da questa consapevolezza se, cinquanta anni dopo, il nascente Movimento BLM ha ripreso lo slogan di quei tempi e delle giornate storiche delle "Marce per i diritti civili" che sfociarono con quelle delle Marce di Selma quando, alla testa della comunità afroamericana (e di quel Movimento) c'era Martin Luther King Jr. 

Lo slogan di quella stagione memorabile recitava : "LA VITA DEI NERI VALE".  Cinquanta anni dopo il nuovo Movimento è dovuto ripartire esattamente da quella frase - per denunciare in modo evidente come in realtà da allora la situazione e la condizione sociale della "comunità black" sia addirittura peggiorata - e di pari passo occupare fisicamente (con i corpi e le presenze di tutta la comunità afroamericana n.d.r) le strade di ogni città americana (grande o piccola che fosse). Era necessario ed urgente denunciare che l'antica questione non solo non è stata risolta ma è di nuovo pericolosamente sull'orlo di una "guerra civile interna". 
Lo shock per le nuove generazioni è stato fortissimo anche perché è incontrovertibile costatare il fatto che, negli Stati Uniti d'America la "caccia al nero" non è mai entrata in crisi. Anzi tutt'altro e rappresenta uno degli sport più praticati dalle forze dell'ordine. Senza contare tutti gli altri, quei cittadini bianchi, magari residenti proprio in quei "Stati del Sud" dove storicamente l'odio razziale contro i neri produsse anche la vergogna dello schiavismo prima e poi l'avvento del Ku Klux Klan, orde di facinorosi rozzi, dichiaratamente a favore delle "pratiche naziste" e del "delirio della razza ariana" da salvaguardare a ogni costo. Sono gli stessi individui che non hanno mai tollerato le conquiste degli afroamericani in tema di diritti civili e che vedendo un presidente nero, un afroamericano sulla "plancia di comando" hanno pensato bene - durante gli "anni di Obama" - di alzare il tiro, costringendo il vecchio Gop (il Partito Repubblicano Usa) - a sviare, a fare degli strappi drammatici giorno dopo giorno fino a quando, il partito si è ritrovato a braccetto con le scomode posizioni della destra razzista, xenofoba in una parola la "destra suprematista" quella che si formava (e dilagava) nel cosiddetto movimento del "Tea Party" fin quando, il tutto si incanalava nel portare (quasi a scortarlo) un presidente come Trump alla Casa Bianca dichiaratamente a favore di queste tesi disgustose. 
Terminata la lunga stagione di Obama coincisa con l'avvento di #TheDonald al comando dell'America, cosa cambia per il Movimento BLM?

Lo scenario è capovolto perché tutto intorno è cambiato al punto da far sembrare - come riporta una delle firme storiche della rivista statunitense The Nation, da sempre paladina delle istanze della sinistra americana; Dani McClain - totalmente spariti (gli attivisti del BLM n.d.r) sia a livello di piazza, sia da quello mediatico. 

Ma è davvero così oppure, il movimento paga la "nuova agenda" messa in atto dai canali di all news della "destra suprematista", che senza interruzione di sorta e per tutto l'arco della giornata, ha deciso semplicemente di ignorare la mobilitazione con l'obiettivo nemmeno troppo nascosto di ridimensionare il Movimento BLM, come se non fosse mai esistito?
Dani McClain dalle colonne di The Nation protende per la seconda ipotesi e lo scrive a chiare lettere in un lungo reportage - pubblicato nel mese di agosto dallo storico magazine - anche intervistando diversi attivisti.
La conclusione a cui approda è la seguente : è in atto una trasformazione del modo in cui il BLM approccia la politica, senza per questo dover per forza certificare un declino tout court della mobilitazione. 

