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mercoledì 18 settembre 2019

Sudafrica, cosa si nasconde dietro le violenze contro le donne e gli attacchi xenofobi ai #migrantiafricani?










"Non c'è una vera rivoluzione sociale finché la donna non sarà liberata"
                                                              - Thomas Sankara - 





Il Sudafrica sta vivendo una stagione complicata, forse, la più difficile da quando, 25 anni fa, veniva chiusa per sempre la vergognosa stagione - lunga e amara - della dittatura dell'apartheid per mano dei bianchi boeri.

Che cosa sta accadendo dunque a Cape Town, Durban o Johannesburg ?

La lunga spirale di violenza in Sudafrica è sempre esistita : già 25 anni fa, mentre il "Padre spirituale della patria", Nelson Mandela era impegnato nel tentativo di riconciliazione nazionale, gli scontri, le violenze, erano all'ordine del giorno. A quei tempi si parlava del retaggio della lunga stagione del regime boero.

Ma oggi? Quali sono le cause di questa pericolsa deriva sociale che investe tutta la società civile sudafricana e, in qualche modo, riportando in circolo la paura che possa tormnare la stagione amara e ingiusta dell'apartheid?

In questo post cercheremo possibili risposte.


Possibili cause per una crisi di sistema

Partendo in questo viaggio-inchiesta non possiamo non affrontare due questioni strettamente legate tra loro. E' indubbio che il "gigante africano" - come a volte viene chiamato il Sudafrica paga la crisi economica che ha riportato in seno alla popolazione sudafricana, il pesante spauracchio del ritorno dell'apertheid.  Ma sarebbe riduttivo però raccontare ciò che accade solo da questa angolazione. In questa storia ci sono anche "altre voci". Una di queste è la corruzione delle élite e qui, si arriva al vero nodo del declino sudafricano.

Anche guardando il risultato delle ultime elezioni che si sono svolte qualche mese fa certificano il declino dell'Anc - African national congress che paga la tremenda stagione di Jacob Zuma. Gli analisti, al termine della tornata elettiva avevano chiosato e sostanzialmente convergendo su un punto : se l'Anc e Ramaphosa fosse stato in grado di dare risposte ai problemi dei sudafricani e, se, in tema economico, il presidente fosse in grado di mettere in circolo scelte coraggiose (ma nella direzione auspicata dall'FMI n.d.t).

Passati alcuni mesi dal voto, sostanzialmente il quadro sociale della "Nazione Arcobaleno" si trova  - se possibile - in una crisi ancora più scivolosa e che mina, un giorno dopo l'altra, la tenuta democratica del Sudafrica.

Tutto ruota intorno alla crisi economica - finanziaria che anche qui, in Sudafrica come nel resto del Continente e come accade in occidente, i politici invece di dare risposte, di mettere in campo politiche efficaci per i cittadini preferiscono abbandonarsi a un pericoloso, inaccettabile "populismo sudafricano" contro i migranti africani (sopratutto provenienti dalla Nigeria n.d.t).

Tutto secondo copione.

Eppure queste violenze ci parlano di qualcosa di altro perché le pulsioni distruttive di chi tutto il santo giorno si sente "aizzare all'odio" contro gli stranieri possono dare il colpo definitivo al "gigante africano" sempre più in affanno al pari degli altri paesi del Brics.

Quando in seno alla società si vive un prolungato stato di crisi accade sempre che il tessuto sociale della società civile finisca inevitabilmente in affanno. Saltando, uno dopo l'altro, punti di riferimento e capisaldi. Se avanza l'insicurezza economica è la violenza che prende piede anche e sopratutto in seno alle faniglie.

Accade anche in Africa e in questo Sudafrica sfibrato, disorientato, alla deriva.


Violenze contro le donne


Ogni giorno nel paese vengono commesse più di 100 aggressioni sessuali, e lo scorso agosto più di 30 donne sono state uccise dai loro mariti e compagni.

Un dato drammatico, sconvolgente che da solo racconta in modo più efficace di tante tesi di illustri sociologi.





Il 5 settembre, giovedì, migliaia di donne sudafricane hanno manifestato per le strade di Cape Town per protestare  contro le violenze sulle donne e contro l'incapacità del governo di affrontare il problema.
Erano  vestite di nero e viola, alcune indossavano catene come simbolo della repressione e hanno marciato compatte verso la sede del Parlamento sudafricano per poi puntare il Centro Congresso dove, in contemporanea si stava svolgendo il Forum Economico Mondiale (puntualmente ignorato dai media iatlaini).





"E' il mio corpo, non la tua scena del crimine" , questo uno degli slogan che le donne sudafricane hanno ripetuto durante la marcia e per gran parte della giornbata di lotta che, tuttavia, promette di non essere l'ultima.

Ogni giorno in Sudafrica, raccontano i dati ufficiali, vengono commesse almeno 137 aggressioni sessuali. Qualche giorno fa, la ministra delle Donne, Maite Nkonna - Mashabare, ha detto che soltanto lo scorso agosto più di 30 donne sono state uccise (quindi confermando lo sconvolgente dato) dai loro mariti e compagni.

Durante la manifestazione, l'attivista Lucinda Evans ha detto che la lotta contro la violenza di genere deve essere impegno quotidiano, e rivolgendosi alle ministre del proprio governo ha detto :

"Quando comincerete  a considerare responsabili questi uomini che lo hanno così tanto deluse?".

 E ancora :

"Se questo governo non ci protegge, noi, come donne sudafricane, li porteremo davanti alla Corte costituzionale".

Ramaphosa, costretto a improvvisare un discorso davanti ai manifestanti promettendo una serie di misure contro gli stupri e i femminicidi : "Gli uomini che uccidono e violentano devono rimanere in prigione per tutta la vita" e che "la legge deve cambiare".

Le proteste sono state raccontate sui social  con gli hashtag #NotInMyName #AmINext e #SAShutDown.

Numeri agghiaccianti

Il Sudafrica è il Paese col più alto numero di casi di violenze sulle donne a livello mondiale. Mediamente uno ogni 6 ore.

Quale sono le cause?

La violenza sulle donne è frutto del degrado portato dalla povertà e dalla mancanza di servizi e infrastrutture.

In Sudafrica il 40% degli uomini ha picchiato la propria compagna e un uomo su quattro ha commesso un reato sessuale. Anche se solo il 2% sporge denuncia, la violenza contro le donne è un fenomeno in continua crescita e addirittura un quarto delle donne ha subito percosse o molestie.

