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sabato 15 dicembre 2018

Romanzo Africano. (Una Storia, mille storie, quella di sempre)






Le vicende di 'AL DI LA' DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO' si svolgono tra il #Madagascar e la #Francia coprendo un arco di tempo lungo quasi 20 anni; raccontano del progressivo deteriorarsi dei diritti civili e umani di milioni di persone.

Sullo sfondo delle "nuove emergenze" che colpiscono l'occidente (e la #Francia in modo particolare) tra migrazioni collettive di popoli sempre più disperati che, si vedono costretti, giocoforza, ad abbandonare l'#Africa - Madre Terra - sotto la spinta della minaccia di quel "terrorismo di matrice islamica, radicale" che, per primi creano disastri e tragedie nel Continente Nero; danno luogo, nelle pagine di questo romanzo, allo sviluppare di storie e drammi paralleli tra Parigi e Antananarivo (la capitale della Grande Isola dalla Terra Rossa n.d.t) con unico, naturale sbocco: la "sospensione della democrazia".





Storia di drammi e tradimenti collettivi: chi prima chi dopo, tutti i personaggi di 'AL DI LA' DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO' ne sono investiti.
Il giornalista, François Labonde è testimone diretto della "fine della libertà di stampa" - fenomeno non solo francese ma in realtà comune a tutto l'occidente - ; l'avvocato-attivista dei diritti civili della capitale malgascia, #Tana (così chiamata dai cittadini in modo affettuoso), Philibert Ratsimilaho impossibilitato a portare a termine la campagna elettorale quando, a causa, del "caos sociale", la Francia (nel frattempo tornata sull'isola con le sue potenti navi da guerra ...) con i suoi militari, si assume la responsabilità di sospendere le elezioni privando così, i cittadini malgasci del loro diritto di voto.






I rampolli della "Parigi bene", Jean-Arnault Canon e Vincent Lombard sono tra i protagonisti principali di queste vicende con la loro doppia, inquietante personalità che li renderà, al tempo stesso, vittime e carnefici delle miserie umane di questa storia.

Gli eventi finiscono per travolgere la vita della diaspora malgascia di Francia, di cui, Catherine "Fela" Razafiarison è uno dei membri più in vista. Sullo sfondo, questa storia racconta le miserie di "lacchè di potere", affaristi corrotti al pari di influenti dirigenti delle forze dell'ordine, non sempre ligi al dovere, intervallati da trafficanti-mafiosi francesi, africani e malgasci responsabili degli eventi tragici di questa storia.
(Bob Fabiani)
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giovedì 13 dicembre 2018

#GiletsJaunes : Origini e istanze di una rivolta popolare





Che cosa ha generato la rabbia popolare che ha costretto #Macron a intervenire in  diretta televisiva per parlare alla nazione dopo il quarto sabato consecutivo di mobilitazione generale messa in atto dai #GiletsJaunes?

In origine - come scrive Alexis Spire, sociologo, direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique - Cnrs, Centro nazionale della ricerca scientifica - "l'origine della collera contro le tasse" si era sviluppata a "margine delle organizzazioni politiche e sindacali" ma poi, la mobilitazione dei #GiletesJaunes; messa in atto contro le tasse sui carburanti, all'inizio ebbe un seguito particolare nelle aree rurali e periferiche ma, fin da subito, chiosa il sociologo "ha colpito per il suo carattere spontaneo".

Su questo punto quasi tutti gli analisti ed esperti della politica francese concordano anche perché, questo movimento, senza un leader unico né capi in poco più di un mese è stato capace di produrre sconquassi notevoli. Questo è stato possibile, ribadisce ancora, Alexis Spire perché "ha finalmente messo in luce il sentimento di ingiustizia fiscale che da molti anni covava fra le classi subalterne e i piccoli lavoratori autonomi. In un paese in cui il prelievo fiscale rimane una leva per la redistribuzione, come si spiega che esso sia contestato sopratutto da chi si trova in basso nella scala sociale"? 

La domanda posta dal sociologo, direttore del Cnr non è per nulla retorica ma necessaria se, si vuole comprendere non tanto da dove nascono i #GiletesJaunes ma, in realtà dove porterà questa rabbia sociale che, al momento, dentro e fuori la #Francia è cavalcata da molti.


Ecco alcuni slogan risuonati durante le giornate di protesta collettiva che qualcuno ha chiamato "insurrezione popolare" dopo i violenti scontri con gli agenti di polizia che, a loro volta, raggiungevano gli onori della cronica per un discutibile trattamento contro gli studenti di alcuni licei a #MontesLaJolie :

"Basta tasse", "Macron taccagno", "Lavorare è un lusso", "Destra, sinistra = tasse", "Stop al racket, la rivolta del popolo potente può sfociare nella rivoluzione" ...


Si spiega anche così il "parziale" ritorno sui suoi passi del presidente dopo una sfilza di errori macroscopici commessi negli ultimi mesi.






"L'indignazione è condivisa da molti  francesi. Servono misure profonde. La collera è giusta, per certi aspetti. La violenza non sarà tollerata" , ha detto Macron durante il suo "discorso riparatore" come molti lo hanno ribattezzato.


-Errori di un leader non più in sintonia con la Francia 

Quali sono e quanti sono gli errori commessi dall'Eliseo guidato dal giovane presidente che, non più tardi di una anno e mezzo fa, aveva saputo conquistare la plancia di comando dopo essersi smarcato dal Governo Holland / Walls?

Sono almeno cinque. 

Vediamoli in dettaglio.

1 L'equivoco politico 

Macron ha commesso il più macroscopico degli errori, tipico di quei leader che, da un momento all'altro si trovano catapultati sul ponte di comando. Il potere ha sempre conferito sui politici quel "senso di onnipotenza" che, questi tempi moderni sembrano in qualche modo amplificare a dismisura.
Il presidente una volta arrivato all'Eliseo ha pensato che si potesse muovere come se potesse contare sull'appoggio del 66% che ha votato per lui, ai tempi del ballottaggio delle presidenziali, senza capire che invece si trattava di un referendum anti-Le Pen.
Il partito-movimento "En Marche" in realtà ha una base molto più contenuta e di minoranza: potendo contare sul 24% , i voti intercettati durante il primo turno.
Certo, grazie al sistema istituzionale, lo stesso Macron ha la maggioranza per governare, ma come avviene in questi tempi malati, questi leader che arrivano al potere dal nulla, non sanno cosa sia l'"arte di governare", ossia, saper mettere in campo un alleanza con altre forze politiche in parlamento.

2 Presidente delle élite dei ricchi

L'aumento di "pochi centesimi" sulle accise, che ha scatenato la mobilitazione dei #GiletsJaunes, è l'esempio di come Macron non sia stato in grado di capire quanti francesi debbano contare ogni euro di spesa. E' le prime mosse del Macron "presidente di tutti" in realtà fu solo a favore dei "soliti noti". Mise in atto misure che in realtà erano dei regali ai ricchi: abolizione della patrimoniale e Flat Tax su rendite finanziare.

3 Frasi shock

In un attimo la Francia inizia a rendersi conto che il "giovane e brillante presidente" in realtà è il classico leader distante e arrogante complici le sue frasi infelici, goffe, al limite del provocatorio. Ha iniziato a chiamare poveri "persone che non sono nulla", definito i fondi pubblici per sussidi sociali "spese pazze" ... Talvolta invece cade nell'uso dei toni da spaccone, come nel caso dello scandalo della sua guardia del corpo, intimando ai suoi oppositori che si erano permesso di criticarlo : "Vengano pure  a cercarmi".