Era inevitabile dopo la drammatica elezione di Trump alla presidenza Usa dato che questa coincide con una "sostanziale cesura" tra la "destra suprematista" e attivisti di estrema destra, sostanzialmente da quando #TheDonald si è insediato, godono non solo della collaudata impunità accordata dalla classe politica e dalla magistratura ma, con il nuovo corso presidenziale sanno di poter contare su sponde che, al tempo degli "anni di Obama", non avevano. 
Si assiste a un regresso drammatico in cui i neri ripiombano di colpo ai tempi in cui venivano sistematicamente alienati i diritti in un quadro - e lo aveva assicurato, minacciato e promesso durante la peggiore campagna elettorale della storia delle "Presidenziali Usa" proprio l'allora "candidato razzista" Donald Trump - in cui la "ragione sta sempre dalla parte degli agenti" sbraidava negli anatemi carichi di "odio razziale", il peggiore tra i presidenti Usa, dal pulpito dei suoi rozzi comizi mentre, etichettava i neri, gli afroamericani, gli attivisti BLM al pari di "pericolosi terroristi da stanare a ogni costi". Appena eletto d'altronde #TheDonald lanciava il suo editto:"doteremo gli agenti di armi pesanti" (si parla di lancia-granate scrive McClain n.d.r) e in quell'occasione aggiunse "inaspriremo le pene per chi minaccia gli agenti".

Ecco allora che scendere in piazza oggi, negli Usa è molto più pericoloso e oneroso per gli attivisti e, se tutto questo non bastasse c'è anche la proposta di alleggerire le pene per i motociclisti che investono i dimostranti...
Del resto per capire l'andazzo basta vedere i comportamenti del presidente dopo i fattacci di Charlottesville quando #TheDonald ha sostanzialmente fatto capire che lui stava dalla parte dei razzisti e dei suprematisti. Dopo il divampare delle polemiche quando ormai erano passati giorni interi, #TheDonald non trovò nulla di meglio di formulare una blanda condanna e, nell'occasione non mancò di sottolineare (sempre attraverso i suoi stucchevoli "cinguettii" a mezzo Twitter n.d.r) la presenza di "molti gruppi di estrema sinistra". Guardandosi bene dallo spendere una sola parola nei confronti del responsabile (bianco e suprematista) che azionò il potente Suv contro la folla dei manifestanti antirazzisti, neri causando una strage.
-Fine Prima parte- 
(Fonte.:thenation)
Bob Fabiani
Link
-www.thenation.com       
       

domenica 29 ottobre 2017

Retrospettiva e riflessioni dopo i recenti attentati in Somalia


 



Quattordici giorni dopo la mattanza più cruenta mai registratisi nel martoriato paese africano, la Somalia, causa un attacco terrorista che ha lasciato sul selciato oltre 358 morti e 228 feriti oltre, a 56 dispersi, a Mogadiscio ieri, è stato un altro sabato drammatico.
La strage di ieri - sabato 28 ottobre 2017 - seppure più contenuto nel numero di vittime innocenti, ha fatto registrare l'immediata copertura degli organi di informazione italiani.  Come mai questa clamorosa diversità nel coprire una notizia decisamente drammatica, proprio su quel fronte - del terrorismo di matrice islamista -  che, quando, colpisce e miete vittime nel cosiddetto "primo mondo"  raccoglie grande copertura mediatica e, quando invece fa altrettanto, non viene minimamente preso in considerazione e, non da oggi e, non solo per i drammatici fatti di Mogadiscio (la capitale) della Somalia?

La domanda di fondo dunque è : perché questa disparità nel "coprire" una notizia (molto rilevante dal punto di vista giornalistico) internazionale? Semplicissimo.  Nel drammatico attentato di ieri in Somalia si è verificato uno di quei spunti che, da questa parte del Pianeta - il civilissimo e modernissimo occidente - ha consentito di modificare il modo di "coprire la notizia". A Mogadiscio ieri i miliziani jihadisti di Al Shabaab (in lingua somala che corrisponde all'italiano "i Ragazzi" e in arabo "Hizb al-Shabab, Partito della Gioventù), hanno prontamente rivendicato la nuova strage e, di conseguenza, i media italiani hanno potuto riportare la notizia senza per questo dover entrare nel merito di ciò che si cela dietro la strage del 14 ottobre 2017 - che può benissimo essere classificata come un vero e proprio genocidio di cittadini somali - e, più in generale in Somalia. 