Nel Sudafrica, migliaia di madri giovanissime, subiscono violenze inaccettabili dai loro mariti e compagni (non sono risparmiati neanche i bambini). Ferite e scoraggiate, non hanno quasi mai la forza di fuggire, perdendo a poco a poco la voglia di vivere.

Questa diffusa e insensata violenza contro le donne è causata sopratutto dalla povertà. Le donne non hanno istruzione, non hanno un lavoro e dipendono completamente dai loro mariti. Per questo, anche se vengono picchiate e abusate rimangono con loro, perché non hanno nulla.

L'ultimo femminicidio

L'ultimo caso, è vittima una studentessa 19enne dell'università di Cape Town, ha suscitato polemiche e proteste in tutto il paese. Anche in questa altra triste vicende e storia, spicca l'inazione del governo e dell'Anc : sarà meglio che Ramaphosa trovi risposte efficaci altrimenti il caos sarà certo.






Dietro le violenze xenofobe


Il Sudafrica paga le conseguenze dell'ultima ondata di attacchi contro i negozi e le attività gestiti da stranieri. Dal 1 settembre almeno 12 persone sono morte nelle violenze scoppiate intorno a Johannesburg. Altre 400 sono state arrestate. Gli attacchi hanno scatenato dure reazioni in vari paesi africani, in particolare quelli d'origine delle vittime. In Nigeria ci sono state proteste  contro le sedi di aziende sudafricane, tanto che Pretoria ha dovuto chiudere temporaneamente in rappresentanza diplomatiche nel paese.

Una compagnia aerea nigeriana ha mandato due aerei in Sudafrica per rimpatriare 600 connazionali.

Il Mail & Guardian scrive che le autorità stanno indagando sugli attacchi xenofobi, simili a quelli avvenuti nel 2008 e nel 2015, per capire se siano il frutto di una campagna per delegittimare il presidente.Cyril Ramaphosa. In particolare i servizi d'intelligence stanno facendo chiarezza sul coinvolgimento dell'All truck drives forum, un'associazione di camionisti che avrebbero deliberatamente aggredito  i conducenti stranieri, capro espiatorio di una serie di rimostranze contro il governo.
(Fonte.:mail&guardian; jeuneafrique; repubblica; ilmanifesto; ilpost)
Bob Fabiani
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-https://mg.co.za;
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-www.repubblica.it;
-www.ilmanifesto.it;
-www.ilpost.it          




lunedì 16 settembre 2019

Le lezioni che arrivano dalle Presidenziali 2019 in #Tunisia








Alla vigilia della tornata elettorale andata in scena ieri, domenica 15 settembre 2019 era accreditata come incerta e imprevidibile. E così è stata. Non ci sono ancora i risultati definitivi tuttavia, già l'esito uscito dagli exit-poll sono in grado di indicare alcune lezioni. Dissonanti tra loro, eppure indicative di un certo trend che ormai sembra avere un trait d'union a qualsiasi latitudine e continente.

Anche in Africa dunque, viene premiato una "certa figura" di "politico nuovo"; un politico che in occidente viene definiti "antisistema".

E' accaduto a Tunisi  e nel resto del paese Nordafricano.

Prima di addentrarci nella lettura dei risultati emersi dai sondaggi, iniziamo dal dato dell'affluenza. A questa tornata presidenziale ha partecipato al voto il 45% dei tunisini. Un'affluenza modesta.





Anche se si tratta solo di "exit-poll" il verdetto delle Presidenziali 2019 dice che al 2° turno approdano Kais Zayed e Nabil Karoui.  Si tratta di un verdetto sorprendente, nel senso che è stata cancellata la governance guidata dai cosiddetti partiti tradizionali.

Non proprio una buona notizia : le avvisaglie che queste elezioni sarebbero state non troppo positive se rapportate alla richiesta di cambiamento vero da parte dei tunisini era emerso dopo la clamorosa defezione della sinistra che in pratica, ha privato gli elettori di una valida alternativa al solito stucchevole voto di protesta antisistema cosa per altro, puntualmente avvenuta ieri nel chiuso delle cabine elettorali, nei vari seggi distribuiti in tutta la Tunisia.

Con l'affermazione dei due outsiders la data del 15 settembre 2019 diventa storica, seconda solo a quella del 14 gennaio 2011, il giorno della caduta di Ben Ali.

Ma il verdetto della domenica elettorale non potrebbe essere più diverso e lontano da quel giorno di metà gennaio 2011.

La chiave per capire la differenza tra le due date è la vittoria di Nabil Karoui : il tycon in carcere per evasione e riciclaggio. Tuttavia, si tratta di una vera e propria rivelazione di queste Presidenziali. Un epilogo amaro per la "Rivoluzione dei Gelsomini".

Non solo Karoui ma anche Zayed rappresentano e incarnano il credo conservatore e quindi si tratta di voto contro le istanze della popolazione tunisina forse si spiega anche così la bassa affluenza.

Si prospettano anni difficili per i tunisini : questi outsiders che si giocheranno l'accesso alla poltrona presidenziale non faranno nulla pre rispettare e intercettare la voglia di cambiamento che i tunisini avevano iniziato a pretendere nelle giornate storiche delle "Rivolte arabe" per altro divampate proprio qui in Tunisia.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com   

domenica 15 settembre 2019

Camerun, Paul Biya offre dialogo ai "ribelli anglofoni": ecco perché non è convincente








Il presidente del Camerun Paul Biya, lo scorso martedì 10 settembre ha pronunciato uno dei suoi rari discorsi alla nazione concentrandosi principalmente sulla crisi nelle aree cosiddette anglofone. Ha proposto un "grande dialogo nazionale" sulla crisi nelle regioni e ha promesso di perdonare i separatisti armati che lasceranno le armi.

"Chi volontariamente deporrà le armi nei centri di Disarmo, smobilitazione e reinserimento (Ddr) non avrà nulla da temere".

Tuttavia, sempre durante questo discorso, Biya, ha promesso inflessibilità nei confronti di chi perpetuerà la lotta armata.

Il dialogo inizierà entro la fine di questo mese (settembre) e riunirà tutte le componenti sociali (parlamentari, politici, opinion leaders, intellettuali, operatori tradizionali, autorità religiose, membri della diaspora n.d.t) compresi i rappresentanti delle forze di difesa e di sicurezza, nonché quelle dei gruppi armati. Nelle regioni del Nord-Ovest e nel Sud-Ovest, ha aggiunto il presidente, "la popolazione ha la necessità di chiudere questo capitolo doloroso, di dimenticare la sofferenze e di tornare alla vita normale".