4 Prigioniero dei tecnicismi

Questo è uno dei rimproveri che hanno denunciato i #GiletsJaunes al governo del presidente. Non solo l'assenza o la contestazione di misure, ma anche la difficoltà di decifrare l'azione del governo. Il governo è prigioniero di tecnicismi: l'esempio è la parola "moratorie" usata dal premier Philippe a proposito degli aumenti sulle accise. C'è voluto quasi un giorno per capire che voleva dire "abolizione".

5 Rottura con i "corpi intermedi"

Convinto di dover "applicare il programma" con cui è stato eletto, Macron ha marciato a tappe forzate sulle riforme, con poca concertazione con enti locali e sindacati moderati. Ha teorizzato l'inutilità dei "corpi intermedi", ritenendoli un freno all'azione del governo e che avessero perso la legittimità nell'opinione pubblica.
Adesso travolto dalla protesta, riscopre l'importanza del dialogo.


Ma cosa accadrà dopo l'attentato di Strasburgo? Quali intenzioni ha il governo dopo la nuova "chiamata alla mobilitazione" del movimento ribelle?





- Appello ai #GiletsJaunes "Non manifestate"

Appena ventiquattro ore dopo il discorso di Macron in diretta televisiva a #Strasburgo è andato in scena l'ennesimo attentato sul suolo francese : naturalmente la strage ha già in parte stravolto non solo l'agenda del presidente ma, ha relegato, d'incanto, le  istanze della protesta popolare dei #GiletsJaunes .
Alcuni attivisti del movimento di "Giubotti gialli" sui social network si lasciano andare a considerazioni di stampo complottista su quanto accaduto a Strasburgo, si moltiplicano in Francia gli appelli a sospendere le manifestazioni di ogni sabato dei #GiletsJaunes. 

A dire il vero il giorno dopo il discorso del presidente, seguito da 21milioni di francesi in diretta televisiva, di lunedì scorso; per Odoxa, circa il 59% circa è rimasto deluso dalle parole di Macron ma, tuttavia, era già partita la solita scena di ogni potere: tentare di dividere il movimento per depotenziarlo.
Indubbiamente il dopo-attentato di Strasburgo avrà la capacità di mettere sul banco degli imputati gli attivisti del movimento che, per altro, hanno già "chiamato alla mobilitazione per il prossimo sabato, #15D.

Il "coro all'appello" recapitato ai #GiletsJaunes : tra i primi, il sottosegretario all'interno, Laurent Nunez invoca la "responsabilità di tutti" , aggiungendo di "sperare che ci saranno meno manifestazioni" sabato in Francia visto l'attentato di Strasburgo.

"Penso che il movimento debba finire", sono le discutibili parole dichiarate dalla ministra della Giustizia, Nicole Belloubet ribadite, per altro dalle compagini di destra come il vicepresidente dei Republicains, Damien Abad che afferma : "i francesi non capirebbero se le nostre forze di polizia non fossero pienamente mobilitate su questa lotta al terrorismo".

(Fonte.:monde-diplomatique; liberation)
Bob Fabiani
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-www.monde-diplomatique.fr;
-www.liberation.fr              

mercoledì 12 dicembre 2018

#GiletsJaunes*





AfricaLand Storie e Culture africane con questo post inaugura una nuova sezione del #Blog dedicata ai #GiletsJaunes il movimento francese nato spontaneamente in tutta la Francia per combattere e fermare le misure economiche del Presidente #Macron incentrate sul #carovita e sul #carobenzina.

Sabato #15D è indetta una nuova giornata di lotta : l'#ActeV : in questa sezione approfondiremo da vicino questa realtà che ha tuttavia già prodotto alcuni significativi risultati se, si deve dar seguito alle parole pronunciate dal presidente dall'Eliseo non più tardi di due giorni fa ...

-Mania #GiletsJaunes

In Francia è scoppiata una vera e propria mania : tutti voglio i gilet gialli e così, i fornitori dei giubotti della protesta, stanno facendo affari a gonfie vele.
(Fonte.:liberation)
Bob Fabiani
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-www.liberation.fr

lunedì 10 dicembre 2018

#MarrakechSummit2018: Approvato il Global Compact #ForMigration






La Conferenza di Maarakech, in Marocco, porta in dote l'approvazione del Patto Mondiale sui #Migranti.

In Africa, nel paese Nordafricano, si sono dati appuntamento leader e rappresentanti di circa 150 paesi. L'orrendo #EsecutivoGialloVerde - per volere dell'impresentabile #Ministrodellapaura - è riuscito a coprirsi di ridicolo non andando all'incontro organizzato dalle Nazioni Unite.





A fronte del traguardo raggiunto, il segretario generale dell'#ONU, Antonio Guterres, ha definito il Global Compact una "roadmap per evitare sofferenze e caos", ribadendo che l'intesa del #10D non viola la sovranità degli Stati e non crea nuovi diritti per migrare ma ribadisce il rispetto dei diritti umani.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com

Rapporto Amnesty International sui #DirittiUmani nel mondo inchioda l'Italia e la svolta repressiva contro i #Migranti - FOTO DEL GIORNO






"Gestione repressiva del fenomeno migratorio", "erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo",  "retorica xenofoba nella politica", "sgomberi forzati senza alternativa".

Sono alcune delle critiche dirette, tranchant che hanno la forza d'urto di squarciare il silenzio assordante di tutti gli organi d'informazione italiani - tranne poche eccezioni - in materia di #Migranti e #DirittiUmani calpestati in questo paese irriconoscibile e tornato ad essere xenofobo, razzista e ferocemente incattivito dalla nuova #StrategiaDellaTensione praticata (e tollerata al di là di ogni ragionevole dubbio ...) dal #Ministrodellapaura direttamente dal Viminale.

Benvenuti nell'Italia a guida #GialloVerde, un governo che pratica spudoratamente l'#ApartheidDiStato.

Le durissime critiche che avete appena letto sono contenute nel rapporto firmato da Amnesty International intitolato "La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive 2019" pubblicato in occasione del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.
(Fonte.:archivio-fotografico africaland)
Bob Fabiani
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-www.amnesty.it  

domenica 9 dicembre 2018

Quella furia brutale della polizia contro gli studenti di #MontesLaJolie: quali conseguenze?






La scioccante decisione della #Gendarmerie francese di umiliare gli studenti d'Oltre Alpe ha scosso le coscienze di molti: che cosa sta accadendo nel Vecchio Continente sempre più avvolto da una crisi di valori, da una crisi politica e sociale che sta travolgendo tutto e tutti?

Proviamo a fare il punto della situazione cercando di delineare quali conseguenze della drammatica decisione degli agenti di polizia che, se possibile, nella Francia di questo fine 2018 sta mettendo in chiaro che, la guida del presidente della Repubblica, Macron è quantomeno giunta al capolinea, agonizzante, tanto che, uno degli intellettuali francesi, Raphael Glucksmann - per altro figlio del noveau philisophe Andrè; giornalista e promotore del movimento Place Publique, voce tra le più ascoltate e nuove del panorama della sinistra francese - ammette che : "Il regime di cui Macron è presidente è ormai agonizzante" e aggiunge "Lo stesso Macron sarà l'ultimo presidente della Quinta Repubblica".

Tutto nasce da una crisi latente, strisciante giunta all'apice dopo anni e anni di declino politico e sociale che scuote la Francia da molti anni ma, la recente scelta del presidente Macron di imporre, d'imperio sia #tassecarovita sia #tassecarocarburanti ha dato origine a una rivolta messa in atto dai #GlietsJaunes.