L'avevamo già scritto alla nascita di questo blog : AfricaLand - Storie e Culture africane nasceva dall'esigenza di poter scrivere quotidianamente di Africa e, in questo senso allargare la lente di approfondimento e di ingrandimento in modo del tutto diverso, andando a recuperare, la lezione della controinformazione, strumento utile per tentare di inquadrare i fatti ben oltre la cronaca o ancor di più, secondo la "lettura che ne dà il Potere, qualunque sia il governo che lo detiene".

Gli attentati di ieri sono andati in scena con modalità che potremmo definire "classico" (almeno per ciò che concerne l'Africa e il Continente nero n.d.r), usando l'autobomba fatta esplodere nella capitale somala davanti a un hotel causando 25 morti e oltre 30 feriti. L'hotel in questione è il Nasa-Hablod e, i jihadisti e miliziani di Al Shabaab lo hanno preso di mira perché frequentato da politici e alti militari (anche internazionali) e, da ultimo, lo hanno scelto perché si trova a pochi passi dalla sede dell'ex parlamento somalo. 

Questo ci consente di inquadrare meglio "il campo" come se dovessimo orientarci sul posto e volessimo condurre (alla vecchia maniera) una vera e propria "indagine giornalistica", ossia un reportage a 360° gradi, senza tralasciare nulla di quello che avremmo trovato se ci fossimo spinti nell'inferno della capitale somala.

Arrivati a questo punto della nostra retrospettiva (e prima di addentrarci nell'analisi vera e propria) possiamo tracciare un bilancio di quello che abbiamo appreso fino a questo punto del percorso. Gli elementi in nostro possesso sono dunque questi : ieri in Somalia è stato un altro "Sabato di sangue" stavolta, a differenza della precedente mattanza, quella del 14 ottobre scorso, abbiamo anche la rivendicazione dei miliziani di Al Shabaab. 

Cosa ci manca per mettere insieme tutti i puzzle di questa drammatica storia africana, una storia somala?

Quello che dobbiamo scoprire e quindi tentare anche di interpretare (senza demagogia e partigianeria) è : la condotta (e la strategia) dell'offensiva dietro le "nuove stragi" di Al Shabaab. Esiste un punto di partenza che ci aiuta a capire meglio la condotta dei miliziani : quale ragione induce i jihadisti sunniti a non rivendicare la più grande strage portata in porto, a fronte invece di quella da rivendicare, pur avendo centrato dimensioni molto più contenute da far sembrare la scelta dei terroristi come un clamoroso autogol?
Non sorprenda questa decisione e questa condotta.
E' bene fare un po' di ordine prima sulla storia di questa organizzazione terroristica e poi allargare il campo alla situazione della Somalia, tanto più che questo discorso che andremo ad affrontare per il paese somalo può essere facilmente allargato al resto dell'Africa. 

Procediamo con ordine e partiamo inevitabilmente dall'organizzazione terroristica Al Shabaab. Si tratta di un gruppo terroristico di matrice islamista attivo in Somalia a partire dal 2006. Il gruppo nacque in seguito alla sconfitta dell'Unione delle Corti Islamiche (UCI) ad opera del Governo Federale di Transizione (GFT) e dei suoi sostenitori, in primo luogo i militari dell'Etiopia, durante la guerra civile in Somalia. Ma come vedremo non sono gli unici. L'altro aspetto fondamentale da tenere a mente è che siamo di fronte a una cellula di Al Qaeda, riconosciuta dall'organizzazione fondata da Osama Bin Laden a partire dal 2012. 