Il Presidente ha poi preseguito nel suo discorso alla nazione soffermandosi sulla necessità di un cambio di mentalità.

"Sebbene sia necessario prendere in considerazione gli equilibri regionali rispettando la composizione sociale del paese, va ricordato che ministri e alti funzionari non sono nominati per servire solo le loro regioni, villaggi o famiglie, ma per servire l'intera comunità nazionale. Devono servire l'interesse generale e non gli interessi specifici".

Responsabile del processo sarà il primo ministro Joseph Dion Nguté, che è originario di Nidian nel Sud-Ovest, una delle zone anglofane insorte contro il centralismo di Youndé. L'ex arcivescovo di Douala cardinal Tumi ha invitato i camerunensi in generale e gli anglofoni in particolare a dare una possibilità al dialogo (ora offerto dal presidente).

"Bisogna andare al tavolo del dialogo con onestà intellettuale, a nessuno spetta il monopolio della soluzione".

Certamente, l'autorevole pensiero dell'arcivescovo ha un fondo di verità ma, forse, sarebbe utile ricordare l'origine di questa crisi : datata ormai 2016 quando tutto era cominciato come una semplice protesta studentesca e dove, nelle cosiddette regioni anglofone, gli studenti rivendicavano il diritto di poter studiare e, di conseguenza, parlare e usare l'inglese e decretare la fine del monopolio dell'uso del francese. Tre anni fa, lo stesso Biya declassò la crisi al solo problema di ordine pubblico e, le conseguenze furono disastrose. La protesta cambiò repentinamente. Arrivò lo spettro della secessione e con essa la lotta armata.

C'è un consenso generale sulla necessità del dialogo, con alcuni distinguo come quello di Tamfu Richard attivista del Camerun Renaissance Movement.

"Nessun dialogo significativo può aver luogo se non vengono prima liberati i leader indipendentisti anglofoni in carcere. Un atto di clemenza è necessario affinché il dialogo possa essere reale. Invece da parte dei leader separatisti l'appello del presidente viene respinto e bollato come 'circo politico'".

Qualche ora dopo il discorso di Biya si è sparsa la notizia  - non confermata ma neanche smentita - secondo la quale alcuni Amba boys (combattenti della autoproclamata Repubblica di Ambazonia n.d.t) avrebbero già deposto le armi.


Paul Biya e la sua offerta poco convincente


Due giorni dopo l'annuncio dell'importante dialogo nazionale da parte del capo dello stato camerunense, la sua proposta è tutta in salita per convinecere le regioni di lingua inglese, dove i secessionisti mantengono le loro operazioni, chiamate "città morte".






Parte della classe politica, tuttavia, come abbiamo visto qualche riga più sù in questo post, mostra le sue speranze e attende con impazienza questo appuntamento che partira a fine settembre, come annunciato da Paul Biya.

Il discorso del presidente e il conseguente annuncio di un "grande dialogo nazionale" sulla crisi anglofona non hanno avuto alcun effetto sul "blocco" di 3 settimane imposto dai secessionisti nelle regioni settentrionali : si tratta di un temporaneo cessate il fuoco. Nonostante questo, nessuno (al momento) ha deposto le armi e nemmeno le azioni cruente. E' il caso dell'Ovest e Sud-Ovest dove il cosiddetto "blocco", è in atto dallo scorso 26 agosto.

Tutto è rimasto immutato come se Biya non avesse mai pronunciato l'offerta di dialogo verso i ribelli anglofoni : mercoledì mattina, le strade e le arterie della maggior parte delle città in queste aree sono state nuovamente abbandonate (in primis dalle forze militari camerenunsi n.d.t) e tutto intorno, ha ripreso l'aspetto di sempre (da tre anni a questa parte ...), ossia di "città morte", per altro, la più lunga crisi che abbia mai investito il Camerun dopo l'Indipendenza.

La cosiddetta crisi anglofona scoppia nel 2016 prima con le proteste studentesche e, subito dopo trasformatesi in conflitto che ha prodotto qualcosa come 1.850 morti, 530mila sfollati interni e almeno 35mila persone si sono rifugiate nella vicina Nigeria.

Paul Biya e il suo discorso che non ha "calmato l'ardore dei combattenti"

Secondo le testimonianze raccolte dai eporter di Jeune Afrique che hanno dialogato co le popolazioni locali, raccogliendo, messaggi anonimi, in cui si evoca una proroga di 10 giorni dell'attuale "blocco" e, facendo intendere che questi, circolavano già dalla sera di martedì (il giorno dell'appello presidenziale; n.d.t); senza tuttavia essere attribuiti agli Amba boys (separatisti di lingua inglese armati, n.d.t).
Finendo col causare una nuova ondata di psicosi dei residenti.

"Non sappiamo cosa può succedere. Quel che è certo è che il discorso del presidente non ha calmato l'ardore dei combattenti", ha dichiarato un anonimo residente di Bamenda, nel dipartimento di Mezam.

Le preoccupazioni della popolazione di lingua inglese, tuttavia, contrastano con la speranza suscitata dall'annuncio di un dialogo all'interno della classe camerunense.

Qualunque sia la reale posizione tra chi è favorevole o contrario all'apertura del dialogo proposto tardivamente dal presidente, il Camerun potrebbe essere davanti a un doloroso bivio : una secessione che forse, poteva essere evitata se questa mossa dialogante, Biya, l'avvesse presa 3 anni fa, nel 2016 quando la crisi era circoscritta nell'alveo del diritto della minoranza linguistica di poter usare l'inglese e non invece, attraverso l'imposizione del francese - come unica lingua riconosciuta dal paese - : si sarebbero evitati lutti, dolore e tragedie, non più sanabili.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
Link
-www.jeuneafrique.com/politique/crise-anglophone-au-cameroun-loffre-de-dialogue-de-paul-biya  

   

#TunisiaDecides








Oggi, domenica 15 settembre, oltre 7milioni di elettori tunisini sono chiamati alle urne per disegnare il loro futuro presidente, tra sospetti e incertezze.
Mentre i sondaggi - diffusi in tutto il paese prima della puasa di riflessione della vigilia del voto - danno in testa il magnate arrestato solo poche settimane fa, Karoui  - una sorta di "Berlusconi tunisino" , n.d.t -  il premier uscente Chahed, ribattezzato dalla stmpa e dai media locali, come del resto anche dai tunisini stessi "l'uomo del non cambiamento"; è impegnato in una difficile rincorsa per mantenere la poltrona di primo ministro, tuttavia, alquanto improbabile.