-Repressione brutale e disumana della polizia francese contro gli studenti

La clamorosa svolta repressiva - indegna di un paese come la Francia - è stata decisa per umiliare gli studenti di liceo, mettendoli in ginocchio, faccia contro il muro e mani dietro la nuca, ha suscitato indignazione e proteste in tutta la Francia.
Accade dopo una giornata di manifestazioni nella #banlieue parigina di Mantes-la-Jolie. Gli agenti e i dirigenti delle forze dell'ordine si sono trincerati dietro la narrazione di parte, ossia, questo vergognoso operato (grazie a un video girato sui social sono stati però pesantemente criticati...), è stato deciso per stanare la violenza divampata ai licei Saint-Exupery e Jean Rostand.

L'inaccettabile umiliazione messa in atto contro gli studenti ha riguardato circa 153 persone, tutte messe in stato di fermo.

-Istanze e richieste degli studenti francesi

La mobilitazione degli studenti francesi è in atto da molti mesi e riguarda una netta presa di posizione contro le politiche di Macron sul diritto allo studio dei giovani francesi. Le proteste infatti, di questi mesi, hanno messo in agenda, da parte degli studenti richieste precise che, tuttavia, il presidente francese, non ha minimamente preso in considerazione.

Cosa chiedono gli studenti?


  • Riforma del Bac
  • Contestazione di ParcourSup, sistema di accesso all'università
  • Abolizione tasse universitarie per extracomunitari

-Abusi di potere, disprezzo della polizia e arroganza del governo




Venerdì #7D sono stati più di cento i licei in agitazione : a Parigi si sentiva netta e forte la richiesta di "Macron, dimissioni".
Tuttavia, dal governo, non sono riusciti ad andare oltre la solita stucchevole frase di circostante che, la brutalità repressiva degli agenti fosse "solo" una conseguenza delle "circostanze violente" durante la manifestazione.
Tutto qui.
Nonostante che il Ministro dell'Educazione nazionale, Jean-Michel Blanquer dopo aver visionato il vergognoso video, si è detto "choccato"  il governo invece preferisce drammatizzare l'operato dei #GiletJaunes.

"Il movimento dei gilet gialli è un mostro che è sfuggito ai suoi iniziatori" - afferma il Ministro degli Interni, Christophe Castaner continuando a puntare il dito su "lo sfruttamento del movimento da parte di estremisti che vogliono far vacillare la Repubblica".

E Macron?

Il presidente continua a seguire la sua linea di sostanziale silenzio, non solo sulla rivolta messa in atto dai #GiletsJaunes ma anche e sopratutto sul clamoroso e brutale comportamento degli agenti di Montes-la-Jolie.
Macron ripete il messaggio (attraverso il governo) improntato "alla calma" ma, sostanzialmente, non vuole trattare né con gli studenti né con i gilet gialli che, tra l'altro lo hanno messo sul banco degli imputati chiedendo, senza se e senza ma, la sua dimissioni.




  

-Quali conseguenze dopo il comportamento della polizia francese?

Che cosa accadrà da qui in avanti nella Francia scossa dalla rivolta collettiva dopo la repressione brutale degli agenti?
E' indubbio che il video che inchioda le forze dell'ordine sono un sentore dell'inasprimento del potere che, attraverso la repressione di stampo militare vuole mandare un messaggio preciso: il presidente Macron vuole stanare, spezzare la rivolta e per farlo, non disdegna di mettere in campo una svolta autoritaria per altro messa in chiaro dall'operato dagli agenti, guarda caso, nella #banlieue, ossia, in un quartiere popolare come se la Francia, in un colpo solo fosse tornata ai giorni drammatici dell'Algeria 1958 quando, per mantenere il cappio colonialista nel paese Nordafricano, la civilissima Francia non disdegnava l'umiliazione dei ribelli algerini in lotta per l'indipendenza.
E' un monito diretto a tutti gli europei : siamo al capolinea non solo di una visione della politica ma della gestione sociale : a dieci anni di quella drammatica implosione del "Capitalismo morente" chi detiene il potere cerca di arroccarsi, di trincerarsi, di asserragliarsi nei "Palazzi del Potere" pur di continuare a portare avanti interessi che sorridono solo e soltanto ai capitalisti di sempre, quelle élite che hanno dettato il bello e cattivo tempo qui, a Parigi come altrove.
Nei giorni antecedenti al quarto sabato di rivolta da parte dei #GiletsJaunes sono circolate voci inquietanti di una "certa voglia" da parte di Macron di mettere in campo una "soluzione cilena" alla crisi sociale divampata in tutta la Francia e, in base a queste insistenti voci, l'incredibile, indecoroso comportamento della polizia francese, costituisce un pericoloso precedente. Per la Francia in rivolta e per il resto dell'Europa: quel video in cui studenti adolescenti vengono umiliati e messi faccia al muro sono un messaggio preciso: nessuna mobilitazione e protesta contro le élite reazionarie del 'Capitalismo morente' saranno tollerate e permesse, non è un caso che, almeno da un decennio, nella civilissima, moderna Europa - quella stessa Europa che ogni giorno che passa non fa altro che consegnarsi a sovranisti e partiti di estrema destra - è allo studio il famoso "esercito di polizia unica dell'Unione" che avrà licenza di sparare, senza se e senza ma contro i manifestanti perché i nuovi-vecchi leader non accettano di essere messi in discussione, figurarsi se, come avviene in queste settimane, i cittadini francesi si permettono di chiederne le dimissioni.
(Fonte.:lemonde;nouvelobs;liberation;monde-diplomatique)
Bob Fabiani
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venerdì 7 dicembre 2018

'AL DI LA' DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO' - IL ROMANZO*




Nasce una nuova sezione del #Blog, dedicata al mio 'Primo Romanzo Africano' dal titolo : 'AL DI LA' DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO' .
Il romanzo si snoda tra il #Madagascar e la #Francia.
In questa sezione, di volta in volta e, di evento in evento, verranno svelati fatti, aneddoti, curiosità ed eventi legati a questo libro.
(Bob Fabiani) 

'AL DI LA' DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO' - FOTO DEL GIORNO






AfricaLand Storie e Culture africane dedica la giornata di oggi alla pubblicazione del mio primo 'Romanzo Africano' intitolato 'AL DI LA' DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO' .

mercoledì 5 dicembre 2018

#Cop24 - FOTO DEL GIORNO*





I drammatici mutamenti del clima stanno mettendo a rischio la vita di miliardi di persone in #Africa come nel resto del mondo: bisogna fare in fretta a cambiare registro altrimenti sarà troppo tardi.

AfricaLand Storie e Culture africane, nei prossimi giorni pubblicherà uno speciale sulla #Cop24 che è in corso di svolgimento a #Katowice in #Polonia.
(Fonte.:africaland)
Bob Fabiani
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martedì 4 dicembre 2018

#RacialSegregation - FOTO DEL GIORNO




#AmeriKKKa : erano gli anni bui della #SegregazioneRazziale quando i #Neri  - gli Afroamericani - non potevano stare negli stessi posti frequentati dai #bianchi ...
Questa foto storica fece il giro del mondo e causò uno chock perché aprì uno squarcio sull'indifferenza di quanti, negli States come nel resto dell'occidente tendeva a negare che, la "Questione razziale" fosse un nervo scoperto in tutto gli Stati Uniti d'America ...
(Fonte.:africaland)
Bob Fabiani
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domenica 2 dicembre 2018

Quelle vittime dimenticate della guerra in #SudSudan






Ci sono conflitti a cui nessuno presta la benché minima attenzione. I motivi possono essere i più disparati ma, principalmente, nel cosiddetto occidente civile e moderno si preferisce voltare la testa da un'altra parte dal momento che, questi cruenti conflitti - delle vere e proprie guerre civili - avvengono e si consumano lontani dai confini dei paesi più evoluti (sulla carta...).

E' il caso del #SudSudan.

