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mercoledì 5 agosto 2020

Viaggio in Mauritania tra deserto e mare Pt.1










Percorrendo la strada lungo la costa della Mauritania s'incontrano saline, dune e spiagge sconfinate. E popolazioni dal passato nomade  che vanno incontro a un futuro ancora incerto.
AfricaLand Storie e Culture africane vi porta in viaggio nel paese africano per tutto il mese di agosto.





-Tra deserto e mare*








Chike ci pensa su per un po', ma alla fine inizia a parlare: "Allora", dice, attaccando con voce amichevole "mettiamo che io arrivo nel tuo paese. Diventa buio. Non so dove andare. Mi presento alla porta di una casa. Mi daranno un posto per dormire?".

"Una porta qualsiasi?".
"Di una casa, sì".
"Be', no".
"Ah, ecco".
"E' anche possibile che se ti vedono
piantato davanti alla porta" - mi sta per scappare "con quell'aria lì", ma non lo dico - "qualcuno chiami la polizia" .

Chike abbassa lo sguardo e scuote la testa contrariato.

Sono le prime battute del viaggio che vogliamo fare: attraversare la Mauritania da Nord a Sud, dalla frontiera con il Sahara Occidentale (il territorio occupato dal Marocco, ma rivendicato dal popolo sahrawi) fino alla foce del fiume Senegal.
Viaggiamo lungo la strada che attraversa il paese da un capo all'altro, dal Sahara al Sahel, con l'Oceano Atlantico da una parte e il deserto dall'altra.




Quello che troviamo lungo la strada, quello che lì si vive e si racconta, è la storia di un paese giovane, in costruzione. Un paese che ha appena sessant'anni, dove la vita che è andata avanti per secoli - il nomadismo, la dipendenza dal deserto, il ciclo annuale delle piogge, l'agricoltura lungo il fiume, l'appartenenza tribale - sta cambiando rapidamente, a un ritmo incredibile.
Ci fermiamo a riposare all'ombra di una khaima, la tipica tenda beduina, vicino alla strada. Mangiamo pane con sardine del Maracco e formaggio francesi, beviamo latte in lattina confezionato nei Paesi Bassi. Finiamo il pasto con delle mele rosse e lucide con l'etichetta "Girona". Le mele che provengono da Sant Pere Pescador, sulla costa spagnola a Nord di Barcellona.

Lungo il percorso s'incrociano numerosi migranti - burkinabé, maliani, guineani - che cercano un posto su qualche cayuco (piccole imbarcazioni simili a canoe) diretto alle isole Canarie e una volta lì, chissà, magari in Spagna. Vedendoli, non è impresa impossibile immaginarli  - inshallah!- mentre si dirigono in bici verso i campi dove si coltivano le mele che poi, milioni e milioni di persone mangeranno, compresi noi. Mele che si muovono con incredibile facilità, se pensiamo a tutti gli ostacoli e alle difficoltà che devono affrontare le persone costrette a scavalcare i muri: l'orrore.

Dopo mangiato, Chike prepara un tè.

Sta per buttare dentro alla teiera mezzo pacchetto di zucchero e le nostre proteste non bastano a fermarlo. Il tè è affare suo: il più bel momento della giornata. Ne beviamo anche cinque al giorno, quanti sono i tempi delle preghiere. E ogni volta tre bicchieri. L'ultimo ha un sapore amaro che resta in bocca per ore, come se avessi masticato una radice.

Chike è il nostro autista.

Fino a pochi anni fa portava i cammelli al pascolo nella provincia di Trarza, nel Sudovest del paese. A guidarlo erano le stelle e le piogge. A delimitare casa sua solo l'orizzonte. L'appartenenza, la famiglia. Il paese, le altre persone in movimento. Ha abbandonato la vita nomade e i cammelli quando gli animali sono morti o li ha dovuti sacrificare per via della siccità, dei cambiamenti climatici che affliggono la regione.

Chike torna alla questione che lo preoccupa: "Mettiamo che arrivo a casa tua. Cosa fai?" .

"Tu cosa faresti se io arrivassi a casa tua?".
"Uccido un agnello!".
"Io preparo una paella".
"Già, ma posso fermarmi a dormire?".
"Quante notti?".

Chike si ferma a pensare. Discute un po' con l'uomo che ci ha aperto la khaima dove ci stiamo proteggendo dalla tempesta di sabbia.

"Sai una cosa?", dice guardandomi fisso negli occhi. "Quando cammino nei quartieri di Nouakchott, lontano da casa mia, se ho bisogno di andare in bagno busso a una porta qualsiasi, entro, faccio quello che devo fare, mi lavo, ci beviamo un tè insieme. E' così che la vedo io".

L'uomo della khaima annuisce.