Anche in Tunisia, si registra la crisi della sinistra che, in questo appuntamento elettorale - il secondo dopo la rivolta araba diventata poi nota come "Rivoluzione dei Gelsomini" del 2011 che pose fine alla dittatura di Ben Ali n.d.t -  è totalmente assente.

La morte del Presidente della Repubblica Beji Caid Essebi, avvenuta il 25 luglio ha capovolto il calendario elettorale, facendo passare il turno elettorale presidenziale prima delle elezioni legislative previste per il 6 ottibre.

I candidati per la poltrona presidenziale sono in tutto ventesisei.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
Link
-httpsp://www.jeuneafrique.com/tunisie-elections-2019/

sabato 14 settembre 2019

Come supererà l'eredità di Mugabe, lo Zimbabwe?








Da quando la dipartita di Robert Mugabe il 6 settembre 2019 - avvenuta a Singapore - è diventata di dominio pubblico, lo Zimbabwe si è fermato. Nel momento in cui il fondatore dello Zimbabwe ha lasciato la vita terrena, in qualche modo, nell'immaginario collettivo del popolo zimbabweano sono stati messi da parte tutte le incomprensioni, le amarezze causate dalla trasformazione politica dell'ex "Compagno Bob" che, una volta preso il potere e il timone dell'ex Rhodesia dopo la lotta per l'emancipazione e contro il colonialismo e l'apartheid britannico, giorno dopo giorno, l'eroe di un tempo è diventato deposta e tiranno.
Ma il ritorno del feretro ha commosso tutti : spontaneamente il popolo si è riversato in strada - al pari dei militari che, non più tardi di due anni fa, nel 2017, avevano dovuto mettere in campo un "golpe gentile" per destituirlo -  per vedere il passaggio del feretro perché : " In Africa quando muore un vecchio piangiamo perché la biblioteca è bruciata".

Il feretro poi ha fatto il suo ingresso al centro dello Stadio di Harare, la capitale per restarvi 48 ore in modo da consentire a tutti di renderegli omaggio e l'ultimo saluto.
Oggi, 14 settembre 2019, Harare diventa il centro del Continente : per i funerali solenni sono arrivati in Zimbabwe i leader africani, dal Kenya, dal Ghana e dal resto dell'Africa.

E ora per lo Zimbabwe inizia una nuova storia, una nuova pagina e bisognerà capire come, dalle parti di Harare, la capitale dell'ex "granaio d'Africa" (che ormai non esite più); sapranno superare l'eredità che lascia Robert Mugabe. Nessuno può prevedere cosa accadrà ma, già adesso, possiamo affermare che la sua figura e le contraddizioni che via via, negli anni, lo hanno visto nei panni del terrorista e criminale dopo essere stato eroe di geurra e liberatore avranno sempre una presenza ingombrante nell'immaginario e nel decorso politico del paese africano.

In fin dei conti ora che Mugabe non c'è più, lo Zimbabwe è chiamato - nella figura dell'attuale presidente Emmerson Mnangagwa - a decidere se proseguire sulla strada autoritaria oppure scegliere la democrazia.
(Bob Fabiani)


 Petina Gappah  : "Superare l'eredità di Mugabe"*


  






"Robert Mugabe, il padre fondatore dello Zimbabwe, è morto il 6 settembre a 95 anni. Le reazioni alla sua scomparsa hanno messo in luce la complessa eredità che ha lasciato.
Mugabe è l'uomo che guidò la lotta armata per la liberazione della maggioranza nera dello Zimbabwe dal dominio  della minoranza bianca della Rhodesia. Le sue conquiste in quei primi esaltanti anni dopo l'indipendenza (ottenuta nel 1980 n.d.t) furono straordinarie, in particolare nell'ambito della sanità, della scuola e dell'emancipazione delle donne, e offrirono nuove possibilità a molti zimbabweani, sopratutto ai poveri e agli emerginati nelle aree rurali.

D'altra parte, però, Mugabe è l'eroe diventato cattivo, e nei suoi 37 anni al potere ci sono state molte violazioni dei diritti umani, dei massacri di Gukurahundi (una campagna di terrore condotta dall'esercito tra il 1983 e il 1987 contro il popolo ndebele, in cui furno uccise più di 20mila persone) alla persecuzioe dei sostenitori del partito rivale Zapu, fino alla repressione di chiunque fosse considerato un nemico e una minaccia al suo potere. Perfino il programma di riforma agraria, ammirato in tutta l'Africa per aver restituito la terra ai suoi legittimi proprietrari, fu realizzato nel caos e nella violenza.

Questa riforma avrebbe dovuto emancipare gli zimbabweani, ma contribuì a isolare il paese e impoverì le stesse persone che avrebbe dovuto aiutare. Le sanzioni dell'occidente, le incoerenti politiche economiche di Mugabe e la diffusa corruzione  nel suo governo fecero precipitare l'economia in una recessione che va avanti da quasi due decenni.

L'eredità di Mugabe continuerà a contrapporre chi lo venera e chi lo disprezza, ma ora la cosa più importante è capire in che modo il nuovo presidente dello Zimbabwe lo gestirà. Emmerson Mnangagwa, al potere dal 2017, deve seppellire gli aspetti della presidenza Mugabe che hanno diviso gli zimbabweani e le politiche e i comportamenti che hanno impoverito il paese.

Nel 2018 Mnangagwa ha istituito una commissione per la pace e la riconciliazione che fino a quel momento era rimasta solo sulla carta, ma ora deve agevolarne i lavori, garantire che le sue raccomandazioni siano rispettate e che la sua gestione sia trasparente e libera da influenze politiche. Inoltre il paese ha bisogno di riforme costituzionali per assicurarsi che i risultati delle elezioni future non siano contestate. Tra le questioni più urgenti c'è anche l'abolazione delle leggi che limitano la libertà di stampa e il diritto di esprimere le proprie idee politiche.





Parole di empatia


Il dominio di Mugabe era segnato dalla fusione di un partito con il governo e con lo stato. Questo si traduceva in azioni vergognose, come l'applicazione selettiva della legge e la distribuzione iniquia degli aiuti alimentari destinati ai più poveri. Mnangagwa ha promesso "tolleranza zero" sulla corruzione, ma finché alcuni dei suoi più fedeli alleati e funzionari saranno protetti dalle indagini e dai procedimenti penali, non sarà considerato diverso da Mugabe.