Oggi AfricaLand Storie e Culture africane approfondisce la sorte delle vittime dimenticate della guerra in #SudSudan dopo che, le Nazioni Unite, hanno smesso di contare i morti del conflitto #sudsudanese risalente al 2016.
Un recente studio statistico calcola che siano 38mila, molti di più di quelli stimati dall'#ONU.
(Bob Fabiani)


-"Vittime dimenticate"*

"Quanti morti?". Quando i giornalisti si occupano di guerre, epidemie o disastri, spesso è questa la prima domanda che fanno. In un mondo in cui diverse crisi si contendono l'attenzione, il bilancio delle vittime è il modo più semplice per valutarne la gravità. Ai governi, invece serve il numero dei morti per prendere provvedimenti.
Le organizzazioni umanitarie li usano per programmare gli interventi e ottenere finanziamenti, i ricercatori universitari li usano per i loro studi, politici e attivisti per promuovere le loro proposte.

Quando una crisi dura da tempo e ha effetti molto ampi, è difficile contare in modo preciso le vittime. Questo vale in particolare nel caso del #SudSudan, dove la guerra civile infuria dal dicembre del 2013.

"E' difficile calcolare il costo umano di conflitti come quello sudsudanese", afferma Kimberly Curtis, giornalista del sito Un Dispatch. "Gran parte del paese è inaccessibile, riceviamo informazioni incoerenti e le parti in conflitto danno versioni dei fatti contrastanti. Le ultime stime delle Nazioni Unite risalgano al maggio 2016 e parlano di 50mila morti. Non sono più state aggiornate, anche se sappiamo che ci sono state operazioni di pulizia etnica, un'emergenza umanitaria così grave da compromettere la sicurezza alimentare e un enorme flusso di profughi".





Un gruppo di esperti di statistica della London school og hygiene and tropica medicine ha provato a rimediare. L'équipe guidata da Francesco Checchi ha analizzato tutti i dati disponibili sul #SudSudan, applicando sofisticate tecniche statistiche per estrapolare, incrociare e fare stime. Alla fine è arrivata a un numero : 38mila morti, quasi otto volte la stima precedente.

"Le nostre scoperte fanno luce sul costo umano del lungo conflitto in Sud Sudan. Dovrebbero spingere le parti coinvolte e la comunità internazionale a cercare una soluzione duratura e, se questo non fosse possibile, a intraprendere un'azione militare nel rispetto del diritto internazionale", si legge a conclusione del rapporto.

In assenza di rilevazioni sul campo, i ricercatori hanno usato diversi indicatori per calcolare il tasso di mortalità: le piogge, il clima, la produzione alimentare, il prezzo di questi prodotti, la diffusione delle malattie. Usando  i dati relativi a questi indicatori hanno potuto fare ipotesi fondate sul numero di morti legate a ciascuno di essi.
Queste variabili sono state poi combinate con le poche rilevazioni a disposizione per ottenere un bilancio complessivo delle morti in #SudSudan nel periodo studiato. Il passato successivo è stato capire  quante erano una conseguenza diretta della guerra e quante invece fossero parte del corso normale della vita in #SudSudan. Per questo i ricercatori hanno costruito uno scenario "controfattuale", alternativo, teorizzando come sarebbe stato il paese senza guerra.


-Realtà alternativa

C'è la straziante descrizione di come sarebbero potute andare le cose se non ci fosse stato il colera, che si è diffuso per colpa del conflitto, se non ci fossero stati combattimenti, se le persone avessero potuto vaccinarsi contro il morbillo, se l'economia non fosse crollata.

"Dal dicembre del 2013 all'aprile del 2018 abbiamo stimato 1.177.600 morti tra i cittadini sudsudanesi, per cause di ogni tipo. Di queste decessi, 794.600 sarebbero avvenuti anche nello scenario controfattuale. I morti in eccesso sono quindi 38mila", si legge nel rapporto.

I ricercatori hanno scomposto ulteriormente il dato: la metà dei morti in eccesso è causato dalle violenze.

"Queste stime indicano un conflitto che per i civili è stato più cruento di quanto riportato dagli organi d'informazione e ha provocato enormi flussi di profughi".

Ecco perché le cifre sono importanti.

Ora sappiamo che la guerra in #SudSudan è ancora più violenta di quello che pensavamo. Fa più morti di quanto immaginava la peggiore delle ipotesi. Ora, si spera, cominceremo a fare qualcosa.




-Ultime Notizie

Le notizie che arrivano dal #SudSudan sembrerebbero avvalorare la tesi contenuta nel rapporto dei ricercatori che hanno ricostruito come, le morti dei sudsudanesi siano da ascrivere alle violenze diffuse.
Negli ultimi 10 giorni  sono state aggredite, picchiate e violentate 125 donne e bambine di meno di 10 anni.
L'allarme arriva da Medici senza forntiere (Msf) che fa sapere di aver dovuto fornire assistenza medica e psicologica alle vittime delle "brutali aggressioni", tra le quali ci sono anche donne incinte e altre di 65 anni.
*Simon Allison, Mail &Guardian, Sudafrica
**L'articolo che abbiamo riportato è stato pubblicato in Italia dalla rivista Internazionale del 23 novembre 2018
(Fonte.:mail&guardian; internazionale; ansa; nuovaresistenza; jeuneafrique)
Bob Fabiani
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sabato 1 dicembre 2018

#WorldAidsDay : FOTO DEL GIORNO




La FOTO DEL GIORNO di AfricaLand Storie e Culture africane è dedicata alla Giornata Mondiale dell'Aids che si celebra il 1 dicembre.
Benché non se ne parli più come negli anni'80 del Novecento è tuttora una piaga che fa decine di migliaia di vittime nel mondo e sopratutto in Africa.
(Fonte.:africaland-repertorio fotografico)
Bob Fabiani
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venerdì 30 novembre 2018

#GlobalCompactMigration, il voltafaccia del #Ministrodellapaura che sfila l'Italia dall'accordo internazionale sui #Migranti






All'indomani della ratificazione del #DecretoIncostituzionale  - meglio noto come #decretosicurezza - da parte della Camera dei deputati, il #Ministrodellapaura compie un'altra bravata in tema di migranti. Con la solita irritante spavalderia che gli è propria, annuncia un minaccioso "stop al #GlobalCompactMigration".

Diciamo subito che questa nuovo strappo che mette ancor di più l'#Italia nell'occhio del ciclone su un tema sensibile, non fosse altro per la posizione geografica occupata dal fu Bel Paese; arriva quando tutti i paesi sovranisti (il blocco al quale ormai appartiene l'#Italia dell'orrendo #EsecutivoGialloVerde n.d.t) si erano già chiamati fuori dal summit, voluto dalle Nazioni Unite che si terrà in #Africa, in #Marocco nella città di #Marrakech, il 10 e 11 dicembre.

Mancava dunque solo l'#Italia ora, per bocca dell'inquilino del Viminale, quel Ministro dell'Interno che si trova dapertutto tranne che al dicastero stesso; impegnato com'è nel propagare la sua narrazione distorta se non del tutto travisata di una presunta "invasioni di migranti" che nei fatti, nei numeri, nei documenti, non esistono.


-Che cos'è il #GlobalCompact?

Il #GlobalCompact è un accordo intergovernativo in cui i paesi membri delle Nazioni Unite (#ONU)  - di cui fa parte anche l'#Italia - uniscono le forze per gestire l'immigrazione, garantendo i diritti umani basilari e fondamentali per l'uomo.

-A cosa serve il #SummitMarrakech?

Il summit del 10 e 11 dicembre che andrà in scena a #Marrakech in #Marocco è una conferenza internazionale dell'ONU e, servirà, per ratificare il #GlobalCompactMigration.

L'inquilino del Viminale ha provveduto a far sapere agli italiani che, la delegazione del governo "non andrà a #Marrakech e non firmerà l'accordo".