Questo aspetto è decisivo e ci rimanda al punto centrale di tutta questa vicenda che, nessun organo d'informazione (a parte quelli di controinformazione) riportano e, dimenticano un po' troppo spesso.
Ricordo perfettamente le mie ricerche - indispensabili per il romanzo che stavo scrivendo nel 2015 e che presto verrà pubblicato. In quel romanzo stavo ricostruendo proprio la cosiddetta "questione interna all'Islam" di cui mai si tiene né il punto di partenza né quello di approdo. Il mio prossimo romanzo è una storia che abbraccia Parigi e il Madagascar (l'ex colonia francese n.d.r) ed è una storia che ricostruisce (in parallelo) i guasti di questi tempi moderni dove, sia nei paesi cosiddetti "moderni e civilizzati" sperimentano (come quelli del cosiddetto "Terzo mondo" e dell'Africa in particolare) la "perdita dei diritti fondamentali" in nome e per conto dell'austerità. 
Era questa la base di partenza da cui ero partito: mettere in parallelo la "crisi di democrazia" che sempre più spesso viene sacrificata in nome del cosiddetto "pareggio di bilancio" rincorso a tutti i costi in Francia come in Madagascar e nel resto del mondo. Inevitabilmente ci si trova di fronte, a un contesto in cui, i diritti fondamentali (e con essi sopratutto quelli sociali) diventano un pallido ricordo per tutti. Accade in Francia ma accade anche negli Stati Uniti e, questa situazione somiglia sempre più a quei continenti in cui, i popoli (in Africa ma anche in America Latina senza tralasciare l'Asia n.d.r) di quella parte di mondo, sono condannati a non vederli mai applicati.
Mano a mano che procedevo nel mio lavoro, e nelle mie ricerche che mi portarono inevitabilmente ad occuparmi della "questioni delle questioni" ossia, il problema - ma sarebbe meglio definirla tragedia - dei migranti che dall'Africa (ma anche da altri terreni dove impazzano le guerre imperialiste come in Siria, Iraq, Afghanistan e quella dello Yemen che, geograficamente non dista poi molto dalla stessa Somalia e, in qualche modo lega il destino sia dei somali sia degli yemeniti come vedremo n.d.r) arrivano a bussare alla porta della ricca Europa; la mie ricerche andarono a sfociare sulla "questione della guerra interna all'Islam" dato che, quelli erano i giorni degli attacchi a Parigi e, chiamavano inevitabilmente in causa i musulmani. 

Ma le apparenze non sono mai quelle che appaiono a una vista superficiale di quanti si accingono a studiare una determinata situazione e un determinato "fatto". 

A partire dall'estate 2015 appariva chiaro che l'Europa, i vari stati membri dell'UE non potessero essere così impavidi di cedere alle pressioni delle destre xenofobe che, nel frattempo rialzavano la testa e la voce fino a spingersi a rendere "esecutiva" l'occupazione delle "agende politiche dei vari governi europei" nella fobia di far crescere un sentimento razzista nei confronti dei migranti da respingere senza tanti complimenti.
Nel frattempo che questa diventava l'attualità (del tutto inaccettabile) della civilissima Europa le mie ricerche mi condussero nel "cuore del problema". Di pari passo alle voci sempre più sguaiate e stonate dei "tromboni" anti-migranti che, nell'occasione tornavano a riproporre concetti e parole d'ordine degne delle dittature fasciste e naziste degli anni '20 e '30 del Novecento gli studi e i documenti che mi accingevo a studiare mi proponevano un quadro d'insieme del tutto diverso dal "mantra" che ogni giorno, ora dopo ora, i canali di "all news" - senza distinzione tra Stati Uniti, Europa, compresa l'Italia - riversavano e portavano nelle case di quanti seguivano le televisioni e i telegiornali (diciamo in forma classica, ossia, di quella parte della popolazione che non si informa quotidianamente né via web né legge un quotidiano e meno che mai, può accedere a siti d'informazioni non convenzionali, ma che tuttavia esistono).

I lettori mi perdoneranno se qui riporto, per questo specifico tema un punto decisivo: qui si annida - a mio avviso - l'inizio di tutti i problemi di questa epoca che vorrebbe essere moderna ma, in realtà si riscopre vecchissima se, come, si assiste ormai quotidianamente, l'informazione che viene irradiata e propagata presenta gravi falle, anzi siamo di fronte all'imperversare di una "informazione drogata, falsa" e clamorosamente coincidente con le destre razziste, xenofobe che hanno a cuore il solo odio nei confronti delle minoranze etniche. 

Italia compresa : e per questa ragione se ci si vuole informare si deve inevitabilmente orientare la nostra attenzione verso le testate giornalistiche internazionali sia europee sia americane (ma stando bene attenti e avendo bene a mente che non ci si può accontentare della prima e unica tesi sempre e comunque coincidente con il "pensiero unico di Regime").