Altri tratti distintivi del regime di Mnangagwa erano il linguaggio dell'odio e la propaganda. Sopratutto quando gli zimbabweani soffrono, come è successo a causa delle misure di austerità, un presidente deve trovare parole di empatia e inclusione.

In politica estera Mnangagwa ha preso le distanze dal suo predecessore. Ha dimostrato la volontà di aprire lo Zimbabwe agli investitori e di riallacciare i rapporti anche con paesi con cui ci sono state dispute su questioni territoriali o sui diritti umani. Ma se non si occuperà della corruzione, delle violazioni dei diritti umani passate e presenti, e se non coinvolgerà i milioni di zimbabweani che si sentono delusi e senza diritti, Mnangagwa non avrà successo.

La scelta che ha di fronte è chiara : può essere il secondo Mugabe dello Zimbabwe e spingere ancora di più il paese verso l'isolamento, le divisioni e la miseria. Oppure può essere il presidente che guarisce lo Zimbabwe e lo rimette sulla via del benessere, ancorandolo alla democrazia reale e garantendo i diritti e le libertà di chi non è d'accordo con lui. Mentre seppellisce Mugabe, Mnangagwa deve guardare oltre le tentazioni più immediate del potere".

*Petina Gappah è un'avvocata e scrittrice zimbabweana. In Italia ha pubblicato La confessione di Memory (Guanda 2016)
(Fonte.:theguardian)
Bob Fabiani
Link
-https://www.theguardian.com/international/africa/za
  

venerdì 13 settembre 2019

Ritratto di #BobiWine : una giornata col presidente del ghetto







L'Africa è il continente dove è possibile che personaggi popolari e amati dal pubblico possano reinventarsi un ruolo magari quando sono all'apice del successo - magari nel campo della musica oppure dello sport - : è anche la storia di Bobi Wine, popolare rapper ugandese, cresciuto in un quartiere povero e divenuto la "voce dell'opposizione" contro il regime del presidente Yoweri Museveni.
Bob Wine dunque segue, in qualche modo la scia di illustri africani che, animati dalla spinta e dalla richiesta di un cambiamento radicale hanno lasciato chi la musica chi lo sport per tentare la carriera politica : molti di loro hanno coronato questo sogno, come nel caso di Andry Rajoelina in Madagascar, con un passato di Dj di successo nella capitale Antananarivo riuscendo a diventare presidente; lo stesso percorso, in Liberia, di George Weah, l'unico calciatore africano capace di vincere il Pallone d'oro.

Bobi Wine ora ha deciso di candidarsi alle elezioni per guidare l'Uganda e, proprio come questi due illustri presidenti in carica, potrebbe riuscire nell'impresa di scalzare l'eterno Musuveni.

Questa è la sua storia.

Bobi Wine nasce nel 1982 a Nkozi in Uganda : diciasette anni dopo, nel 1999 sceglie il nome d'arte Bobi Wine e pubblica il suo primo brano, intitolato Akagoma. Qualche anno più tardi, nel 2010, è protagonista della pellicola ugandese Yogera.
Il successo è sempre più grande e, sull'onda di esso, nel 2017, riesce a farsi eleggere in parlamento come indipendente. E' solo il primo passo verso la candidatura ufficviale per le elezioni presidenziali che, in Uganda, sono previste nel 2021 ecco perché proprio quest'anno, il 2019, Bobi Wine ha rotto gli indugi rivelando la sua candidatura.
(Bob Fabiani)


Incontrando Bobi Wine a pranzo*

Per capire meglio la figura di questo rapper ugandese, l'autorevole Financial Times ha inviato uno dei suoi report di punta in Africa per incontrarlo.

"Incontro a pranzo Bobi Wine, 37 anni, in uno slum di Kampala : è la bestia nera dell'establishment politico ugandese che si definisce "presidente del ghetto". Wine è un famoso rapper e attivista musicale. E' stato eletto deputato in parlamento nel 2017 e si è proposto come candidato alle presidenziali del 2021. In questi anni è stato arrestato più volte e picchiato a morte, ed è diventato un'icona della resistenza, non solo per i giovani e i poveri dell'Uganda, ma per quelli di tutta l'Africa.
Il ristorante è un minuscolo edificio fatto di tavole di legno, intonaco grezzo, pavimento di terra e un tetto di lamiera. Su un lato manca la parete e l'ingresso somiglia a una stalla per cavalli. Siamo seduti all'unico tavolo, costruito con legno di recupero.

"E' qui che facevamo colazione e pranzavamo, e questa signora ci faceva perfino credito", dice Wine, indicando un'elegante donna di mezza età con un vestito di blu, china su delle pentole giganti di metallo deposte su una stufa a carbone. Wine porta occhiali con la montatura scura e ha in testa il suo caratteristico berretto rosso. Ha un filo di pizzetto e di baffi, indossa pantaloni di cotone bianco con cuciture rosse, un pò alla Elvis Presley. Robert Kyagulanyi, questo il suo vero nome, ha presto adottato il soiprannome di Bobi (pronunciato "Bobby" n.d.t), "perché è più figo", dice, e poi ha aggiunto Wine perché, spiega, il buon vino migliora con l'età. Essere diventato un simbolo della nuova generazione di africani non è una responsabilità da poco, in un continente nel quale l'età media e 19 anni. In una regione dominata da autocrati che hanno perso il contatto con le persone, la gioventù urbana genera contemporaneamente un senso di ottimismo e d'imminente catastrofe.

Dall'inizio del 2019 i giovani dell'Algeria e del Sudan hanno già guidato rivolte che hanno fatto cadere vecchi tiranni.
In tutta l'Africa i giovani stanno diventando una forza politica. "Sono consapevoli di meritare,e anche di poter fare, di meglio", dice il rapper. In Uganda l'ascesa di Wine, il "presidente del ghetto", ha messo in difficoltà il vero presidente, Yoweri Musuveni, 75 anni e al poter da più di trenta. Un tempo Museveni era amato dalla comunità internazionale, perché portava stabilità dopo anni di guerra civile e faceva grandi sforzi per arginare la diffusione dell'aids. Ma con il passare del tempo si è trasformato in un dittatore, a capo di uno stato sempre più corrotto e sempre meno democratico.





In un altro mondo


Ad agosto del 2018, dopo un presunto lancio di pietre contro il convoglio del presidente, Wine è stato arrestato e picchiato così forte che dopo faceva fatica a camminare. Il suo autista è stati ucciso con un colpo d'arma da fuoco in un attentato. Wine è convinto che in realtà l'obiettivo dell'attacco era lui.

I soldati hanno trovato Wine nella stanza di un albergo in cui si era rifugiato.