Per quale ragione il #Ministrodellapaura non vuole firmarlo? Quale sono le sue paure?

Vediamole, soffermarci, su un punto sensibile attraverso il quale, ha potuto mettere in atto una delle più grandi manipolazioni che la storia della Repubblica italiana ricordi.

-Il #GlobalCompact vuole mettere tutti, rifugiati e migranti, sullo stesso piano e finirà per produrre un'invasione?

Falso.
L'accordo internazionale non mira a produrre un'invasione, dal momento che gli status rimangono comunque diversi (come previsto al punto 4 della Dichiarazione di New York n.d.t) e in ogni caso si hanno procedure diverse.
Tuttavia per ciò che riguarda i diritti fondamentali, presenti per giunta anche nella Costituzione italiana (di cui il pessimo, pericoloso #decretosicurezza ne stravolge dettami e diritti, come denunciato tempestivamente dall'Anpi che annuncia una Resistenza civile n.d.t), lo straniero deve essere trattato con pari dignità.

Bisogna aggiungere che l'accordo non è vincolante, ma firmarlo non implica nemmeno minare la sovranità degli stati.

Il Global Compact potrebbe permettere la creazione di accordi bilaterali tra stati utili a gestire al meglio, la migrazione, come dimostrano i punti 11 e 27, laddove si parla anche di sicurezza dei confini e rimpatri in determinati casi.

Allora perché il #Ministrodellapaura non vuole firmare il #GlobalCompact isolando completamente l'#Italia?
Lasciamo ai lettori la risposta più calzante a questo nuovo strappo dell'orrendo #EsecutivoGialloVerde, il governo che ha reintrodotto l'odio razziale e l'"Apartheid di Stato".
(Fonte.:iom)
Bob Fabiani
Link
-https://www.iom.int/global-compact-migration       

giovedì 15 novembre 2018

"BECOMING - LA MIA STORIA", L'AUTOBIOGRAFIA DI #MICHELLEOBAMA





Lo scorso #13N è stato pubblicato il libro di Michelle Obama  intitolato "Michelle Obama: Becoming - La mia storia" ; in Italia è edito da Garzanti.

L'ex first lady racconta in modo diretto e spontaneo la sua autobiografia senza lesinare aneddoti personali e giudizi tranchant sull'attuale America ai tempi di Traump, il successore di suo marito, Barack Obama.

AfricaLand Storie e Culture africane ne riporta un ampio stralcio direttamente dalla penna di Michelle Obama
(Bob Fabiani)





-Michelle Obama : "Il potere è dare speranza. Ma io non mi candiderò (nel 2020) ho visto troppe cattiverie"*





"Barack e io lo abbiamo lasciato per l'ultima volta la Casa Bianca il 20 gennaio 2017 per accompagnare Donald e Melania Trump alla cerimonia di insediamento. Quel giorno provavo tante sensazioni contemporaneamente: stanchezza, orgoglio, turbamento, impazienza.
Sopratutto, però cercavo di mantenere la calma, consapevole che le telecamere seguivano ogni nostro movimento. Mio marito e io eravamo determinati a completare il passaggio di consegne con grazia e dignità, a finire gli otto anni con i nostri ideali e la nostra compostezza intatti. Eravamo arrivati all'ultima ora. Quella mattina, Barack era andato per l'ultima volta nello Studio ovale e aveva lasciato una nota manoscritta per il suo successore. Ci eravamo radunati al piano di Stato per salutare il personale permanente della Casa Bianca, i maggiordomi, gli usceri, gli chef, i domestici, i fiorai e tutti coloro che si erano presi cura di noi con amicizia e professionalità, e ora avrebbero usato la stessa cortesia con la famiglia che si sarebbe trasferita lì nel corso della giornata.
Gli addii furono particolarmente difficili per Sasha e Malia, perché molte di quelle persone le avevano viste quasi tutti i giorni per metà della loro vita. 



  


Io li avevo abbracciati uno per uno e avevo cercato di non piangere quando ci avevano consegnato come dono di commiato due bandiere americane: quella del primo giorno del suo mandato, due simboli che aprivano e chiudevano l'esperienza della nostra famiglia in quel luogo.
Seduta per la terza volta sul palco dell'insediamento, di fronte al Campidoglio, cercavo di contenere le emozioni. La vibrante varietà di culture ed espressioni delle due cerimonie precedenti non c'era più, sostituita da un'uniformità scoraggiante, una scena occupata quasi solo da maschi bianchi, come tante volte in cui mi ero spesso imbattuta nella mia vita, specialmente nei luoghi più privilegiati, nei vari corridoi del potere in cui mi ero infilata da quando avevo lasciato la casa della mia infanzia in Euclid Avenue.




La mia esperienza professionale  - dal reclutamento di nuovi avvocati per Sidley & Austin alle assunzioni alla Casa Bianca  -  mi aveva insegnato che l'omogeneità, fino a quando non si fa uno sforzo meditato per correggerla. Osservando le circa trecento persone sedute sul palco, gli illustri ospiti del nuovo presidente, mi sembrava evidente che, nella sua Casa Bianca, un simile sforzo sarebbe stato improbabile. Qualcuno dell'amministrazione di Barack avrebbe potuto dire che era un problema di percezione negativa, che l'immagine che vedeva il pubblico non rifletteva la realtà o gli ideali della presidenza. Ma, in questo caso, forse sì. Mentre me ne rendevo conto, smisi anche di cercare di sorridere. Una transizione è esattamente questo: il passaggio a qualcosa di nuovo. Una mano si posa sulla Bibbia; si ripete un giuramento. I mobili di un presidente vengono trasportati fuori mentre entrano quelli di un altro. Si svuotano e si riempiono cassetti. Nuove teste riposano su nuovi guanciali: nuovi temperamenti, nuovi sogni. E quando il tuo mandato è finito, quando, l'ultimo giorno, lasci la Casa Bianca, sotto molti aspetti devi recuperare te stesso. Mi trovo adesso a un nuovo punto d'inizio, in una nuova fase della mia vita. Per la prima volta in molti anni sono svincolata dai doveri della moglie di un politico, sono libera dalle aspettative degli altri. Ho due figlie ormai quasi adulte che hanno meno bisogno di me rispetto a un tempo. Un marito che non porta più sulle spalle il peso della nazione. Le responsabilità che sentivo  - nei confronti di Sasha e di Malia, di Barack, della mia carriera e del mio Paese - sono così cambiate da permettermi di pensare in modo diverso a quello che verrà.
Ho avuto più tempo per riflettere, per essere semplicemente me stessa. A cinquataquattro anni non ho finito di crescere e spero di non finire mai. Per me, diventare qualcuno non significa soltanto raggiungere una certa destinazione o conseguire un certo fine. Lo considero piuttosto un perpetuo movimento in avanti, un mezzo per evolvere, un modo per cercare costantemente di migliorarsi. Il viaggio non finisce. Sono diventata una madre, ma ho ancora molto da imparare dalle mie figlie e dare loro. Sono diventata una moglie, ma sto ancora cercando di capire, conscia dei miei limiti, ciò che significa amare veramente un'altra persona e costruire una vita insieme. 