-Bassa marea

Prima che venisse costruita la strada, nel 2004, il viaggio da Nouadhibou alla capitale Nouakchott avveniva su strade sterrate e, una volta superato capo Timiris, si approfittava della bassa marea per passare sulla spiaggia. Era un viaggio bellissimo e molto pericoloso. Non solo perché ci sono degli scogli lungo la costa - una grande spiaggia che si estende per 360 chilometri fino alla foce del fiume Senegal - ma anche perché questo territorio fragile, ventoso, chiuso tra il mare e il deserto, questa terra di nessuno, lo sbar (le dune costiere), può essere ingannevole, e non ci si deve mai fidare delle apparenze.

"Quanto alle vecchie saline, che sembrano rigide come l'asfalto, (...) a volte cedono sotto il peso delle ruote. La bianca crosta di sale sui squarcia allora sul miasma di un acquitrino nero", scrisse Antoine de Saint-Exupéry in Terra degli uomini. Saint-Exupéry, uno dei piloti che aprirono la linea aerea tra Tolosa e Dakar, conosceva bene questa regione, dove trascorse lunghi periodi e dove dovette fare diversi atterraggi d'emergenza. Uno di questi ispirò Il piccolo principe. Quando il suo aereo aveva un problema, Saint-Exupéry cercava di farlo atterrare su un terreno elevato, un "tappetto di conchiglie", di certo per questioni di sicurezza, ma forse anche per passione filosofica e spirito d'avventura.
Lo scrittore racconta che in una di queste occasioni riuscì ad atterrare su un terreno "infinitamente vergine" che "mai nessuno, animale o uomo, aveva sciupato". Raccolse la sabbia con la mano. La lasciò cadere come pioggia dorata.
Sentì di non essere altro che un granello di polvere nell'immensità dell'universo. Il primo uomo a turbare quella banchisa minerale. La prima testimonianza di vita. Nessuno. Tutto.






Lasciamo Nouadhibou alle prime luci dell'alba. All'uscita dalla città ci aspettano Salima e un gruppo di donne del quartiere della Charca. Salgano su un pick-up, lasciamo la strada, aggiriamo una serie di dune e raggiungiamo le saline in riva al mare.
Le piscine di sale sulla sabbia danno vita a un paesaggio all'orizzonte della muraglia blu scuro dell'oceano.
Ho conosciuto Salima qualche anno fa, quando insieme ad altre donne aveva appena creato una cooperativa per sfruttare il sale  della baia. La cooperativa è nata dalla volontà - e dall'entusiasmo - di Nedwa Nech, una donna di una famiglia ricca che un giorno è andata a visitare la Charca e si è vergognata dell'estrema povertà in cui vivevano le donne. Senz'acqua corrente nelle case. Circondate dal fango e dalla spazzatura. Molte di loro non erano sposate e dovevano occuparsi da sole dei figli.

Nouadhibou è il principale porto di pesca della costa: prospera grazie alla flotta di piroghe, al commercio, alle miniere di Zouérat e alla pesca in alto mare dei grandi pescherecci industriali dei paesi ricchi.
Ma questa abbondanza non è ripartita equamente, e per le persone povere può essere una condanna. Le donne hanno raccontato a Nedwa che si guadagnavano da vivere preparando da mangiare e il tè per i pescatori.

"Bastava osservare i volti di quei bambini, avevano tratti asiatici, europei, neri, arabi... Eh!", esclama Nedwa. Si è messa in contatto con alcune ong ed è riuscita a ottenere finanziamenti dall'Unione europea per portare avanti il progetto delle saline.

Salima conserva in casa un ritaglio di quei primi tempi gloriosi: una pagina ormai ingiallita del giornale Ouest France su cui compaiono lei e altre tre donne in posa insieme ai produttori di sale marino di Guérande, sulla costa atlantica della Francia, dove avevano seguito un breve corso di formazione. L'articolo parla della calorosa accoglienza della popolazione locale, della solidarietà dei donatori che appoggiavano l'iniziativa di Nouadhibou, delle belle parole, del desiderio che gli africani potessero gestire le loro risorse, esercitando la propria sovranità.

Durante quel viaggio, Salima e le sue amiche hanno imparato a estrarre dal mare sale purissimo. Scavano piccoli pozzi, ne raccolgono l'acqua con i secchi e riempiono delle piscine foderate con teli di plastica, da cui l'acqua evapora lasciando il sale. Nell'arco di tre giorni, una sola piscina può produrre fino a 25 chili di sale, sufficiente a far vivere decentemente un'intera famiglia. Ma oggi qui regna un'atmosfera desolata: come spesso succede nel mondo della cooperazione, il progetto è stato abbandonato dai finanziatori prima che potesse consolidarsi, diventasse qualcosa in grado di trasformare la vita delle persone. Oggi queste donne non hanno neanche un mezzo di trasporto per arrivare alle saline.
-Fine prima parte -
*Bru Rovira è un giornalista spagnolo. Per venticinque anni è stato corrispondente del quotidiano catalano La Vanguardia. Oggi scrive sopratutto di temi sociali per vari giornali spagnoli. Il suo ultimo libro è Solo pido un poco de belleza (Ediciones B 2016).
(Fonte.:elpais)
Bob Fabiani
Link
-www.elpais.com/elpais/esp

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