"Un tizio armato di sbarra di ferro ha cominciato a colpirmi". Ha perso conoscenza. Si è svegliato nel retro di un veicolo della polizia, con soldato che gli tirava le orecchie e i testicoli con un paio di pinze. "Le botte mi facevano sentire in un altro mondo : dong, dong, dong,", racconta, facendo un suono come quello di un gatto colpito con una padella da un tipo in un cartone animato.

Poi è stato portato in tribunale, e in seguito processato per tradimento, un crimine punibile con la pena di morte. Solo una rivolta in Uganda e una petizione internazionale (alla quale ha aderito anche questo blog; n.d.t) firmata da personalità come Wole Soyinka, scrittore e premio Nobel per la Letteratura, nigeriano, e Pter Gabriel, l'ex cantante dei Genesis, hanno permesso la sua liberazione. La vicenda è diventata un boomerang per Museveni : il rapper si è trasformato da una piccola seccatura in una questione internazionale.

La prima cosa da dire a proposito del ristorante dove ci siamo incontrati è che la cucina è veramente buona. Quando Wine mangiava qui a credito faceva vari lavoretti : muratore, venditore ambulante o lavava le auto. "Poteva passare una giornata intera senza un'auto da lavare. Ma dovevo riempirmi lo stomaco", dice con una smorfia. A questo punto entra un uomo che, come fanno fanno quasi tutti, si rivolge ad alta voce a Wine.

"Oh mio presidente".

Grida con voce seria.

"Si, fratello", risponde Wine, mimando un pugno in aria.

"Potere al popolo", è la risposta di rimando dell'uomo, anche questa a voce alta.

"Potere a noi", dice Wine. Quando non scambia slogan con i suoi sostenitori, la voce di Wine è dolce e nasale e le parole sono scelte e pronunciate con cura. Ha un timbro da uomo anziano, che ricorda quello di Yoda, il personaggio di Star wars.

"Alcune persone mi chiamano Mzee, che letteralmente significa anziano", ammette e aggiunge che altri "si rivolgono a lui come Papi". E' un segno di rispetto più che dell'avanzare dell'età, spiega.
Prima di pranzo, Wine mi ha fatto fare una passeggiata a Kamwokya, il quartiere densamente popolato dove è cresciuto.

"Viemi, ti porto a fare un giro nel mio ghetto", mi ha detto. Kamwokya è spesso definata una baraccopoli, ed è vero che ci sono strade sterrate e case di piccole dimensioni con lenzuoli al posto delle porte. Non c'è acqua corrente né una pompa pubblica né un sistema fognario o elettrico decenti.
Eppure Kamwokya è anche un luogo molto vivace, pieno di musica e divertimento, con uno spiccato senso della comunità e un costante viavai di persone nei suoi vicoli stretti e fangosi. Naturalmente la criminalità c'è. Ma secondo Wine gli abitanti sono più preoccupati della polizia che dei propri vicini. Wine è un ragazzo del posto diventato famoso, sulle cui spalle ricadono le speranze dei poveri. Ma è anche il deputato locale, e alle 14.30 deve tornare in parlamento.
Ogni persona che gli passa accanto lo riconosce. Molti si avvicinano urlando slogan, agitando i pugni, stringendogli la mano, chiedendogli di posare per un selfie. A un certo punto la folla lo lancia in aria, poi viene portato in giro per le strade come una divinità indiana. Un ragazzo si prostra, provocandogli un evidente imbarazzo. "Si aspettano che risponda a ogni domanda, ma io sono solo uno di loro. Devo convincerli che la responsabilità è anche loro, non è solo mia".


Una visita in studio


Attraversiamo una fogna a cielo aperto, stracolma d'immondizia, e un'altra zona della baraccopoli in cui, dice Wine, i ricchi hanno cominciato a sfrattare le persone e a costruire ville sorvegliate. Ci fermiamo nel suo studio di reistrazione, che a sua volta è a rischio di demolizione. E' uno dei tanti modi con cui le autorità cercano di metterlo a tacere.

I concerti di Wine vengono regolarmente interrotti e, anche dopo il nostro incontro, è entrato e uscito di prigione. Mi porta in una stanza sul retro, dove uno dei responsabili dello studio sta lavorando a una canzone. "Lo chiamano King Roots", dice, mentre si salutano dandosi i pugni chiusi. "Lui è l'Ispettore. Quel ragazzo è Profumo". "Mi chiamo David", dico per presentarmi, e all'improvviso il mio nome mi appare un pò banale.

Tornati al ristorante, il rapper mi spiega che la sua famiglia in passato aveva soldi e una buona posizione, ma è finita a Kamwokya a causa d'intrecci politici. Suo nonno aveva partecipato alla lotta d'indipendenza e anche suo padre si è fatto dei nemici. "Mia madre ci ha sempre detto di tenerci lontano dalla politica, ricordandoci che viviamo in un ghetto a causa della politica, che avremmo perso tutto, anche la vita, se ci fossimo dedicati a quello", dice. "Le madri danno i consigli migliori". Oltre a dispensare saggi consigli, sua madre lo ha iscritto a una "scuola lassù in collina", dove venivano istruiti i bambini più ricchi. "In quella scuola ero uno dei pochi che provenivano dall'altra parte della strada", dice, facendo riferimento alla strada asfaltata che divide Kamwokya dai quartieri più ricchi. In seguito ha frequentato l'università Makerere di Kampala.

Ho mangiato quasi tutto, nonostante le porzioni abbondanti. Mi chiedo se Wine vorrà unirsi a me per una birra, ma lui rifiuta, dicendo che ha smesso di bere. "Lo farò quando vinceremo le elezioni", dice strizzandomi l'occhio.

Wine ha cominciato a suonare da giovane, scegliendo la via del raggamuffin, uno stile che mescola rap e reggae.

"Quando è uscita la mia prima canzone, da queste parti ero già conosciuto", dice, riferendosi al brano Akagoma. Più tardi si è trasferito da Kamwokya, comprando un apprezzamento di terra fuori città. Si è sposato con Barbie, assistente sociale e attivista dei diritti delle donne, che gli ha fatto capire che nella vita essere una pop star non è tutto, e ha contribuito alla sua presa di coscienza politica. "Era bello avere cinque ragazze che ti correvano dietro e cose così. Oggi mi sembra meglio essere impegnato con una persona. Molti nel ghetto guardano a noi come un modello di vita", dice, masticando il suo matoke, un piatto a base di frutti di platano. Lui e Barbie hanno quattro bambini tra i quattro e i 13 anni.