    


Sono diventata, fino a un certo punto, una persona di potere, eppure ci sono ancora momenti in cui mi sento insicura o inascoltata. Fa tutto parte dello stesso processo, sono passi lungo un percorso.
Diventare richiede pazienza e rigore in parti uguali. Diventare significa non rinunciare mai all'idea che bisogna ancore crescere.
Siccome me lo chiedono spesso, lo dirò qui, senza mezzi termini: non ho intenzione di candidarmi a una carica politica, non lo farò mai. Non sono mai stata un'appassionata di questo mondo e la mia esperienza negli ultimi dieci anni non ha fatto molto per cambiare il mio atteggiamento. Continuo a essere sconcertata dalle cattiverie, dalla segregazione tribale di rossi e blu, quest'idea che si debba scegliere un partito e seguirlo ciecamente, senza ascoltare gli altri né scendere a compromessi o, a volte, persino senza comportarsi da persone civili. Io credo che la politica, nella sua accezione migliore, possa essere uno strumento di cambiamento positivo, ma questa arena non fa per me.
Questo non vuol dire che non mi stia profondamente a cuore il futuro del nostro Paese. Da quando Barack non è più in carica ho letto notizie che mi fanno rivoltare lo stomaco. Sono rimasta a letto sveglia la notte, fumante di rabbia. E' stato doloroso vedere come il comportamento e l'agenda politica dell'attuale presidente abbiano indotto molti americani a dubitare di sé e a dubitare degli altri e temerli.
Non è stato facile stare a guardare mentre provvedimenti approntati con cura e attenti ai bisogni delle persone venivano cancellati, mentre ci alienavamo la simpatia di alcuni dei nostri più stretti alleati e abbandonavamo i membri più vulnerabili della nostra società lasciandoli senza difese fino a disumanizzarli. A volte mi chiedo quando mai arriveremo a toccare il fondo. Quello che non voglio permettermi, però, è di diventare cinica. Nei momenti in cui sono più preoccupata, mi fermo, respiro a fondo e ricordo a me stessa la dignità e la correttezza di molte persone che ho incontrato nel corso della mia vita, i molti ostacoli che sono già stati superati. Spero che altri facciano lo stesso".

*Michelle Obama, 2018
 Crown Publishing Group, a division of Penguin Random House LLC
**Garzanti S.r..l, Milano, 2018

(Fonte.:repubblica)
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Bob Fabiani
-www.repubblica.it
     

mercoledì 14 novembre 2018

#RDC: La peggiore epidemia di #ebola nella storia del paese









L'epidemia di ebola è tornata a minacciare (e a uccidere) i cittadini della Repubblica Democratica del Congo. 
I numeri sono drammatici: da agosto 2018 ad oggi, il ritorno del virus ha causato il decesso di 200 persone.
Ultima in ordine di tempo, questa epidemia è di gran lunga la peggiore nella tribolata storia del #Congo.  Il grande paese africano non riesce a trovare pace, schiacciato com'è tra l'infinita guerra civile che contrappone le due anime del paese, il Nord con il Sud; una guerra per altro animata dagli appetiti mai cessati per le materie prime (cobalto, uranio, diamanti) da parte delle potenze colonialiste - ora attive da #Kinshasa e nel resto del Congo (un tempo Zaire) attraverso le multinazionali, spesso e volentieri transnazionali - e, in qualche modo, aggiornata dai venti di secessione da parte dei ribelli del Nord che vorrebbero staccarsi quanto prima dalla Repubblica Democratica del Congo.







Almeno 200 persone sono morte da agosto ad oggi, secondo le autorità congolesi, con oltre 300 ulteriori casi di infezione confermati: la notizia di questa drammatica emergenza è stata riferita (e rilanciata) dai reporter Bbc online.

Nella quotidiana lotta contro il virus le Ong e i responsabili della Sanità mondiale fanno sapere che il programma di vaccinazione ha finora inoculato 25mila persone.





"Ad oggi, sono stati registrati 319 casi e 198 decessi", ha ammesso il Ministro della Sanità, Oly Ilunga.

La metà di questi decessi si sono registrati a #Beni, città di 800mila abitanti, situata nella regione di Kivu.

L'epidemia 2018 è la decima divampata in #Congo ed è la peggiore dal 1976, quando venne segnalato il primo caso, nell'ex Zaire.





Il Nord-Kivu è una regione di frontiera, in cui gli spostamenti per fini economici con #Uganda e #Ruanda sono molto frequenti e per questa ragione aumenta anche il rischio di trasmissione del virus.
(Fonte.:bbconline)
Bob Fabiani
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-www.bbc.com/news/world/africa    

martedì 13 novembre 2018

Conferenza Palermo sulla Libia: "Quella vana speranza dell'Italia di raggiungere un accordo tra Al-Sarraj e Haftar"







L'Italia sperava di fare il colpaccio nella due giorni del vertice sulla Libia, svoltosi a Palermo; l'idea del governo italiano era quella di favorire un accordo tra Al-Sarraj e il generale Haftar dopo aver incassato il sostegno delle Nazioni Unite, seguite anche dal "Piano per la Libia" portato in dote, qui a Palermo dall'inviato speciale ONU in Libia, Ghassan Salamé.

Proprio per questa ragione, rispedito al mittente da parte di Haftar, un attimo prima di lasciare Palermo.

Ecco le infuocate parole dell'uomo forte della Cirenaica:

"La mia presenza è limitata agli incontri con i ministri dell' Europa e il primo ministro italiano, con gli altri (leggi Turchia e Qatar estromessi giocoforza dall'Italia per non coprirsi di ridicolo per questo inutile summit); non ho nulla a che fare", dice a butto muso il generale un attimo di lasciarsi  alle spalle i corridoi di Villa Igiea.

Il generale poi però dice anche altro:

"Siamo sempre in stato di guerra e il Paese ha bisogno di controllare le proprie frontiere. Abbiamo frontiere con la Tunisia, Algeria, Niger, Ciad, Sudan, Egitto e la migrazione illegale  viene da tutte le parti", riferendosi in particolare al fenomeno  dei miliziani jihadisti toccando un punto che non è troppo considerato qui in occidente, ossia, il tragico fenomeno per l'Africa del terrorismo di matrice islamica : la minaccia dell'"Islam radicale" (come veniva descritto ai tempi degli attentati in Belgio e in Francia nel 2015) che nel Continente Nero si materializza con la presenza di gruppi di Al Qaeda e Daesh per punire quei governi locali troppo accondiscendenti verso le Potenze colonialiste di sempre.
(fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com  

    

#MadagascarDecide: Quel gioco spericolato e pericoloso dei 'soliti noti'







Mano a mano che passano i giorni la votazione del #7N per scegliere il nuovo presidente della Repubblica del Madagascar è tutto un susseguirsi di illazioni, polemiche, accuse e contraccuse tra i tre principali antagonisti e già ex presidenti malgasci.
Mentre si attendono i risultati ufficiali del primo turno delle Presidenziali da parte della Ceni - Commissione Elettorale Nazionale Indipendente del Madagascar, i toni sono sempre più incendiari. Si va dalla denuncia di frodi (brogli elettorali) all'accusa pesante di corruzione, concludendo con intimidazioni dirette e indirette.

E' questo il clima in Madagascar in attesa del secondo turno, in programma il 19 Dicembre.

Dopo il 56% delle schede conteggiate a livello nazionale; ci sono conferme e posizioni ormai cristallizzate. Rajoelina e Ravolamanana sono in testa con il 39,06% e il 36,53% quindi in leggero calo ma comunque certi di giocarsi la vittoria nel ballottaggio mentre, per il restante plotone di candidati (34), la sorte è ornai segnata, sono fuori gioco.

Tuttavia seppure Hery Rajaonarimampianina è stato severamente bocciato dal voto popolare, nell'ultima pubblicazioni della Ceni, ha recuperato qualcosa, attestandosi comunque su un deludente 8% dei voti.

Eppure si ha l'impressione che tra oggi, #13N e il #20N, data ufficiale dell'annuncio dei risultati, da parte della commissione elettorale può accadere ancora di tutto anche se alla fine, l'unica probabile soluzione sarà il ballottaggio tra i 'soliti noti', in programma a metà dicembre e, forse, per quella data si potrà risolvere la 'questione politica' che ha gettato l'isola in una crisi di difficile soluzione e che dura dal 2009.
(Fonte.:jeuneafrique)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com


lunedì 12 novembre 2018

Conferenza Internazionale Libia a Palermo: quale futuro per il Paese Nordafricano?