Mentre il mio lavoro sul romanzo si andava sviluppando tra Parigi e Antananarivo (la capitale malgascia del Madagascar) incrociai le ricerche sul "mondo del jihadismo islamista" - quello che nel vecchio continente i paladini delle destre estreme si sforzavano a descrivere "Islam radicale" che, naturalmente, nell'Islam vero, nell'Islam autentico non trova né basi né ha motivo di esistere - e di conseguenza, posai le mie attenzioni su un articolo del New Yorker in cui si ricostruiva la "vera posta in gioco"  insita nella galassia dell'Islam sia in Africa sia in Medio Oriente. Secondo la ricostruzione del New Yorker era in atto una guerra per prendere il comando e il sopravvento e, se questa era la situazione, l'aggravarsi degli attacchi terroristi sia in Europa, Africa sia l'Asia e lo stesso Medio Oriente vedeva contrapposti le due anime del jihadismo. Da una parte Daesh ( meglio conosciuto in occidente come Isis o Stato Islamico) e Al Qaeda. 

Ecco un altro aspetto decisivo : era in atto (senza esclusione di colpi) una serie di azioni terroristiche per prendere la leadership all'interno della galassia jihadista di cui, l'Africa è (da sempre) il primo e più drammatico avamposto come del resto, il Medio Oriente. E se ci si sofferma su questo aspetto ossia, la contrapposizione tra Daesh e Al Qaeda, si deve tornare a un documento scottante, scritto di suo pugno da Osama Bin Laden, dal rifugio in Pakistan laddove, gli Stati Uniti arrivarono a stanarlo e a ucciderlo sotto la regia della Casa Bianca guidata dal primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, Barack Obama. 

-Il testamento di Osama Bin Laden 

Le linee guida per altro ben illustrate nell'articolo a firma del New Yorker risultarono preziose per la "mia storia" del tutto funzionale al mio romanzo. E tornano del tutto fondamentali anche per la situazione della Somalia. 
Il testamento di Bin Laden richiamava all'"unità del jihadismo" in chiave e nella visione di Al Qaeda che, in qualche modo richiamava tutti i miliziani a mettere al centro della questione il "bene primario"  - così lasciò scritto Osama Bin Laden - per "portare il supporto necessario" ai cittadini sia in Africa sia in Medio Oriente. Era il richiamo al riconoscimento dei "diritti sociali"  di milioni di persone che, secondo quello che lasciò scritto Osama Bin Laden, doveva portare Al Qaeda a farsi carico delle istanze in tema di diritto al lavoro, al riconoscimento della libertà di voto, e addirittura del supporto al diritto alla salute. Con questa "svolta sociale" ebbe subito un risultato diretto: era Al Qaeda a riprendere il sopravvento per la leadership della galassia jihadista a danno di Daesh. Non è un caso se alcune organizzazioni tra le più spietate in Africa come appunto Al Shabaab (Somalia, Kenya) e Boko Haram (Nigeria, Niger, Mali, Camerun, Senegal), si sono affrettate a chiedere "ospitalità e affiliazione" alla casa madre, Al Qaeda. 
Questa svolta solo sognata da Osama Bin Laden (perché avvenuta dopo la sua morte) era stata pianificata dal fondatore dell'organizzazione facendo perno su un aspetto non del tutto secondario e, che ritroviamo anche nelle spinte decisioniste dei miliziani somali: battersi contro l'oppressione di quanti, in nome del colonialismo e del nuovo imperialismo che, in nome del petrolio e delle materie prime arrivano qui, sopratutto in Africa, comportandosi come se fosse tutto dovuto alle potenze colonialiste, le stesse di sempre.