Nonostante gli ammonimenti di sua madre, le canzoni di Wine sono diventate sempre più politiche, e contengono attacchi diretti a Museveni. All'inizio pensava di poter influenzare gli eventi attraverso la sua musica, ma piano piano è arrivato alla conclusione che era necessario impegnarsi direttamente in politica, rappresentando gli interessi del ghetto.

E' stato solo quando Wine è stato eletto in parlamento nel 2017 che Museveni ha cominciato a prendere sul serio la sua sfida. Wine si era presentato come indipendente, facendo una campagna elettorale porta a porta per sottolineare l'assenza di una macchina di propaganda a suo sostegno. "Se il parlamento non può venire nel ghetto, il ghetto andrà in parlamento", diceva. Da deputato si è opposto alla censura su internet e alla repressione governativa sui social network. Si è battuto, senza successo, contro una modifica alla costituzione che imponeva il limite di 75 anni ai candidati alla presidenza, e che di fatto ha spianato la strada alla trasformazione in presidente a vita di Museveni. Poi è arrivata l'incriminazione per tradimento. "So che Museveni puo ordinare ai giudici di fare qualsiasi cosa", spiega mentre finisce l'ultimo pezzo di stufato e prende un sorso di Sprite. Il rischio che Wine sia ucciso c'è ancora. "Mentre ce ne staimo seduti qui, potrebbe arrivare un tizio e spararmi".
Immaginando che Museveni sia ancora vivo nel 2021, mi chiedo come il presidente del ghetto possa vincere, in un paese in cui le intimidazioni e le frodi elettorali sono diffuse. La sua ricetta è convincere milioni di giovani a iscreversi alle liste elettorali. Spera che la sua vittoris sarà così netta da far crollare le certezze di Museveni. Secondo i sondaggi recenti Wine è una sfida reale per l'attuale presidente, sopratutto a Kampala. E' incoraggiato da quanto è avvenuto a maggio in Ucraina, dove Volodymyr Zelensky, un comico senza esperienza politica, ha vinto le elezioni presidenziali. "Se ce l'hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi", dice sorridendo.


La nemesi 





Quale sarà il programma di Wine in caso di vittoria? "La priorità è abolire le leggi stupide", dice, riferendosi alle norme che limitano la libertà d'espressione e associazione. Promette un governo competente e tolleranza zero nei confronti della corruzione. Anche se ammette di non avere un programma articolato, a parte rendere la vita più facile per gli oppressi del paese. Si presenta come "antipolitico", ma è consapevole che dovrà circondarsi di persone con competenze tecniche, molte delle quali sono costrette a emigrare.
Abbiamo finito di mangiare. Wine comincia a parlare di quello che lui e Meseveni hanno in comune. Nel 1986 anche l'attuale presidente, che allora aveva 41 anni e guidava la guerriglia, aveva promesso di mettere fine all'autoritarismo.

"Il giovane Museveni non era molto diverso dal giovane Bobi Wine", dice. "Ma Museveni si è ubriacato di potere, si è illuso di essere un semidio". E' strano, dico mentre ci alziamo per andarcene, che un rapper ragamuffin uscito dal ghetto sia diventato la nemesi del presidente dell'Uganda. "Non sono la nemesi di Museveni", risponde Wine. "E' lui che è la nemesi di se stesso".
*David Pilling, Financial Times, Regno Unito
(Fonte.:financialtimes)
Bob Fabiani
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giovedì 12 settembre 2019

Libia, tra il ricatto dell'acqua e l'incubo di una "guerra su larga scala" (per procura)






Che cosa sta accadendo in Libia? A che punto è la "guerra civile" scatenata dall'uomo forte della Cirenaica, Haftar? E ancora : possiamo ancora chiamarla una guerra civile oppure, in questi ultimi mesi si è trasformata in qualcosa di altro?

A queste domande cercheremo di dare delle risposte in questo focus e, inevitabilmente, andremo a toccare "altre situazioni"; "altre questioni" perché, nonostante, la stanca, piatta copertura degli organi di informazioni italiani e, in generale occidentali; nel frattempo il quadro generale in Libia è mutato in modo drastico.


Il ricatto dell'acqua

"Nel paese del petrolio l'acqua non scorre più", scrivono i reporter del settimanale panafricano Jeune Afrique e proseguono : "Da maggio Tripoli, la capitale libica, ha dovuto affrontare almeno cinque (5) gravi interruzioni della fornitura  idrica. A queste si aggiungono i blackout. Anche se la linea del fronte è a decine di chilometri dal centro della città, che dal 4 aprile subisce l'assedio dell'autoproclamato Esercito nazionale libico comandato da Khalifa Haftar, la guerra per le risorse è entrata nelle case dei suoi abitanti".

E' questa dunque la fotografia della situazione nell'inferno libico.

I disservizi non derivano solo dai combattimenti e dal degrado delle infrastrutture : "A volte togliere l'acqua è un modo per punire gli abitanti di un certo quartiere . E' successo a maggio, quando una milizia affiliata ad Haftar ha chiuso la stazione di pompaggio di Jabal al Hasawna per ottenere la liberazione di un comandante che era stato catturato da un gruppo rivale".




A Tripoli, come altre città costiere, dipende per il 95 per cento dall'acqua pompata nel desertico del paese, dove c'è un vasto bacino sotterraneo. All'epoca del colonnello Muammar Gheddafi fu costruito un sistema di canali, chiamato Grande fiume artificiale, per portare l'acqua in tutto il paese. Il governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj accusa Haftar, che controlla buona parte del Sud della Libia, di chiudere le condotte a suo piacimento, aggravando la crisi umanitaria nella capitale.


Bilancio di una geurra disumana : oltre mille morti e 120mila sfollati

"Sono cinque mesi da quando il generale Haftar ha lanciato la sua offensiva per prendere il controllo Tripoli, interrompendo un processo politico attivo e promettente e riportando la Libia in un rinnovato conflitto".

Sono le schiette e dure parole spese, dall'inviato ONU in Libia, Ghassan Salamè che, intervenendo in una conferenza di qualche giorno fa, ha fatto il punto della situazione nel paese Nordafricano in una riunione del Consiglio di sicurezza.  "Dal 4 aprile il conflitto si è diffuso con un pesante tributo di civili e combattenti. A oggi, i civili uccisi sono oltre 100 (in totale arrivano a mille) e i feriti sono almeno 300, mentre 120mila sono gli sfollati" ha ribadito Salamè.