Si aprono i battenti della Conferenza Internazionale per la Libia, a Palermo : un appuntamento voluto a tutti i costi sia dal governo italiano sia dalla diplomazia italiana nel vano tentativo di riprendere quota dalle parte di Tripoli dopo che la stessa Italia ha visto perdere molte posizioni sulla sfera di gradimento delle tante anime libiche.

Ma le buone intenzioni di Roma sono destinate a restare carta straccia per una insieme di ragioni che sono presto dette: la comunità internazionale non ha nessuna voglia di impegnarsi per la Libia tanto più che per tutti, il problema principale è costituito dal dramma della "Questione dei Migranti". Il resto sono chiacchiere da bar.


-Flop italiano

Il declino di un Paese lo si nota su due fronti ben chiari: la capacità di aprire nuovi varchi e alleanze sul fronte internazionale e, in definitiva dalla capacità dei propri leader di essere credibili sullo sfondo della Geopolitica.
L'Italia, è risaputo, non ha mai brillato per una efficace "Politica estera" (al pari dell'Unione Europea che non è mai in grado di muoversi unitariamente e per tempo). Con queste premesse la conferenza che apre i battenti proprio mentre scriviamo, non poteva che essere destinata al fallimento.
L'appuntamento di questo #12N è del tutto inutile e rappresenta una occasione persa da #Roma: come è stato possibile non rendersi conto che nessuno aveva (ed ha) interesse a metterci la faccia in questo vertice snobbato in ordine sparso da tutti: a cominciare dalla Francia passando per la Germania  e finendo agli USA (che del resto della Libia non sanno cosa farsene e, al limite, sono interessati a mettere mano su qualche capo o capetto di una qualche importanza nel variegato mondo di #Daesh in chiave anti-Islam del resto tanto caro a Trump).

L'errore più grande dell'Italia è stato quello di non esser riusciti a mettere in piedi un "pre-vertice" tra #Roma e #Parigi in modo che si potesse chiarire quali erano (e sono) i compiti e gli obiettivi di #Roma e quali quelli di #Parigi.


-Quale futuro per la Libia?


La conferenza internazionale sul futuro della  Libia, piombata nel caos dopo la disastrosa 'guerra Nato 2011' , sponsorizzata e voluta a tutti i costi dalla Francia di Sarkozy, per togliere di mezzo, l'ingombrante figura del Rais Gheddafi; apre i battenti a #Palermo, ma senza la certezza di ottenere risultati concreti, se non quello del rinvio delle elezioni elettorali di dicembre (come voleva #Parigi e Macron n.d.t) a data da destinarsi e comunque a 2019 inoltrato (forse in Primavera come ammettono anche dalle Nazioni Unite n.d.t).

Nulla cambia dunque e come potrebbe se, le varie diplomazie, fanno a gara, per dimostrare di essere più bravi dei nemici di sempre?
E intanto le tragedie si susseguono di giorno in giorno e di mese in mese e di guerra civile in guerra civile, senza soluzione di sorta.

Si continua nell'errore di sempre: il primo mondo, con la sua arroganza e supponenza di avere la bacchetta magica e, per "grazia ricevuta", in un colpo solo si auto-assolve e si auto-elegge a "salvatore della patria" - in questo caso della Libia - senza però ponendosi per un attimo nella vera realtà complessa di questo Paese come del resto di tutto il Continente Nero.

L'appuntamento siciliano dunque serve (o sarebbe servito nelle intenzioni del governo italiano n.d.t) a 'mantenere le posizioni' senza nemmeno provare a risolvere concretamente i problemi che, detto per inciso, non si risolvono né con la diplomazia né con le imposizioni occidentali che tendono a imporre solo "governi fantocci" che non fanno altro che rianimare i soliti, stucchevoli "interessi colonialisti" per continuare nello scippo delle varie materi prime africane che, da queste parti, significa: l'oro nero, ossia, il petrolio che fa gola a tutti. Italia, Francia, Egitto, Russia e via di questo passo.

Un capitolo a parte merita il generale Haftar.

Ci sarà a Palermo oppure no? E se alla fine poserà i suoi piedi sul suolo siciliano finirà per seguire (alla lettera ...) le imbeccate dal dittatore del Cairo, l'egiziano Al Sisi (per altro ben supportato da Macron in chiave anti-italiana)?

I reporter di AFP, hanno riportato la notizia (non troppo sponsorizzata dalla stampa nostrana), secondo cui, il premier Conte, l'11 novembre, si è spostato a Benghazi, nella Libia orientale, per incontrare proprio Haftar, la notizia viene confermata anche da fonti dell'Esercito Nazionale Libico (ANL): che cosa si saranno detti? Conte avrà insistito affinché Haftar metta da parte la sua naturale antipatia per #Roma e per il razzista #Ministrodellapaura?

Mistero.

Tanto più che a vertice iniziato non è dato sapere se il generale ci sarà oppure preferirà non partecipare ai lavori per poi incontrasi in separata sede in vertici unilaterali con Al Sisi (Egitto ... ricordiamo sempre che lo sponsor primario del "Signore della Cirenaica" oltre a #Parigi e proprio l'"Egitto dei militari" che sognano di mettere finalmente le mani su quella parte di Libia confinante con il Cairo per dare finalmente seguito al sogno di sempre, ossia quello del "Grande Egitto n.d.t) e Mevdev (Russia) che presenzia al posto dello "Zar Putin" o il potente Ministro degli Esteri, Lavrov del resto sono questi i "veri incontri" che possono cambiare le carte in tavola e, come si può notare l'Italia è fuori dai giochi che contano.

Insomma, al tirar delle somme, l'Italia sbaglierebbe doppiamente se pensasse di impostare il discorso sull'annosa "Questione Migranti" in genere, queste conferenze vengono organizzate per imporre politiche e alleanze future: ma l'Italia quale politica ha per la Libia e per l'Africa in generale?

Mistero.


A #Roma non conviene fare la guerra a #Parigi, la perderebbe in partenza, piuttosto al governo prima capiscono che la Libia e l'Africa sono risorse (e così facendo per esempio, Alitalia non avrebbe fatto la fine ingloriosa che abbiamo davanti agli occhi ... invece di scimmiottare improbabili joint venture improbabili bastava puntare lo sguardo a Sud e davanti a quel Sud si sarebbe aperto l'orizzonte visivo del Continente Nero quello che par altro stanno facendo con grande risultati in Etiopia con la compagnia di bandiera; che poi Alitalia un tempo in Africa era ben presente ... paradossi di un declino senza precedenti e che oramai, relegano, in posizioni subalterno questo triste Paese chiamato Italia capace solo di deliri razzisti e sovranisti mentre gli altri si dividono risorse e rotte ... restando solo al discorso della compagnia di bandiera); risorse imprescindibili e irrinunciabili e prima, #Roma riconquisterà importanza e considerazione a #Tripoli e non solo.

-Conclusioni

Vedremo se #Roma ha capito che la Libia e l'Africa sono delle risorse (non solo economiche) da valorizzare se non si vuole far tracimare il caos oltre ogni degenza.
(Fonte.:afp;jeuneafrique;liberation)
Bob Fabiani
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-www.afp.com.fr;
-www.jeuneafrique.com;
-www.liberation.fr

     

domenica 11 novembre 2018

Tensioni e accuse post-primo turno Presidenziali 2018 in Madagascar





Sono passati quattro giorni dal #7N in cui i malgasci erano chiamati a esprimere il proprio voto per decidere il prossimo presidente della Repubblica malgascia.