-Somalia, trent'anni di guerra senza quartiere

Inquadrata la situazione e scoperto le motivazioni per cui Al Shabaab è confluita in Al Qaeda e appurato il fatto che l'organizzazione fondata da Osama Bin Laden ha tracciato (prima di essere giustiziato dalle squadre speciali americane n.d.r) la strada per occupare un vuoto anche delle istituzioni e, con questo mettere in risalto anche le connivenze, la corruzione dei governi africani sempre troppo collaborativi con le multinazionali che per esempio, qui in Africa, hanno sostituito (in tutto) le potenze coloniali nell'annettersi tutte le preziose materie prime che mancano in Europa e nel resto dell'occidente. A questo punto, della nostra indagine possiamo dedicarci alla Somalia. 
Quando nel mese di febbraio 2017, fu eletto il nuovo presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, si pensava che la Somalia finalmente avesse imboccato un periodo di grandi svolte che aiutasse il paese africano a superare il perenne stato affossato dalla lunga guerra durata più di 30 anni. Il problema maggiore è che questo governo e questo presidente, è riconosciuto solo a livello internazionale, in una sorte che accomuna la situazione somala a quella della Libia, un altro stato africano fallito, inesistente. Lo stesso presidente, è un ex rifugiato politico negli Stati Uniti ed è letteralmente inviso ai miliziani jihadisti somali che, con i continui attentati riaffermano il governo di Mogadiscio è strutturalmente fragile e corrotto, inevitabilmente indebolito da incessanti lotte interne: non passa certo sotto silenzio, alcune dimissioni eccellenti nel governo, non più tardi del 9 ottobre quindi qualche giorno prima della drammatica mattanza - la più grande strage in Somalia con 358 morti - e, si tratta di dimissioni che hanno investito il ministro della difesa, Abdirashid Abdullahi Mohamed e, il capo delle forze armate, il generale Mohamed Ahmed Jimale che, seppure non hanno motivato il gesto eclatante, hanno però sottolineato la denuncia del fallimento del nuovo presidente somalo. 

Tuttavia, va da sé che questa serie di attentati ravvicinati e cruenti mostrano una serie di complicità sfruttate ad arte dai miliziani di Al Shabaab ed è altrettanto certo che queste complicità sono sia di matrice interna e portano molto lontano da Mogadiscio. 
Chi appoggia i miliziani jiahdisti?
Rispondere a questa domanda non è troppo difficile. Per una serie di ragioni. Intanto l'attentato del 14 ottobre è avvenuto dove c'era la sede della Croce rossa, l'immancabile hotel e una serie di piccoli negozi e, quello di ieri 28 ottobre invece è avvenuto a quattro passi da un altro hotel, il Nasa-Hablod che dista pochi passi dall'ex parlamento somalo. 
La forza brutale e a tutto campo spiega anche molte cose e, involontariamente ci dice che l'appoggio decisivo di cui nutrono i miliziani islamisti di Al Shabaab conducono direttamente alla solita Arabia Saudita e agli stessi Emirati arabi ecco perché la situazione somala è strettamente collegata alla situazione disperata dello Yemen anche vicino geograficamente, sono due teatri della stessa medaglia e riconducono a quella "guerra civile" di cui aveva parlato e scritto anche Osama Bin Laden e che, in nome di una divisione tra Islam sunnita e Islam sciita sta letteralmente spargendo sangue e odio in Medio Oriente sia in Africa. E sullo sfondo, questa serie di attentati cruenti nascondono anche l'invisibile rivalità che vedete su posizioni contrapposti il Qatar e l'onnipresente Arabia Saudita che sfrutta anche la nuova posizione (una vera mina vagante) dell'America di Trump sempre più impegnato a distruggere i lasciti di Obama e quindi, il famoso storico accordo sul nucleare con l'Iran. 
E se questo è quanto più vero la Somalia si ritrova a pagare anche la vendetta di Riyadh. Di cosa si tratta? Rispondere correttamente a questo quesito ci riporta al 2016 quando, la stessa Somalia aveva sostenuto l'Arabia Saudita nella guerra contro gli houthi in Yemen in cambio, aveva ottenuto da Riyadh la somma di 50 milioni di dollari. Ora che la Somalia non è entrata nell'alleanza anti-Qatar il paese africano scopre che l'aspetta l'inferno interno nello scacchiere che si gioca sulla pelle dei somali ma ha interessi molto distanti da Mogadiscio. 
Ma non c'è solo l'Arabia Saudita in questa storia. Per esempio, diventa decisiva la casella occupata dagli Emirati arabi. Nel tempo gli Emirati avevano sempre avuto una base strategica sulla spiaggia di Mogadiscio ma, non erano molto accettati né apprezzati dalla popolazione e, forse, prendendo la palla al balzo, ora hanno optato per altri porti quelli di Berbera (Somaliland) e un'altra a Bosaso (Puntland). 
In questo vuoto lasciato dagli Emirati si sono inseriti la Turchia del "Sultano del Bosforo", quell'Erdogan che ha schierato la Turchia a supporto del Qatar portandosi dietro anche la Somalia (a suon di investimenti promessi e stanziati). Detto e fatto. Non più tardi del 30 settembre 2017, il paese turco ha aperto la più grande base militare d'oltremare con un costo di 50 milioni. Questo cambia le carte in tavola perché la Turchia nella base ha stabilito tre scuole militari distribuite su 400 ettari e dove, potranno essere addestrati 10 mila soldati somali. Ma questa è solo una fase. La Turchia è presente in Somalia già dal 2010 costruendo scuole ed ospedali.
Non poche voci nelle ore immediate del dopo-attentato vedono come possibile obiettivo questa mega base turca ma per un qualche motivo, i miliziani hanno dovuto desistere e ripiegare nella mattanza del centro di Mogadiscio. 
E' dunque questo il motivo per cui Al Shabaab non ha rivendicato l'attentato spettacolare (dal punto di vista dei miliziani jihadisti n.d.r)?
Si deve dare credito a queste voci che per altro sono state alimentate in ambienti ai massimi livelli delle forze armate somale ma, sullo sfondo c'è anche dell'altro.
Tre giorni prima della grande mattanza, a Mogadiscio era andato in scena l'incontro (ai massimi livelli) di esponenti del Comando delle forze Usa in Africa (Africom) con lo stesso presidente somalo. Voci incontrollate hanno sparso la notizia del disimpegno ormai deciso da Trump ma non ci sono riscontri anche perché, gli americani da queste parti, hanno una serie di presidi (non ufficiali, nel senso che non sono dichiarati) e, per esempio in Somalia sembrerebbe situato a Balid Dogle base sfruttata e usata per la "guerra non dichiarata" i miliziani jihadisti di Al Shabaab. 