Tutti convergono su un punto : la "Crisi libica" è il dossier che la riguarda è di difficile interpretazione e, sopratutto, a oggi, nessuno dei protagonisti sa trovare la chiave di volta per risolverlo. E mano a mano che passa il tempo c'è il rischio che si allarghi sempre più, finendo per somigliare, in modo inquietante allo "schema -  Siria".

A riprova che questa è la situazione c'è il punto di vista dell'ambasciatore russo all'ONU, Vassily Nebenzia "il dossier libico è molto difficile, più di quello siriano. La Libia è come un bicchiere rotto, raccogliere i pezzi e rimetterli insieme è complicato".





Dossier Libia

Mentre dalle parti di Roma le Istituzioni della Repubblica italiana erano tutte concentrate sulla crisi di governo, qualcuno in  Europa, ha capito che la situazione della "Crisi della Libia" deve essere risolta prima che diventi qualcosa di incontrollabile. Sia in Africa sia in Europa.

Ma non è solo un problema di migrazioni la catastrofica situazione del paese Nordafricano ha tutte le caratteristiche, ormai, di un conflitto sul larga scala. Una "guerra per procura" che ha diversi protagonisti.

A questo punto in Europa hanno capito che il "dossier - Libia" non può più attendere dato che, appunto, il conflitto si sta rapidamente tramutando in una nuova guerra per procura tra potenze estere - principalmente Turchia da una parte e Emirati dall'altra - : e va prendendo una forma, drammaticamente simile alla Siria.

Ora è arrivato il tempo della Germania : dopo il clamoroso e fragoroso fallimento di Italia e Francia, dalle parti di Berlino, hanno pensato bene di provare a mettere in piedi una "conferenza di pace" per bloccare la catastrofe di una guerra cruenta e disumana.

Non più tardi di ieri, la cancelliera Merkel, in un intervento al Bunsestag, la Camera bassa, pronunciando un articolato discorso di poltica estera dove, il punto e il nodo centrale, è stato l'annuncio dell'impegno della Germania in prima fila per stabilizzare la Libia.

"In Libia c'è la minaccia di una nuova guerra per procura come in Siria. ... E' indispensabile che facciamo di tutto per assicurarci che la Libia non si trasformi in una guerra per procura e la Germania farà la sua parte. L'intera regione africana potrebbe essere destabilizzata se la Libia non sarà stabilizzata".

In questa vera e propria impresa, tuttavia, dalle parti di Berlino possono contare su un vero e proprio asso della manica : i rapporti stretti che la Germania può vantare sia con la Turchia - che arma e appoggia Serraj - sia con l'Egitto del dittatore Al Sisi, che sostiene il generale Haftar.






Con queste premesse è impossibile prevedere cosa accrdrà : sicuramente a Berlino hanno capito che bisogna mettere ordine dalle parti di Tripoli ma, gli strumenti con i quali si vuole raggiungere tale obiettivo non promette nella di buono per lo stremato popolo libico, stanco di guerra.

Eppure, qualche giorno prima della presa di posizione tedesca dall'altra parte del mondo, la vera e unica superpotenza a livello globale, aveva provveduto a presentare un articolato "piano di investimenti per la Libia" all'ONU. Firmato, Cina.


La primessa di Pechino sulla Libia : "Contribuiremo a risolvere il conflitto"

A soprpresa sullo scacchiere affollato del dramma libico fa irruzione la Cina. A Pechino hanno studiato ad arte il momento migliore per prendersi la scena, sullo scenario, piuttosto in stallo della guerra che sta "rapidamente deteriorando le condizioni di vita dei libici e sopratutto dei più vulnerabili, i migranti" - come ha riferito alle Nazioni Unite, l'inviato Ghassan Salamè - dopo cinque mesi e più di combattimenti con oltre mille morti, di cui cento sono civili.

L'irrompere sulla "Crisi in Libia" della Cina può cambiare le carte in tavola : Pechino, è il più grande importatore di petrolio al mondo e con interessi crescenti in Africa. Nasce da qui l'idea cinese di consegnare un dettagliato dossier sulla Libia. Nel presentarlo all'ONU, i cinesi si sono fatti promotori di un "processo per contribuire al processo di risoluzione politica del conflitto e alla stabilizzazione del paese" a cominciare da un rispetto rigido dell'embargo di armi.

In un colpo solo, Pechino diventa il più convinto alleato di Salamè che, invano, ha cercato di chiedere aiuto alle potenze regionali che, a turno, hanno fallito miseramente impegnate come erano a farsi, a loro volta, una "guerra senza quartiere" sul piano diplomatico.

Che cosa propone la Cina?

Nel piatto della pace, Pechino, è pronta a mettere non solo un aumento delle importazioni di petrolio - prospettando un 2.1 milardi di barili entro il 2023 - ma anche investimenti e posti di lavoro (anche per i migranti n.d.r) per ristrutturare e modernizzare le infrastrutture e modernizzare le infrastrutture e i trasporti libici, attualmente al collasso.

Non è la prima volta che la Cina è presente a Tripoli : ai tempi di Gheddafi aveva un giro d'affari pari a 20 miliardi di dollari di progetti con 75 società cinesi coinvolte e 36 mila dipendenti forse è anche per questo che, nel 2011 si astenne dall'intervento Nato per far fuori il colonnello. Fino all'estate scorsa anche Pechino appoggiava e sosteneva Serraj a questo punto però, pur di tentare di evitare un disastro dificile da classificare, la Cina potrebbe dar man forte all'Europa e alla stessa Italia in un quadro di multilateralismo.




Certo a Roma però il governo deve capire che il tempo è scaduto e non si può continuare solo a restare schiacciati sull'ossessione dei migranti, arrivati a questo punto bisogna avere il coraggio di riprendere la complessa materia della "politica estera" e magari sfruttare la collaborazione della Cina per non perdere l'occasione di restare un interlocutore autorevole e credibile : magari andando anche oltre del solito impegno italiano; impegno che vede i militari attivi con l'ospedale di stanza a Misurata per poi sperare di avere una corsia preferenziale per le risorse energetiche.
(Fonte.:jeuneafrique;alwasat;alaraby;libyatimes;ilfattoquotidiano;ilmanifesto;repubblica;internazionale)
Bob Fabiani
Link
-https://www.jeuneafrique.com;
-en.alwasat.ly;
-https://www.alaraby.co.uk/english;
-https://www.libyatimes.net;
-https://www.ilfattoquotidiano.it;
-www.ilmanifesto.it;
-www.repubblica.it;
-www.internazionale.it
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