Prima di addentrarci sugli ultimi sviluppi che stanno tenendo banco sul tutto il territorio dell'isola, partiamo dall'ultimo dato sul voto popolare, una nuova pubblicazione da parte della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente del Madagascar (CENI), nella giornata di ieri #10N.

Questi i dati aggiornati al 10 / 11 / 2018*

Scrutinio al 13,85% : 3.441 seggi su 24.852


  1. Andry Rajoelina     :  41,37%
  2. Marc Ravalomanana : 38,42%
  3. Hery Rajaonarimanpianina : 5,85% 
*(dati tratti dalla pagina Facebook : VIM Volontari Italiani per il Madagascar)

Alla luce di questo nuovo aggiornamento cambiano un pochino le cose ma non si tratta di stravolgimento delle forze in campo, in quanto, il ballottaggio è ormai una certezza e si terrà il 19 Dicembre 2018.

Hery Rajaonarimanpianina recupera qualcosa a fronte dell'esito del tutto deludente, in quanto alla vigilia H. V. M aspirava a ben altro risultato tanto che tutti gli organi di informazione malgasci stanno scrivendo articoli su articoli in cui si sottolinea la "rumorosa debacle" che potrebbe anche segnare per sempre la sua carriera politica. Sul fronte dei "due leader battistrada" i voti intercettati cambiano, nel senso che scendono leggermente, allontanandosi - definitivamente - dalla soglia magica del 50%.

E il resto del plotone?

Tutto confermato. I 33 candidati non superano l'1%.


-Tensioni, accuse e ripicche all'ombra della "Grande Isola dalla Terra Rossa"


L'aria che si respira su tutto il territorio del Madagascar è a dir poco elettrica. Da una parte, la totalità dell'opinione pubblica è disillusa, se non addirittura attonita dopo il primo turno di queste Presidenziali 2018; in una sorta di attesa che potrebbe prendere qualsiasi direzione. Su tutto aleggia la delusione per i dati emersi in questa prima parte delle pubblicazioni da parte della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente del Madagascar (CENI); delusione per quella richiesta di cambiamento che al momento sembra essere state disattese.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare i più attivi nel post-voto presidenziale non sono i cittadini ma i politici.

Paradossi africani e malgasci.

La lentezza della pubblicazione da parte della Ceni hanno dato la possibilità sopratutto ai due leader che risultano vincenti al termine del primo turno di ascriversi il vantaggio (a turno) più consistente.

Comportamento del tutto discutibile e pericoloso tanto che sempre, nella giornata di ieri, #10N, la delegazione di responsabili dell'Unione africana arrivati dalle parti di Antananarivo per osservare lo svolgimento regolare delle operazioni di voto; ha preso prepotentemente voce in capitolo, redarguendo, severamente, proprio i due leader che si trovano in vantaggio.

E' stato il capo missione dell'UA - Unione africana ha inviato un duro e deciso monito a tutti i candidati e ai loro rispettivi sostenitori di interrompere la pubblicazione dei risultati e di attendere quelli pubblicati della CENI.


"Sono ex capi di Stato. Sono soggetti agli obblighi di moderazione e rispetto della legge. Dovrebbero essere una fonte di pace. Non è nel loro interesse intraprendere azioni che possono portare a tensioni e disordini".


Perché questa presa di posizione da parte della missione UA?

La dichiarazione precisa e severa è stata pronunciata dal capo missione dell'osservazione elettorale UA non più tardi di ieri, 10 novembre, in risposta al metodo del candidato Ravalomanana che prevedeva di chiamare i suoi sostenitori a una manifestazione di piazza in Ambohijatovo.

E' il caos.

In tutto questo tira e molla tra minacce e ostentazioni di forza si inserisce il candidato Hery Rajaonarimanpianina punta il dito contro la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) denunciando il caso di abuso di voti, a suo dire, per cercare una spiegazione circa il suo deludente risultato in termini di voti.

Qualcuno invece, come Ramtane Lamamra, cerca di fare appello alla responsabilità collettiva sostenendo che: "Allo stato attuale, non è il momento di provocare un Movimento di protesta e ancor meno di causare problemi".


-Ha funzionato la macchina elettorale in Madagascar?

Dopo quattro giorni dal giorno delle Elezioni Presidenziali si può tentare un primo bilancio sulla macchina organizzativa elettorale.
Si tratta di un responso in chiaro-scuro di questa tornata elettorale. Non troppo bene a sentire  le voci critiche di quanti non hanno potuto esercitare questo diritto fondamentale di ogni cittadino che si rispetti.

Tra denunce di brogli e svolgimento regolare del voto del #7N cosa sostiene l'UA?


"Elezioni Presidenziali #7N rappresenta un significativo passo avanti nel consolidamento della democrazia e della stabilità. I cittadini malgasci potevano scegliere liberamente il loro Presidente della Repubblica".


Eppure qualcosa non torna.


-L'incredibile accusa del signor. Ravalomanana


Nelle ultime ore dunque, il termometro del nervosismo in Madagascar è pericolosamente in salita e, in questo senso, fa molto discutere l'infamante accusa nei confronti della Ceni da parte del 'Clan Ravalomanana' in tandem con il responsabile della campagna elettorale 2018, Rabenja Tsehenoarista; secondo quanto affermato pare che la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI) avrebbe ricevuto una forte somma di denaro da parte di un candidato.
Sono dichiarazioni diffamatorie oppure il clan dell'ex presidente hanno prove e, se così fosse, sono state depositate agli organi competenti?

Se verrà confermata la diffamazione, Ravalomanana rischia una condanna ai sensi dell'Articolo 208 Legge organica n° 2018-008: "un candidato per le elezioni pubbliche tendenti a screditare l'amministrazione elettorale o la magistratura, o che tende a esercitare pressioni su di loro prima di decidere l'esito finale comporta la squalifica".

Si annunciano giornate esplosive da qui al giorno del ballottaggio in programma il 19 Dicembre la speranza di tutti è che la "Grande Isola dalla Terra Rossa" non piombi di nuovo nell'incubo di una repressione poliziesca se non in quella militare.
(Fonte.:midi-madagasikara)
Bob Fabiani
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-www.midi-madagasikara.mg       

   
   

sabato 10 novembre 2018

Somalia, ennesima strage di civili







Almeno 41 persone (per lo più civili) sono state uccise e più di 106 feriti, nella giornata di venerdì, a causa dell'esplosione di due autobombe piazzate dai miliziani di Al Shabaab: fonti locali, fanno sapere che un altro attentatore è morto suicida nei pressi di un hotel occupato della capitale somala, Mogadiscio.

Non c'è pace dunque per la Somalia che continua a passare le proprie giornate di dramma in dramma e di strage in strage, messe in atto dai "Signori della Guerra" che, per un motivo o per un altro, non accennano a retrocedere dai loro obiettivi di sterminio. La Somalia e la sua capitale bruciano nel disinteresse generale mentre, nel cosiddetto primo mondo si continua a parlare di Africa praticamente a senso unico, nell'unico modo che questi tempi reazionari conoscono, ossia, sempre a senso unico e nella paranoia dei "Migranti invasori" della ricca, cinica, disumana "Vecchia Europa".


Inoltre si è appreso che questo stesso hotel, era stato colpito in un attacco del 2015: per altro, si trova vicino allo svincolo K4, un posto affollato nel centro di Mogadiscio.
E' risaputo che questa zona è ricca di hotel - frequentati dai professionisti stranieri e dai politici del paese africano - e, proprio vicino al luogo dell'attentato, so trova la sede del Dipartimento di Investigazioni Criminali (CID).

L'obiettivo dei miliziani di Al Shabaab era il noto "Hotel Sahafi".
(Fonte.:jeuneafrique;afp)
Bob Fabiani
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-www.jeuneafrique.com;
-https://www.afp.com.fr