-Conclusioni

Non si può scartare nessuna di queste piste anche se, al momento, la più accredita vede la Somalia vittima designata nel durissimo scontro (senza risparmio) tra Qatar e Arabia Saudita. 
(Fonte.:jeuneafrique;bbc;lemonde;guardian;aljazeera;nytimes;newyorker)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com;
-www.bbcafrica.com;
-www.lemondeafrique.fr;
-www.theguardian.uk;
-www.aljazeera.com;
-wwwnytimes.com;
-www.newyorker.com 
  

         
       
    

sabato 28 ottobre 2017

Le principali caratteristiche delle tradizioni orali africane (Part 4)





Quarta parte della ricostruzione della Storia delle Letterature d'Africa : oggi ci soffermiamo sulle caratteristiche principali esistenti nelle tradizioni orali in tutta l'Africa. 

Le tradizioni orali hanno una connotazione evidentemente molto diversa da quelle della scrittura, possiedono cioè delle caratteristiche particolari che si possono riassumere in quattro punti :


  1. Memoria (memoria individuale e memoria collettiva)
  2. Relazione biunivoca con l'ambeinte
  3. Dinamicità
  4. Teatralità 


Il primo fattore da considerare, quello della memoria, è chiaramente di grande importanza : essa costituisce infatti il supporto cognitivo attraverso cui l'oralità diventa tradizione, consolidandosi e trasmettendosi nel  tempo e nello spazio.  In particolare, la memoria individuale consente ai grandi conoscitori della tradizione nei contesti africani (i Griot) di apprendere e sviluppare la loro arte. 
A questo scopo, vengono sviluppate particolari tecniche mnemoniche per poter attingere a un repertorio il più vasto possibile, in modo da poter operare all'occorrenza  anche in situazioni fra le più disparate.
Una tradizione orale non è mai solipistica, non c'è una caratteristica elitaria, tutti sono potenzialmente coinvolti e in alcuni casi, addirittura incoraggiati a farlo.

La memoria collettiva, invece, serve ai membri stessi di una determinata cultura per sentirsene parte a tutti gli effetti e per poter cambiare o modificare alcuni aspetti in base alle necessità della contingenza (e che proprio per questa ragione non possono mai essere stabiliti a priori, ossia a tavolino); in secondo luogo svolge la funzione di verifica costante di una determinata tradizione ed è quindi molto importante per comprendere meglio l'evoluzione e lo sviluppo di un sistema culturale e poter fondare (su di esso) le proprie argomentazioni che, tuttavia devono basarsi su una realtà molto concreta.

Sta anche in questo passaggio del tutto centrale (e imprescindibile) la forza, la magia di questi riti antichissimi - che sono le tradizioni orali - arrivati e custoditi anche ai giorni nostri a rendere unica l'arte della tradizione orale in Africa. 

Un altro aspetto di vitale importanza è costituito dalla relazione con l'ambiente che, in nome di questo, permette alla tradizione di vivere, di diffondersi e di permanere in un certo ambito culturale; è una relazione biunivoca poiché così come gli individui sono chiamati a contribuire alla tradizione arricchendone i sensi e i significati e selezionandone gli aspetti che meglio corrispondono alla contemporaneità, allo stesso modo la tradizione esiste per confermare a determinati modelli i comportamenti individuali e collettivi di una determinata società.

Il tempo è fluido nella tradizione orale, il sapere in questa modalità ha un aspetto più ciclico che cumulativo. La dinamicità non sta solo nello spostamento materiale da una zona all'altra, fattore comunque di grande rilevanza, considerando la mobilità che caratterizza i Griot, ad esempio; ma c'è anche una componente dinamica rispetto ai contenuti e alle dorme della tradizione che variano grazie agli apporti degli individui e in relazione al tempo.
E' a fronte di questo che la conoscenza di un mito o di un fatto particolare della storia sia molto approfondita, è evidente che non la si potrà memorizzare parola per parola; meno evidente è invece la tendenza in molti contesti africani a sviluppare variazioni e alterazioni della stessa tradizione senza perdere l'unità e il senso di coerenza.
(Fonte.:reuvenoire;chimurenga;presenceafricaine)
Bob Fabiani
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-www.reuvenoire.com;
-www.chimurenga.co.za;
-www.presenceafricaine.com
     

venerdì 27 ottobre 2017

Funzioni generali dell'oralità in Africa subsahariana (Pt.:3)


 





La letteratura orale (espressione introdotta da Sébillot, un etnologo e ricercatore bretone, nel 1881), include l'insieme di enunciati metaforici o narrativi che vengono eseguiti davanti a un pubblico e trasmessi attraverso la memoria; ovviamente s'includevano diverse forme narrative che possono essere i racconti, le favole, i miti, le poesie i proverbi in cui vengono formalizzate le caratteristiche principali dei modelli di comportamento e di vita sociale.
Attraverso il linguaggio metaforico, è possibile ridefinire e continuamente il modello di riferimento e dunque risolvere conflitti individuali e collettivi all'interno della società.
Tuttavia, la letteratura orale esprime una delle sue funzioni più importanti ed efficaci con la musica che per l'Africa è stata ed è una forma d'arte imprescindibile. Proprio nell'ambito musicale, ad esempio, la tradizione orale ha costituito un fondamentale sostegno e stimolo non solo per la funzione di trasmissione ma per l'attribuzione di dinamismo e per lo sviluppo della tipica capacità d'improvvisazione.
La musica africana ha uno stretto legame con la tradizione orale; con caratteristiche e fenomeni differenti anche il cinema africano presenta una relazione biunivoca fortissima con l'oralità. 
(Fonte.:reuvenoire;chimurenga;presenceafricaine)
Bob Fabiani
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-www.reuvenoire.com;
-www.chimurenga.co.za;
-www.presenceafricaine.com